Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for dicembre 2012

Al compimento del suo 103mo anno Rita levi Montalcini ci ha lasciati col suo magnifico corredo di studi.

In aprile, in occasione del suo 103mo compleanno Bologna sanità e Conoscenza aveva organizzato un convegno in suo onore, ecco gli atti che pubblichiamo per divulgazione scientifica

    Grazie Rita! 

 

 
1a parte

2a parte

3a parte

Read Full Post »

Faro a Rimini

Sul litorale romagnolo…

non sentiremo più la sirena

http://www.ilrestodelcarlino.it/rimini/cronaca/2012/12/27/822040-spento-impianto-sirena.shtml

per chi ha vissuto e vive accanto al mare nelle giornate nebbiose è possibile ascoltare la sirena che comunica ai natanti cosa c’è oltre al grigiore. Ora sembra che la cosa sia superata con le nuove tecnologie, così prima di assistere all’ultimo gemito della sirena ecco un clip che ci porta al mare d’inverno

Il suono nautofono

Anche Federico Fellini, con le parole di Tonino Guerra esprime il suono della nebbia in “Amarcord” ecco le parole del nonno di Titta 

il nonno di Titta, le parole sono di Tonino Guerra

il nonno di Titta, le parole sono di Tonino Guerra

Le nebbie padane
…ma dov’è che sono? mi sembra di non stare in nessun posto…Mo’ se la morte è così non è mica un bel lavoro…Sparito tutto : la gente, gli alberi, gli uccellini per aria, il vino. T’è cul…
(Tonino Guerra per F.Fellini “Amarcord”)

…il Sindaco di Rimini, Andrea Gnassi si sta impegnando per non fare tacere la sirena…

Read Full Post »

Ringraziamo vivamente l’autore del riconoscimento fatto a Mistic Media su you tube per avere ritrovato una intervista alla sorella di Carlo Emilio Gadda

Grazie infinite per aver recuperato una parte del documentario mai più ritrasmessa, e cioè la quasi totalità dell’intervista alla sorella del grande Gadda. La cosa inconcepibile è che il documentario nella sua interezza non sia stato mai più riproposto. Qualche anno fa la televisione satellitare ritrasmise le sequenze in cui appare Gadda, ma espunse l’intervista alla sorella. Ancora, grazie !

Una intervista a Carlo Emilio Gadda che sono riuscita ad ottenere con mille peripezie, gli autori Ludovica Ripa Di Meana, Giancarlo Rescioni, il programma è stato curato da Luca Verdone su RAI 1

Read Full Post »

Cappella del Rosario con dipinti dei Carracci e Guido Reni, installazione del presepio

Cappella del Rosario con dipinti dei Carracci e Guido Reni, installazione del presepio

Presepio di Mirta Carroli

Presepio di Mirta Carroli

Read Full Post »

Quest’anno in occasione degli auguri per le festività abbiamo ricevuto un dono speciale anche dal fotografo Mario Rebeschini.

Come Gianni Berengo Gardin ”  La disperata allegria. Vivere da zingari a Firenze ” oppure  “Gli zingari ” di Josef Koudelka   anche Mario Rebeschini si cimenta con un reportage particolare, la vita in un campo di zingari.

Le immagini che ci consente di pubblicare sono di qualche anno fa, infatti viene ripreso anche Renzo Imbeni allora Sindaco di Bologna.

Guardando queste immagini ci si interroga ancora sul ruolo del fotografo : quando era fuori dai suoi set glamour Richard Avedon andava in miniera per convivere con i minatori offrendo all’opulenza della società di quegli anni anche l’altra metà della società,  Diane Arbus fotografava laceranti aspetti del sociale fino ad esserne coinvolta e travolta al tempo stesso.

Il lavoro sociale per un fotografo dev’essere di analisi  e di profonda e passione per ciò che sta facendo,  dovendo catturare qui ed ora un attimo che non si ripeterà, reso ancor più sfuggevole da situazioni contingenti . E’ il caso di Mario Rebeschini che ha fatto reportages sui camionisti e la loro vita di frontiera, oppure su gruppi di diverse etnie che vivono in città, in corso di integrazione.

Rebeschini indica un modo interessante di operare, si introduce fra i soggetti che vuole riprendere e li conquista con la sua affascinante naturalezza per avere la disinvoltura necessaria (come si capisce nei volti dei soggetti fotografati) nei ritratti senza quella naturale tensione che si avverte verso un estraneo, specie con una macchina fotografica in mano. Partendo da una relazione antropologica, che Mario Rebeschini,  trasforma in umana e familiare e sembra dire nelle sue immagini di non avere paura dell’altro perchè è uno specchio del proprio sè.

                                                                                 Roberta Ricci

Foto_Mario_Rebeschini_14 Foto_Mario_Rebeschini_01 Foto_Mario_Rebeschini_02 Foto_Mario_Rebeschini_03 Foto_Mario_Rebeschini_04 Foto_Mario_Rebeschini_05 Foto_Mario_Rebeschini_06 Foto_Mario_Rebeschini_07 Foto_Mario_Rebeschini_08 Foto_Mario_Rebeschini_09 Foto_Mario_Rebeschini_10 Foto_Mario_Rebeschini_11 Foto_Mario_Rebeschini_12 Foto_Mario_Rebeschini_13                       tutte le foto sono di Mario Rebeschini 
 Una riflessione di Floriano Debar sui giornalisti ,fotografi e cameramen

Rilasciata a Mario Rebeschini

“Il destino di noi rom e sinti è di venire rappresentata solitamente da due tipi di giornalisti, fotografi e videoperatori. Nella prima ci sono persone che di noi non sa niente e non vuole saperne niente. La redazione li manda, arrivano nei campi di corsa e al primo che incontrano chiedono: “Possiamo girare due cosine?” e partono con un velocissimo fast-food di immagini. Se la situazione che volevano non c’è, la costruiscono con l’aiuto di una manciata di spiccioli accompagnati da un: “Fatevi una birra alla nostra salute, senza offesa”. Finito il servizio “ciaociao” e via di corsa.

Nella seconda categoria ci sono quelli “impegnati”. Arrivano pieni di rispetto, quasi in soggezione e con larghi sorrisi: sembrano Testimoni di Geova.
Sanno tutto sulla cultura zingara. Si sono documentati sulle riviste e i quaderni che i gagi scrivono su di noi. Hanno partecipato a dibattiti, serate di musica e poesia zingara. Accettano il caffè che gli viene offerto e ascoltano, indignati, i problemi che noi viviamo nei campi. Poi, dopo un’occhiata di nascosto all’orologio, finalmente arrivano al sodo: “Possiamo fare due foto?”. Se la situazione che hanno progettato a casa non c’è, la costruiscono con la collaborazione di tutti.

Poi se ne vanno, un po’ delusi per non aver trovato calderai che battevano il rame, arrotini e ombrellai, salutando con larghi sorrisi e tanti “ciaociao” senza nemmeno lasciare una manciata di spiccioli per farci una birra, per non offenderci, ovviamente. E nel campo riprende la vita di sempre. Nelle roulotte la tv viene accesa sulle telenovela mentre gli stereo delle auto, riprendono a suonare rap, rock e Madonna.

Non sappiamo mai quando potremo vedere questi servizi impegnati e disimpegnati. Quando per caso ci capita di vederli sorridiamo di compatimento. Passati attraverso il filtro delle redazioni diventano, quando va tutto va bene, storie banali e pieni di luoghi comuni.

Floriano Debar     Sinto, artigiano e fotografo di Mario Rebeschini

Ho conosciuto Floriano Debar negli anni ’70 mentre cercava a Rastignano uno spazio per le roulotte  della sua  grande famiglia.

Dopo averlo trovato vicino al fiume cominciamo a parlare. Era la prima volta che sentivo parlare di zingari (come li chiamavamo allora invece di sinti e rom) direttamente da loro. Dopo un pranzetto all’aperto sotto un albero sono tornato a casa contento. Avevo scoperto che la paura degli “altri” è figlia dell’ignoranza. Avevo trovato un amico di quelli che quando li perdi, come è successo prima di Natale quando Floriano ci ha lasciato, ti senti più solo.

E’ grazie al contributo di Debar con l’Opera Nomadi, le scuole, i quartieri,  le parrocchie, che vengono creati incontri, feste, mostre per fare conoscere la loro cultura e a non avere paura di noi gagi come veniamo chiamati.

E’ stata grande la festa con la mostra delle  foto di Debar esposte nel campo sosta  del Bargellino con le foto appese a corde legate tra una roulotte e l’altra e diventata poi una mostra itinerante.

Che Floriano fosse un bravo fotografo lo scopro per caso quando mi ha mostrato le foto del suo “archivio” ammassate in una scatola da scarpe infilata sotto il letto della sua piccola campina. Erano foto a colori che raccontavano la vita di un campo sosta. Il suo. Debar allora viveva, o meglio sopravviveva, facendo fiori di carta e intagliando modellini di giostre e carri zingari tirati da cavalli.

Subito dopo la guerra i Debar erano quasi ricchi. Avevano tenda da circo e panche. Giravano l’Italia facendo spettacoli nei paesi. Floriano era un artista molto promettente. Era musicista, presentatore, comico, cascatore, trapezista e facchino. Purtroppo un giorno non riuscì ad afferrare le mani del fratello e cadde a terra nella pista senza rete. Riuscirono a salvarlo, ma la sua carriera era finita. Di quei tempi gli rimane la battuta spiritosa, la capacità di stare in mezzo alla gente e il segno della caduta che gli taglia tutto il viso.

Le sue foto sono come lui: ironiche e serene. Fotografava con una piccola compatta, quelle che stanno nel taschino e che puoi tirare fuori velocemente. Sono scatti di vita quotidiana, di bambini, feste di compleanno, matrimoni, battesimi, militari che tornano in licenza, sbronze. Persino le foto “costruite”, rimangono fresche e gioiose.

Fu così che mi resi conto che noi, fotografi gagi, sempre alla ricerca “dell’indicibile della parola”, non riusciremo mai a fotografare “quella gente” come Floriano Debar. Perché Debar quando scattava pensava solo a fare una foto ricordo e basta.

Alcune Didascalie

2 Floriano Debar

3 Floriano con la moglie Mafalda

4-8  Nel campo libero di Rastignano anni ‘70

9 Con un figlio

10 Debar con Renzo Imbeni suo amico

1 -11-14 figli e nipoti di Debart

 

Una poesia che il fotografo Mario Rebeschini ha dedicato ai sinti

                                         Avrei imparato

Un intervento di Mario Rebeschini alla Facoltà di Pedagogia dell’Università di Bologna
dopo un viaggio in Spagna fatto con giovani rom slavi e sinti italiani

Sto molto bene con gli zingari
Non approvo tutto quello che fanno gli zingari.
Come non approvo tutto quello che fanno i gagi(*).
Come non approvo tutto quello che faccio io.

Mi sarebbe piaciuto essere nato e cresciuto
in un vecchio campo zingaro.

Avrei imparato a guardare per vedere.
Avrei imparato ad ascoltare.
Avrei imparato che non servono le parole per comunicare.
Avrei imparato ad essere tollerante.
Avrei imparato a volermi bene.
Avrei imparato a vivere la giornata.
Avrei imparato a voler bene al sole, alla pioggia, alle mie unghie.

Avrei sognato la Mercedes.
Avrei avuto tanti figli.
Avrei fatto tante feste con allegre sbronze in compagnia.

Avrei fatto felice tanti gagi accogliendoli nel campo
con tanti “grazie signore, grazie”.

E al mio funerale,
contando le corone arrivate da tutti i campi
avrei capito se ero stato un vero sinto.

(*Gagio= non zingaro in lingua romané)

Mario Rebeschini 

Mario Rebeschini

             Mario Rebeschini, foto di Roberta Ricci 

Read Full Post »

Older Posts »