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Archive for giugno 2010

Renzo Fantini e Paolo Conte

via Mistic Media Blog

Renzo Fantini con Paolo Conte a Bologna

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Un nuovo libro dall’eclettico Ettore Bianciardi

La vita  dura a Khasrilevke, in Ucraina, nel 1915, sotto gli zar: c’è la miseria, ci sono i pogrom, c’è soprattutto la fame, acuita da una tradizione religiosa che vieta di mangiare il pane durante alcune feste, e qualunque cibo per la festa più importante. E come se non bastasse c’è anche un padre lamentoso che ti porta sempre in sinagoga. Ma per fortuna il padre muore nel primo capitolo e anche se la miseria avanza e si deve scappare percorrendo tutta l’Europa e alla fine stare sette giorni in mare per arrivare in una terra dove non si picchiano i bambini, dove i treni vanno sottoterra e l’acqua, calda e fredda, sgorga magica dai muri, Motl, nove anni, vive tutto ciò non come una punizione divina ed una sofferenza, ma come una incredibile, affascinante e spettacolare esperienza: una gioia tale da farlo urlare: oh papà, o padre mio, o sempiterno Dioooooooo! Questo perchè il vero nome del bambino non è Motl, ma PROGRESSO.

Che fortuna essere orfano! La prima traduzione italiana (a cura di Ettore Bianciardi) di Motl Peisi dem chazans, di Sholem Aleichem, ora disponibile in vendita e gratis da scaricare. (256 pagine, formato 15 X 21 cm)
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Dal fotografo Willy Masetti un racconto tratto dal suo libro “Cronache dal tempo zero” ed. Giraldi 2005

 

Invio il racconto come promesso :  come  dicevo va letto pensando a quello che sta succedendo nella piattaforma BP al largo del Golfo del Messico

 

 
Tutte le mattine arrivava alla spiaggia alle nove precise.
Con molta calma si sistemava sotto l’ombrellone e per alcuni minuti contemplava rapito l’orizzonte del mare, dopo, immancabilmente, apriva il suo giornale, inforcava i Ray Ban, e per circa due ore si perdeva nella lettura. Spesso si assopiva. In ogni caso alle due pomeridiane, massimo alle tre, si ritirava in albergo e nessuno lo rivedeva fino la mattina successiva.
Era alto, sulla cinquantina, un fisico asciutto, senza un accenno di pancia, la carnagione chiara e i capelli biondi lo identificavano come straniero.
I vicini d’ombrellone pensavano fosse inglese o tedesco, forse addirittura americano. Non conoscevano il suo nome e perciò lo chiamarono Dr. Johns.
Anche se molto garbato nei modi, e salutava sempre tutti, sia quando arrivava sia quando se n’andava, era molto formale e non aveva mai dato confidenza a nessuno. Traspariva in lui una certa alterigia. Probabilmente considerava quei vicini chiassosi dei poveri stupidi. C’era, ad ogni modo, nel comportamento del Dr. Johns, un che di eccessivamente metodico. Le sue giornate erano una la fotocopia dell’altra. Almeno fino a quella mattina dell’undici Luglio.
Successe tutto in un attimo, quando il Dr. Johns, da poco sotto l’ombrellone, stava leggendo il giornale. Un rumore subdolo, crescente ed inconfondibile, ruppe l’aria. Da subito, lasciò i vicini nell’incertezza, poi rapidamente lo sgomento fu rimpiazzato dall’imbarazzo. Era ormai chiaro a tutti che, quel fastidioso strepitio, proveniva dallo sdraio del Dr. Johns.
La prima ad intromettersi, stupita, fu la signora Amelia di Lambrate. – Ma guarda un po’, e dire che sembrava una persona così perbene.  Il signor Cervellati di Bologna fu più schietto. – Hoi?! Quast’ sé, cal’ vol dir scurzer. – Il Dr Johns sembrava ignorare completamente la situazione, anzi, impugnando imperterrito il quotidiano, sembrava accelerare nella sua rumorosa performance.
 Intervenne provvidenzialmente il signor Biavati di Ferrara. – Dì un po’, cìo non è ora che ci dai un taglio, bamba di un Krucco, .. o per caso hai intenzione di far fiutare a tutta la riviera i camion di crauti che ti sei mangiato negli ultimi vent’anni?! – Tuttavia il rumore cresceva inesorabile, sempre più acuto e innaturale. Quella fu l’ultima immagine del Dr Johns che videro. Anzi, l’ultima volta che videro alcunché.

Brian Greene della CNN:
– Siamo collegati dal bagno “Perla blu” di Rimini, il luogo dove è avvenuta la tremenda esplosione che è costata la vita a sedici persone. Semplici sconosciuti, famiglie che come tante altre, in quest’inizio d’estate, trascorrono le loro vacanze lungo le spiagge italiane. Devo fare subito una doverosa precisazione. Ho parlato con uno dei tanti specialisti che sono accorsi sul posto e lui afferma di poter escludere che l’esplosione sia stata provocata da una bomba, o lo stesso, da qualsiasi genere d’esplosivo.
 Sembra piuttosto, a giudicare dallo stato in cui sono state trovate le vittime, siano state esposte all’azione prolungata, abrasiva, della sabbia lanciata ad alta velocità. Naturalmente s’ignora la meccanica di tutto ciò e non s’esclude il fenomeno naturale, quindi la disgrazia.
Ad ogni modo mi ha assicurato che stanno indagando e presto potranno essere molto più precisi. Intanto, come potete vedere attorno al piccolo cratere che si è formato tra gli ombrelloni, è stato tutto transennato, la polizia non permette a nessuno d’avvicinarsi. Quel rumore lancinante che sentite in sottofondo proviene proprio da laggiù. Per questo l’impressione è che, qualsiasi cosa abbia provocato questo disastro, non si sia per niente esaurita. Noterete anche un gran movimento di poliziotti e militari all’interno della zona delimitata. Ecco,sì, si stanno avvicinando quattro elicotteri in formazione. Hanno le insegne della Nato, come certamente avrete visto. Prendono terra proprio di fronte a noi, nel piazzale antistante la “Perla blu”.
 Scendono dei militari. Sono squadre di pronto intervento. Non vorrei sbagliarmi, ma hanno tutta l’aria di un corpo speciale dell’antiterrorismo. Sono armati e pronti all’azione. Dico questo perché da come si muovono, mostrano di avere le idee chiare.
Signori, sta sicuramente accadendo qualcosa e, non dimenticate, che siamo in diretta.

Quello che pare essere il loro comandante si porta proprio sopra la voragine. Gli passano il megafono. Altri soldati si schierano attorno al cratere, assicurandosi a dei picchetti, alla maniera degli alpinisti. – Sono il capitano Kurt Cobain! Hai dieci secondi per spegnere quel dannato motore e uscire con le mani alzate. –  Siamo ad una svolta assolutamente imprevista, sensazionale. Un ufficiale della Nato sta intimando la resa ad un uomo che è nascosto nel pozzo. – -Non lo ripeterò più. Ti diamo dieci secondi da ora, per spegnere quella macchina infernale e cominciare ad uscire. – – Attenzione! Non cambia nulla! Il rumore è sempre lo stesso. – SETTE, SEI, CINQUE .- Il capitano ha intimato un ultimatum. – – DUE, UNO! – Istanti, sospesi nel nulla.

Raffiche di mitra rompono l’incanto. – Questi sono spari, signori! I militari hanno cominciato a sparare. C’è un frastuono d’inferno, di raffiche e detonazioni. Ma il frastuono nel pozzo, un motore in accelerazione continua, non cessa. Avanza un altro milite. Porta sulle spalle un curioso zaino metallico e brandisce una specie di corta lancia. Un compagno l’ancora a terra, fissandogli un moschettone alla cintura.- Cessate il fuoco. Cristo! – L’ordine è partito dal capitano, che come potete osservare, ora sta confabulando con il nuovo arrivato.

 Gli indica un punto indefinito, in fondo al maledetto cratere. Improvvisa come una saetta, la lancia vomita una lingua di fuoco. Si tratta di un lanciafiamme, come molti avranno intuito. Disegnando un arco lucente, le fiamme entrano nella voragine, risucchiate da una forza misteriosa, vorace. Il fracasso assordante aumenta. I soldati, attirati dal vortice, stentano nel reggersi in piedi. L’uomo con il lanciafiamme è in evidente difficoltà. Un compagno cerca d’aiutarlo. I due avvinghiati precipitano nel pozzo, seguendo le fiamme, in un rumore d’inferno, subito smorzato. Lo stridio torna, lacerante, come prima. L’ufficiale ordina la ritirata. Dire che siamo allibiti è dire poco. Ci troviamo di fronte a qualcosa d’indefinibile e. pericoloso. La polizia si sta avvicinando. Credo c’inviteranno a sloggiare da qui. –
 Ventuno ore dopo

 Quel civile che s’avvicinava con passo deciso incuriosì il capitano. L’incedere energico non mascherava una qualche goffaggine. A più di tre metri aveva già la mano tesa. – Il capitano Cobain immagino? Mi chiamo Larry Lidenbrock e sono un geologo, esperto in scavi ad alta profondità. Lei saprà finalmente spiegarmi cosa diavolo sta succedendo, visto che mi hanno spedito qui come un pacco postale, alla velocità di un razzo. Per di più raccontandomi una storia, che definire di cattiva fantascienza è un complimento. – Bene sig. Lidenbrock, la stavamo aspettando. Non so cosa le abbiano detto, ma le assicuro che stiamo nel bel mezzo di un incubo surreale. Venga, le mostrerò qualcosa di più eloquente che qualsiasi spiegazione. –

I due si avvicinarono ad una postazione, allestita a poca distanza. – Le mostrerò un video ripreso da una telecamera, che tutti i miei soldati portano affiancata all’elmetto. – Sfiora un comando di una console. Lo schermo si anima. Si vedono dei militari che sparano giù nel pozzo all’indirizzo di un uomo ancorato sul fondo ad una decina di metri, circa. La sua figura, contratta, è circondata da una nuvola di polveri, subito risucchiata da qualcosa sotto la testa. Uno sfavillio luminescente, e una grandine di proiettili che non sembra scalfirlo. L’aria risucchiata ad alta velocità crea una forza d’attrazione, che costringe i militi a muoversi con difficoltà. Entra in campo un altro soldato. Dall’arma che brandisce esce una saetta di fuoco che avvolge il bersaglio, che brucia e reclina la testa verso l’alto. Il viso, rivolto all’obiettivo, rivela sotto la pelle, che s’accartoccia come carta, un’anima lucente, metallica, dai liquidi bagliori. La bocca s’allarga in un istante, in un modo abnorme, inverosimile, ed ingoia le fiamme con voracità. Un ciclone di una potenza forsennata. L’uomo con il lanciafiamme è in difficoltà. L’operatore tenta di soccorrerlo. Sbilanciati dal loro stesso peso, precipitano nel gorgo. In una zoomata istantanea, l’immonda idrovora s’avvicina. Un minaccioso gracchio e l’immagine sparisce.

– Se crede le posso mostrare come continua, staccando su di un altro punto di ripresa, ci vuole un attimo.- No, no, non c’è bisogno. Basta così, grazie. – Lidenbrock, era visibilmente sconvolto.
 – Sapete di cosa si tratta esattamente? – – Lo ignoriamo. Anzi, per la verità speravamo l’avesse lei la risposta. Certo le ipotesi si sprecano, dall’arma segreta all’origine extraterrestre di quell’affare. Ma non è questo il punto, per il momento. La cosa assolutamente prioritaria è come fermarlo. –

 Nel video, si può chiaramente notare come le pareti del pozzo siano completamente vetrificate dall’enorme potenza di quella macchina, o qualsiasi accidente sia. – Come le ho detto, siamo muniti solo d’ipotesi, quindi in verità non conosciamo nulla sulla sua origine. Di sicuro si tratta di una tecnologia a noi attualmente sconosciuta. Abbiamo tentato di bloccarlo con ogni genere d’arma leggera, ma è stato del tutto inutile. Ora si trova ad una profondità di circa sessanta metri. Finalmente siamo dotati di una bomba dalla straordinaria potenza calorica, capace d’incenerire un quartiere intero, e di fondere qualsiasi materiale. E’ già tutto pronto, venga. La caleremo nel pozzo, a pochi metri dal bersaglio. Esploderà proprio sulla testa di quel maledetto androide. Lo ridurremo in cenere. Definitivamente!

 L’ufficiale precede il ricercatore, verso un’altra postazione, proprio di fronte al cratere, che ora è sormontato da tralicci e strane strutture. Degli uomini sono indaffarati con dei computer. Ripetuta sugli schermi, la stessa ripresa del pozzo. In sovrimpressione scorrono veloci dei numeratori. Si tratta di un count down. – Siamo arrivati al momento giusto. – I numeri scivolano impercettibili, il tempo sembra rallentare. Trecento, duecento, cento, cinquanta, dieci.zero.  Un sibilo leggero. Scatta qualcosa. Ancora attimi eterni. Un suono sordo, forte e cupo. Avvertono il terreno sussultare potente, sotto i piedi. Lidenbrock guarda il capitano in cerca di rassicurazioni. Con un sibilo possente, una lingua di fuoco esce da un tunnel di sfogo, lambisce il cielo, proprio di fronte al mare.

– È andato tutto perfettamente. La bomba è esplosa! Ora dobbiamo solo aspettare che la temperatura scenda. Poi caleremo le telecamere speciali. – Gli uomini sono eccitati, si alzano, s’abbracciano, si danno il cinque, per la riuscita dell’operazione. Il capitano Kurt si complimenta con ognuno di loro. – Capitano, l’unità tre informa che sono pronti. – – Bene, tornate ai vostri posti, e impartite l’ordine di procedere. – L’attività torna frenetica. L’attesa, nervosa. Gli schermi, uno dopo l’altro, staccano su di una scena diversa: le telecamere stanno scendendo veloci, nel pozzo.
Il fondo ardente avanza rapido. Il campo s’allarga in una cavità così grande da contenere una cattedrale. La metà inferiore è coperta da grossi detriti in movimento. Si spostano a spirale, come il caffè quand’è macinato. Il frastuono è infernale, tanto che ad essere tritati sembrano mille elefanti. In un fiume di lava, le grosse scorie sono aspirate in un vortice, tra fiamme e scintille. Stridono, s’accartocciano, si sbriciolano. In pochi attimi ricompare, l’orrenda idrovora, sempre più potente ed incattivita. La tensione è enorme, gli schermi friggono, l’immagine scompare in uno sfolgorio indistinto. Manca il segnale. Le telecamere si sono frantumate. Lidenbrock è impietrito, sconvolto. Quasi balbetta. – È… pazzesco. Ci troviamo ad affrontare qualcosa di veramente letale. Ingoia materia e la trasforma istantaneamente in energia. Dobbiamo fare presto. Molto presto.

 Il Segretario di Stato Dave Brubeck, con passo rapido s’avvicina alla Sala Ovale. Era atteso da Lester Coleman, il Presidente. Varcata la soglia, Coleman, gli viene incontro trepidante. È molto più agitato del solito. Probabilmente ha tracannato un whisky di troppo. – Com’è andata Dave ?  – Ancora male Lester. Vedi, il problema…Brubeck trasale, interrotto dal vigoroso pugno che Coleman sferra sul tavolo.
 – Porca puttana, com’è possibile che non riusciamo a fermare uno stupido robot che si fa largo, verso il centro della terra, a suon di scorregge! –
Il Segretario, nonostante la tensione, fa un notevole sforzo per reprimere la risata, che gli si spegne nelle budella. Aveva sempre sospettato che sotto quei modi gentili e ricercati, il Presidente nascondesse assai bene, l’anima gretta e volgare del più profondo Texas. – Bene, come cercavo di spiegarti, di fatto stiamo provando a fermarlo con ogni mezzo, comprese le armi più perfezionate, come ben sai. Quella fatta brillare oggi è stata la settima atomica, la più potente. Non è servita a niente naturalmente, come le altre del resto. Al contrario paradossalmente, la cosa sembra aumentare la potenza dell’androide. Il vero problema purtroppo è che ora si trova a circa ventimila metri di profondità, a ridosso della Moho, e del sottostante mantello, lo strato di magma ad alta densità che porta al nucleo. Peggio ancora, sono state rivelate chiare tracce di Kaoni. Secondo gli scienziati, una prova evidente della presenza d’antimateria. Secondo l’ipotesi più accreditata, l’essere si sta preparando a bombardare la crosta terrestre con un fascio polarizzato d’antiprotoni. Con la nostra attuale tecnologia, un acceleratore capace di ottenere un risultato simile occuperebbe un’area di centinaia di chilometri, quindi non chiedermi cosa si nasconda nella pancia di quel mostro. Di certo c’è soltanto che ciò può causare veramente la fine della vita sulla terra. Forse del pianeta stesso.

– La faccia di Lester ha l’indefinita colorazione del catarro. Pare un bambino sull’orlo di una crisi di pianto. Malgrado il momento carico di tensione, Brubeck si contorce, per non sbracare in un’imbarazzante risata. – Perché perdio? Che senso ha tutto questo, Dave? Io, io non riesco a capire. Non è un ricatto, non è un’aggressione terroristica e neppure una maledetta invasione aliena. Niente di niente, cazzo!
Non riesco a trovare un significato a questa maledetta storia. Non c’è alcun senso, capisci Dave? Diecimila anni di civiltà, d’invenzioni, scoperte, guerre feroci per arrivare a cosa? Ad essere spazzati via dalla gastrite di una stupida macchina? Abbiamo sconfitto il nazismo, il comunismo e. ehmm, anche gl’indiani naturalmente. Almeno sapevamo chi era il nemico. Ma questo, cos’è? Da dove viene? Chi l’ha costruito, per quale scopo? È tutto troppo assurdo. Certe volte non riesco a crederci. Senti Dave tu.tu mi avevi parlato di quel progetto il Reverser two, credo si chiami così. — Sì certo, e in pratica è la nostra ultima speranza. L’idea di base è di combattere l’alieno con le sue stesse armi. La difficoltà consiste nel montare in loco un acceleratore in tempo utile. Ancor di più, collimare il fascio d’antiparticelle con l’obiettivo. Il robot giù nel pozzo intendo. Ad ogni modo, secondo gli esperti, vi sono discrete probabilità che l’esperimento riesca. Tra pochi minuti ho un briefing con l’équipe del professor Mulligan, proprio per prendere delle decisioni in merito.

– Coleman era di nuovo calmo, rianimato da un inaspettato colorito. – Hai carta bianca Dave lo sai, puoi decidere come meglio credi. L’umanità intera è nelle tue mani. – Nello sguardo del Presidente balenava una luce torva. – Dimmi che ce la faremo Brubeck! Vinceremo anche questa volta, vero? – Afferra il segretario per le braccia, in preda ad una crisi di panico, supplicandolo con un’espressione al contempo infantile e ridicola. Brubeck si libera gli arti, facendo scivolare la mano destra in quella del Presidente. La stringe forte, nella speranza di calmarlo. – Faremo tutto il possibile Lester, come sempre. Ora devo lasciarti, ho parecchio lavoro da sbrigare. –  Scusami Dave, ti prego di scusarmi. Sono molto stressato in questo periodo, come puoi ben capire. Non riesco a dormire. Ora mi farò un altro paio di scotch, così spero di farcela, almeno stanotte. –

Brubeck è accompagnato nella sala delle teleconferenze da Ben Webster, un ufficiale in servizio alla Casa Bianca. Lo schermo luminescente della grande aula è riempito dallo staff al completo del professor Mulligan che, compostamente, lo stavano aspettando sull’attenti. Viene accolto con un applauso caloroso. Si siedono tutti tranne il professore stesso. – Bene signori, possiamo iniziare il dibattito. Naturalmente aprirà per primo il nostro ospite, poi uno per uno, tutti gli altri iscritti a parlare. – Dave si sistema il microfono. – Ti ringrazio Gerry, e ringrazio tutti, anche da parte del nostro Presidente. Sarò breve. Caso mai riprenderò la parola alla fine, quando avrò sentito l’intervento di ognuno di voi. Sono sicuro che avrete un sacco d’idee interessanti da esporre. Per ora posso assicurarvi che abbiamo la completa facoltà di eseguire, in via prioritaria, qualsiasi decisione sarà presa oggi. Non ci saranno limitazioni di sorta, né economiche né logistiche, come già sapete del resto. L’unica cosa che sicuramente scarseggia è il tempo. Sarà quindi una partita durissima, ma assolutamente non possiamo permetterci di arrivare in ritardo a quell’appuntamento. – Guardò gli occhi dei suoi interlocutori. Quello che vide fu una miscela di disperazione, speranza e paura.
 – Personalmente sono un ottimista e spero che sia questo lo spirito con cui si lavorerà. Bene! Sono sicuro che ce la faremo, quindi rimbocchiamoci le maniche e andiamo a cominciare,

 e. .. spero che Dio voglia la nostra salvezza.

                                                         Willy Masetti

 Nato il 16 marzo 1953. Vive e lavora a Bologna. Dal ’79 si dedica alla fotografia sperimentale. Dall’83 al ’90 fa parte con Fulvio Fulchiati, Grazia Todari, Maurizio Galimberti, Giordano Bonora, Mauro Trebbi, Otmar Kiefer del gruppo Abrecal, fondato da Nino Migliori. Si interessa di video e design. Nel ’84 assieme a Fulchiati ha sperimentato la costruzione di fumetti tramite polaroid e immagini tratte dalla televisione. Ha esposto in Italia e all’estero. Recentemente si è dedicato anche alla scrittura di sceneggiature. Di alcune ha ceduto i diritti per la produzione cinematografica.  Nota dell’autore I racconti selezionati per questa raccolta, sono stati tutti pubblicati, tra gli anni ’80 e ’90, su riviste locali, come Bologna in, Big, Bolo …

Fino al 4 giugno alcune fotografie di Masetti sono esposte al Natural Camera in V. Treves, 15

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