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Archive for gennaio 2014

mostra silenzi invito copia

Galleria d’Arte il Punto in Via San Felice, 11 /B a Bologna. DAll’1 al 6 febbraio , dalle 11 alle 13 e dalle 16 alle 19.

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Arte fiera 2014 a Bologna. Sonia Lenzi parla di “ritratti dell’ultimo ritratto” , una riflessione fotografica su  immagini orfiche .  La fotografa mette in risalto l’essenza  stessa della fotografia, le immagini che permangono . Al caffè de La Paix una lettura delle immagini affidata al pubblico e alle emozioni che queste suggeriscono: ha presentato l’incontro Milena Naldi

ritratti di sonia lenziimmagine della mostra da cui è stato pubblicato un libro d’artista “Ritratti dell’ultimo ritratto” di Sonia Lenzi .

Con queste opere Sonia Lenzi ha partecipato ada Artefiera 2014.

Sonia LenziL’incontro al Cafè de la Paix

 

 

 

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Nel contesto di Artefiera 2014 , Auditorium Biagi, Sala Borsa di Bologna, ha avuto luogo : Omaggio a Franco Vaccari  a cura di Renato Barilli.

 

 

Video di Roberta Ricci per Mistic Media, nell’ambito di un progetto visivo sull’alfabetizzazione dell’Arte.

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Alessandro Catellan  a Milano,  ha proposto la cifra stilistica della finanza, sintetizzando con un monumentale dito medio alzato  l’attività di Piazza Affari, Love e’ il titolo dell’opera.
In realtà l’augurio che si fa la Borsa e’ il toro, il pericolo da scampare l’orso. Il leone iniziale del film “The Wolf of Wall Street” che gira tranquillamente nei corridoi degli affari appare il simbolo di un potente auspicio legato alla simbologia ebraica negli affari.
Il film The woolf Of Wall Street e’ l’ultimo film di Martin Scorsese che lo vede non solo regista, ma anche produttore, assieme a Leonardo Di Caprio a cui affida il suo Cinema, dunque lo stesso Cinema.
Il film narra la gavetta del protagonista Jordan Belfort ,che, sbarcato  novellino a Wall Street ne percepisce istantaneamente il messaggio, guidato da un capo tribù/finanziere (direbbe il prof. Giorgio Celli che l’uomo è’ sempre quel predatore originario, anche dopo la evoluzione ) che per esercizio canta una nenia propiziatoria al protagonista invitandolo a ripeterla ossessivamente, un atto che lo spinge  ad indossare una maschera impenetrabile che  si sostituirà completamente a lui.
Il primo approccio di Jordan con la finanza e’ deludente, lo stesso giorno falliranno i titoli su cui aveva fatto investimenti, contemporaneamente capisce che quella è la sua strada, che inizia a lastricare di intenzioni che lo trascinano dritto dritto nell’ abisso.
Rispondendo ad un annuncio sul giornale e spinto dalla moglie che lo vuole vedere realizzato, Jordan entra in una piccola società di investimenti , gli verrà spiegato che dovrà vendere delle azioni di una ditta che ha le proporzioni dell’anonimato di una casetta degli attrezzi, tuttavia , anche in questo caso , Jordan con il suo abbigliamento impeccabile e i modi sicuri riesce a piazzare i titoli,  le persone che investono sono delle classi popolari e i loro  risparmi faticosamente accantonati.
I guadagni cominciano ad affluire, il libro da cui è stato tratto l’omonimo film e’ databile attorno agli ’90 ed è questo il periodo in cui si svolge il film , e in Jordan si fa strada gradualmente l’idea di potercela fare da solo.
La sua ipotesi prenderà corpo con l’incontro con Jonah Hill, che dopo avere visto la sua busta paga si licenzierà in tronco per collaborare con lui. Inizierà in quel momento, la campagna di reclutamento per formare una sua personale agenzia di brokeraggio . Le caratteristiche richieste sono quelle di una umanità molto semplice , istruzione inesistente, essere buoni venditori, alcuni  spacciatori con  il requisito essenziale della totale mancanza di scrupoli. Il dito medio è il mezzo espressivo più usato, si dice il più usato nella storia che il cinema ricordi, per il numero di volte aizzato, proprio mentre si vendono le azioni .
La logica e’ semplice, Matthew McConaughey , il primo  broker che conosce Jordan lo spiega bene all’inizio, al cliente la carta che non comprova che un attestazione di crediti , a loro i soldi.
Da un garage iniziale l’agenzia si ingrandisce e, come succede anche in Casino’ , film molto simile metricamente a questo  di Scorsese , accanto all’enfasi il degrado, l ‘ abbrutimento, lo stravolgere la razza umana in natura esclusivamente  animalesca.
Così da quel momento Jordan Belfort (che ha raccontato la sua biografia nel libro ispirato i cui diritti d’autore sono stati comprati da Scorsese) diventa. The woolf , il lupo. L’ascesa denaro/corruzione e’ irreversibile, un’orgia e non tanto per dire ,  sfrenatezza pur di tenere a bada  l’umanità , che non si faccia mai largo in questa logica distruttiva.
Pillole, droghe consumate in ogni luogo e sopra ogni luogo , sesso orgiastico dovunque. Come in Casino’  il denaro è feccia nella feccia , il capitalismo non da alcuna speranza all’uomo,  è una catena che imprigiona senza speranza, come una tossicodipendenza da cui è impossibile
separarsi . A sottolineare questo aspetto  il ritmo musicale segue questa spirale che si sviluppa in discesa che corre verso l’abisso, come succede in Casinò .
Messa sull’avviso, interviene l’Fbi , avevamo già visto l’attore Kyle Chandler come medico, psicoanalista personale di Leonardo Di Caprio in Shutter Island , l’attore offre un concentrato di bravura nel grigiore , negli sguardi non di sfida ma di deduzione. La legge e l’ordine in contrapposizione al caos , l’abito di fattura ordinaria contro il sofisticato gessato del doppiopetto della finanza luciferina.
Fa piacere sapere che negli USA (almeno) c’è una legge che tiene a freno le grandi concentrazioni monetarie.
Jean Dujardin (The artists) fa la parte di un finanziere di Ginevra, la linea di demarcazione fra la delinquenza comune e quella finanziaria e’ inesistente, accanto ai sorrisi da piacione di Dujardin il funzionario che conta i soldi, un connubio che è poi quello di una unica  faccia,  l’esattore è  Giano Bifronte.
E’ il famoso dito medio alzato che ricaccia indietro umano e umanità nel denaro.
I corpi che si agitano in questa orgia/affresco che solo il denaro e’ capace di creare sono senza volto, carne informe, tutto è’ consentito, anche il tradimento agli amici  per patteggiare la pena. Leonardo Di Caprio è da Oscar, seguendo minuziosamente il suo personaggio lucidissimo e
strafatto, dice nelle interviste che Martin Scorsese lo lascia libero di esprimere la sua spontaneità nella  recitazione, che è davvero prodigiosa, quasi tre ore di film sorrette dalla sua interpretazione.
E tutto ricomincia: ” mi devi vendere la mia penna, che argomento usi per persuadermi?”
 
                                                                                                                       Roberta Ricci
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              Leonardo Di Caprio  e       Matthew McConaughey
nanetto
Scorsese
Joanah Hill
Leonardo Di Caprio con Jonah Hill candidato all’Oscar 
Titolo: The Wolf of Wall Street
Regista: Martin Scorsese
Attori principali: Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Rob Reiner, Jon Favreau, Jean Dujardin
Genere: Commedia
Durata: 180′
Anno: 2013
Produttore: Martin Scorsese, Leonardo DiCaprio
Casa di produzione: Leone Film Group
Distribuzione: 01 Distribution
Fotografia: Rodrigo Prieto
Musiche: Robbie Robertson
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Cinque nomination, Oscar 2014 – Miglior film (Martin Scorsese, Leonardo DiCaprio, Joey McFarland e Emma Tillinger Koskoff), Miglior regia (Martin Scorsese), Miglior attore protagonista (Leonardo DiCaprio), Miglior attore non protagonista (Jonah Hill), Miglior sceneggiatura non originale (Terence Winter)
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Da Patrizia Pulga

Anche quest’anno alcune mie immagini saranno esposte, assieme ad altre scelte di Women In Photography International, al Salone internazionale della Fotografia PHOTO L.A., prestigiosa rassegna fotografica in USA.

 http://womeninphotography.org/Events-Exhibits/PhotoLA-2014/gallery-2.html

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…C’era una volta, eravamo abituati a sentirlo dire nelle favole delle nonne, magari davanti alla stufa oppure al camino , e così assieme alle favole aguzzavamo le orecchie per sentire cosa bisbigliavano tra loro le donne di casa…intanto che ai racconti si alternava il presente…

La storia e la memoria sono cadute in disuso, le biblioteche e i genitori volenterosi fanno tanto ,ma la televisione , i media e la tecnologia offrono un uso immediato  talvolta a discapito della memoria, di un racconto che ci porta alle origini  .

Tuttavia, le belle storie sono eterne, l’Emilia Romagna ha tante storie di salvezza da raccontare, molte legate alla guerra. Un episodio che fa onore all’Italia  è quello di avere salvato i bambini ebrei fuggiti alla deportazione dell’Europa ed averli ricoverati a Villa Emma, a Nonantola, vicino a Modena, dove un’intera città si prese cura di loro, durante le guerra mondiale 1939-1945, all’indomani delle leggi razziali , pur sapendo che ci sarebbe stata la pena di morte per chi aiutava i bambini ebrei.

Anche “La storia siamo noi” ha indagato e girato un film sull’episodio , il regista Aldo Zappalà ha reso ora disponibile il documento nella sua integrità :

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Schindler's List

Vi ricordate la bambina col cappottino rosso di “Schindler’s list”?
All’epoca aveva circa 4 anni..oggi è diventata una splendida giovane donna…
Oliwia Dabrowska.…Le
(tratto da Cinemania, fonte FB)

Sul set di Schindler’s List

 http://www.cineblog.it/post/34441/la-giornata-della-memoria-40-curiosita-su-schindlers-list

bimbo che alza le mani

La Storia al cinema e in fotografia

spesso si ricorda con un unico decisivo scatto, la bimba col cappotto rosso di Schindler’s List , un episodio cinematografico che si rifà  alla storia. Una delle immagini che parla per la storia è la foto del bimbo che alza le mani quando i nazisti irrompono nel ghetto …«Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l’ angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei…

Articolo del giornalista Goffredo Buccini sul Corriere della Sera

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell’ immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa “Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell’ Olocausto” SPRING VALLEY (New York) – A volte la voce diventa un sussurro. Si spezza. E Tsvi deve fare ancora uno sforzo per superare il peso del silenzio: “I tedeschi chiamavano la gente per caricarla sui camion davanti all’ hotel Polsky. Avevano una lista, ma il mio nome non era su quella lista… I miei genitori erano gia’ stati ammazzati e io non sapevo che cosa fare… + allora che sono uscito dalla fila, e’ allora che un tedesco ha gridato: “Alza le mani”, e io le ho alzate. + allora che un altro tedesco ha detto: ” + un bambino solo, tanto varrebbe fucilarlo subito”, e che hanno scattato quella foto”. Non dice mai “nazisti”, Tsvi Nussbaum, dice sempre “tedeschi”. Dice: “Io non ho perdonato i tedeschi. Io non ho dimenticato”. Diciott’ anni fa, nell’ 82, ha rotto per la prima volta quei silenzi che gli avevano trasformato la vita in un incubo muto. E ha raccontato al mondo di essere lui il protagonista di un’ immagine che ha fatto la storia del Novecento: lui, il bambino di quella livida giornata di Varsavia 1943. Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato» «Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l’ angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei Lui, con le braccine levate come un prigioniero di guerra davanti agli assassini della Gestapo, sotto quel berretto troppo grande, stretto in un cappotto striminzito, con i pantaloncini che sembrano cadergli sulle ginocchia, in mezzo a una folla di ostaggi destinati al martirio. Il peso simbolico di quell’ immagine è enorme, il riconoscimento è stato a lungo discusso in questi anni, contestato anche da storici autorevoli. Molti hanno sostenuto che quel bambino sia morto in un campo di concentramento, altri si sono levati per dire «sono io» ma le loro voci si sono spente tra le contraddizioni e le smentite. Tsvi Nussbaum ha 64 anni, ne aveva poco più di sette nel ‘ 43. Abita nella contea di Rockland, a un’ ora da New York. E’ un otorinolaringoiatra adesso in pensione, negli Stati Uniti dal 1953. Ha una moglie americana, Beverly. Quattro figlie grandi, due nipotini, una lunga vita dall’ apparenza serena. Seduto a un tavolo del Centro Studi sull’ Olocausto di Spring Valley, tormenta due foto con le mani ossute, quella del piccolo prigioniero di Varsavia e la fototessera che fecero a lui nel ‘ 45, dopo la liberazione, prima di mandarlo dal Belgio nella futura terra d’ Israele: la somiglianza è impressionante. Tsvi dice: «Sì, sono io quel bambino, anche se non potrò mai provarlo, anche se quasi non me la sento più di ripeterlo, anche se non è nemmeno importante che sia io. Ho detto molte volte quello che dico anche adesso: un milione e mezzo di bambini ebrei, di bambini dei lager, sta seduto qui, a questo tavolo, assieme a me, a gridare: sono io!». Nel 1942 la sua piccola storia di famiglia comincia a coincidere con la tragedia collettiva di sei milioni di persone. I Nussbaum sono tornati pochi anni prima dalla Palestina, dov’ è nato Tsvi. Vivono nella campagna polacca, a Sandomjez. «Mia madre parlava bene il tedesco ed era coraggiosa. Andava lei al comando della Gestapo, per chiedere permessi a nome della comunità». Un giorno è lì a protestare per qualcosa: «Un ufficiale l’ ascolta, tranquillo, prende nota, tranquillo, poi afferra tranquillamente la rivoltella dalla scrivania e le spara». Il padre di Tsvi viene ucciso poche ore dopo, forse dallo stesso nazista. «Venne da noi una donna, bella, bionda, si chiamava Miriam Shochat, mi portò con sé e mi nascose a Varsavia, facendomi passare per suo figlio… anche i miei zii e i miei cugini ci seguirono a Varsavia. Il mio fratellino non l’ ho più visto, né i miei nonni, né la mia bisnonna. Noi eravamo nascosti fuori dal ghetto, quando il ghetto venne distrutto, tra il 19 aprile e il 16 maggio ‘ 43. La data d’ inizio dell’ operazione fu un’ idea di Himmler. Hitler era nato il 20 aprile e Himmler volle fargli questo regalo di compleanno». Quei terribili 27 giorni furono documentati con teutonica pignoleria dal nazista che dirigeva la devastazione, il generale Juergen Stroop, che per questo si guadagnò la croce di ferro di prima classe. Stroop, attraverso il comando di Cracovia, mandava messaggi quotidiani a Himmler e raccolse orgogliosamente 54 fotografie di quell’ orrore: ebrei denudati, mani sulla testa, fagotti umani davanti a macerie e case che bruciano. Una delle 54 foto del «Rapporto Stroop», la numero 12-202z, è proprio quella che diventerà la foto del secolo: «il bambino del ghetto». Ma il punto sta proprio qui, dice Tsvi: «Se quella foto è davvero stata scattata nel ghetto, tra aprile e maggio, il bambino non posso essere io, perché nel ghetto non c’ ero. Noi eravamo nascosti fuori, all’ hotel Polsky. Però Stroop si è fermato a Varsavia fino a settembre. Io credo che abbia integrato il suo dossier. E sono convinto che quella foto sia stata scattata il 13 luglio 1943, il giorno che ci hanno portato via. Non nel ghetto, perché nel ghetto i bambini morivano di fame per strada mentre in quella foto stiamo tutti male ma nessuno è davvero denutrito… «Sì, avevamo i cappotti addosso a luglio, mi hanno contestato anche questo, poi: ma avevamo addosso tutto quello che si poteva portare. Un papà costrinse la figlia a mettere gli stivali e lei piangeva: è stata l’ unica dei suoi a non congelare». Il 13 luglio ‘ 43, dunque. L’ hotel Polsky. «Ci avevano detto: vi rimandiamo da dove siete venuti, tornate in Palestina. Così siamo usciti dai nascondigli e ci hanno caricato sui camion e poi sui treni. Ma un treno era diretto a Auschwitz. L’ altro, il nostro, a Bergen Belsen. Io non ci sarei neanche arrivato a quel treno, i tedeschi mi avrebbero fucilato subito perché ero un bambino solo. Mio zio s’ è fatto avanti, ha detto “questo è mio figlio” e mi ha salvato. Mio zio si chiamava Shalom Nussbaum, è morto un anno fa a Toronto, per me è stato un altro padre… Del viaggio ricordo che i tedeschi giocavano a tiro a segno sui nostri vagoni che passavano. Del lager ricordo poco. So che non posso più vedere le bucce di patata, perché mangiavo soprattutto bucce di patata. So che fino a dieci anni fa non sopportavo i vestiti a righe, perché mi ricordavano la divisa del campo. So che ho paura dei cani, perché i cani del campo mi terrorizzavano. So che conservo sempre un pezzo di pane per domani, perché domani non sai se i tedeschi ti daranno da mangiare. Poi ricordo il sergente americano che ci ha liberato, mentre i tedeschi ci stavano trasferendo ancora in treno a Magdeburgo e si strappavano le spalline da ufficiali per sembrare semplici esecutori di ordini: si chiamava Cohen, quel sergente». Il resto è la vita che cerca di tornare a scorrere, la laurea a New York, il matrimonio, i bambini: «Ho sempre tentato di guardare al domani». Ma raccontare davvero è difficile, quasi impossibile. «No, non ne ho mai parlato con le mie figlie. E soltanto una volta ne ho parlato con mia moglie. Loro non mi chiedono nulla, mai, sanno cosa vuol dire per me. Per capire cos’ era, devi esserci stato. Io qui ho solo amici americani, quando sono stato in Israele ho trovato solo gente nata nei kibbutz, ormai, nessuno sa». Chi sapeva era Marc Berkowitz, una figura carismatica nei circoli dei sopravvissuti all’ Olocausto. E’ Berkowitz che all’ inizio dell’ 82 squarcia il velo della memoria. «Era un mio paziente, sopravvissuto agli esperimenti di Mengele ad Auschwitz. Io gli parlavo del mio passato, lui mi parlava del suo. Mi diceva: “Come fai a sapere che non sei tu, in quella foto?”. Io rispondevo: “Perché è una foto del ghetto”. Fece delle indagini, tornò da me: “La foto non è del ghetto, e credo proprio che sia tu quel bambino”, mi disse». Tsvi Nussbaum si alza. Guarda il cielo grigio su Spring Valley, dalla finestra del centro studi. «A volte preferirei davvero che quel bambino fosse rimasto senza nome. Perché le foto di oggi, le interviste, anche quest’ intervista… tutto è una pena enorme. Ma poi penso che lo devo al mio popolo. Al nostro futuro. Perché quello che è successo non succeda mai più. E allora riesco ancora a vincerlo, il silenzio».

Goffredo Buccini

Il problema delle immagini della storia e. in particolare della persecuzione nazifascista è uno strumento nelle mani di chi, come i revisionisti storici ,sostengono che nulla è accaduto. Del resto è  vero che gli ebrei non possedevano delle macchine fotografiche per fotografarsi nel lager, erano spogliati di qualsiasi avere. Tuttavia, la grande documentazione fotografica dei lager è stata raccolta dagli Alleati, al momento della liberazione.

Abbiamo raccolto degli articoli che analizzano la foto della Storia, l’occupazione nazista del Ghetto che fu la prima feroce offensiva antisemita a partire dal bimbo che alza le mani nel ghetto di Varsavia :

http://archiviostorico.corriere.it/2010/dicembre/28/bambino_del_ghetto_icona_sequestrata_co_9_101228054.shtml

http://www.polonia-mon-amour.eu/2011/01/27/storia-di-una-foto-il-bambino-nel-ghetto-di-varsavia/

http://www.lastampa.it/2011/01/22/cultura/libri/il-libro/a-mani-alzate-contro-i-nazisti-xyNuTMncMc6DCzpeamC91H/pagina.html?exp=1

http://www.mediastudies.it/IMG/pdf/Ghetto_di_Varsavia_SS_agli_ordini_di_Jurgen_Stroop.pdf

Il bambino di Varsavia

Dal presidente di Mistic Media Lucio Pardo ricevo una precisazione 

IL BIMBO DI VARSAVIA: UNA FOTO SIMBOLO

  1. 1.    “IL BIMBO DI VARSAVIA. STORIA DI UNA FOTOGRAFIA.” FOTO RILETTA DA  F. ROUSSEAU E REINTERPRETATA DA MOLTI ALTRI .          Nota di LUCIO PARDO

Pubblicata su Ha Kehillah Torino. estate.2011

Il libro il bimbo di Varsavia. Storia di una fotografia pubblicato ora da Laterza riassume e discute il percorso mediatico della foto del bimbo con le mani alzate, forse la più nota della Shoà.  Ne ricava, fra l’altro, queste osservazioni :

–              questa foto è “colpevole”, perché scattata per glorificare Joseph Blösche il capo unità delle SS e della Gestapo e l’assassino, forse anche materiale, dei rastrellati. Lui, unico in posa, guarda l’obbiettivo, e par che dica “Generale Stroop, son bravo?” Certo che si – gli diranno i superiori- dandogli anche una medaglia al valore. Il bimbo invece isolato, sperduto, con gli occhi bassi, avanti a sé ha solo il nulla. Simbolo perfetto di sconfinate moltitudini di bimbi ebrei, rom, russi, slavi, polacchi.. scientificamente massacrati.

–             La solitudine disperata del bambino, gridata da milioni d’immagini ha un forte impatto emotivo sui lettori, diventa icona della Shoà, ma cancella anche tutti gli altri presenti nel cortile, toglie i riferimenti, decontestualizza l’immagine, non racconta più, –dice lui – banalizza.      Ma la Shoà si può raccontare?

  1. 1.   Il bambino, un simbolo

Il bambino ebreo avanti altri rastrellati a Varsavia,è diventato icona della Shoà. Il rapporto del comandante Jürgen Stroop titola “ 16 maggio 1943, ore 20,15 :  In Varsavia non c’è più alcuna zona ebraica”. In allegato ha un album di 54 foto. Questo è un particolare della foto n. 14  

  2. L’INSOSTENIBILE PESO DELLA SHOÀ. LA RICERCA DI UNA LUCE NELLE TENEBRE

Il gioioso sterminio fine a sé stesso di popoli interi, di donne e bambini per primi, la perfezione di una catena di montaggio che degrada, distrugge, uccide, e di un’altra che trasforma uomini in automi omicidi o complici, è insopportabile.

La truce foto n.4, “didattica” del “bravo” Einsatzkommando che con una pallottola sola elimina ben due ebrei non può diventare un’icona. È orribile.

Tutta la realtà della Shoà è indicibile, inascoltabile, improponibile.

La si trasforma in favola (in film: Train de vie, La vita è bella, il Bugiardo…) o si racconta di salvataggi eccezionali: Schindler List, Il Pianista, Rosenstrasse, Elie Wiesel ne La Notte,….. ove alcuni  si salvano e i sommersi  si vedono meno.

In altri casi singoli ci sono ebrei, cittadini di paesi in guerra con la Germania,  tenuti vivi come possibile merce di scambio.  Dei 164 deportati da Bologna, 59 sono libici, trattenuti in casa “Bagantona”di Bazzano Hanno passaporto britannico, sono deportati a Rechenau (Dachau), ove Shalom Reginiano é ucciso. Tornano gli altri ed il 12.5.2011 Avraham Reginiano,fratello della vittima riceve la cittadinanza onoraria di Bazzano Gli altri 105, deportati vanno ad Auschwitz e ne torna uno solo. Può essere successo così anche a Varsavia. Il 13 luglio 1943, due mesi dopo l’annientamento del Ghetto e dei suoi abitanti,  altri ebrei rastrellati dall’Hotel Polski sono catturati e caricati su camion. In stazione gli ebrei cittadini inglesi, separati dagli ebrei polacchi, sono spediti nel lontano campo di prigionia di Bergen Belsen. Fra loro Tsvi Nussbaum nato in Palestina nel 1936.   La rivolta Araba ha respinto in Polonia lui ed i suoi, uccisi poco dopo, dai tedeschi. Lo adotta lo zio. Da Varsavia li portano a Bergen Belsen e si salvano. Li ritroviamo poi negli USA. Gli altri sono spediti ad Auschwitz. Treblinka non funziona più.

Nel 1982 Tsvi narra la sua storia. Son io –dice- il bimbo della foto. Una foto di due mesi dopo la fine del Ghetto? È vero che la foto è successiva alla fine del Ghetto-. Insiste- Ma Jürgen Stroop resta a Varsavia altri tre mesi. Forse l’ha aggiunta poi. Ma davvero?-si obbietta- ed il rapporto lo spedisce due mesi dopo? E se la foto è dell’Hotel Polski perché la gente, in estate è vestita con cappotti, ed é in strada e non nel cortile? E l’ingresso sarebbe quell’uscio anonimo? E nella foto lo zio dov’é?  

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  1. Un sopravvissuto di Varsavia

Zvi Nussbaum, preso in “zona ariana” il 13.7.1943. A Bergen Belsen sopravvive. Nel 1982 si presenta come ìl bimbo della foto. Racconta la sua Happy End. Ma i Negazionisti, la usano per denegare le prove della Shoà.

3. LA FOTO DIVIENE FAMOSA. SI IDENTIFICANO VITTIME ED IL CAPO SS

Dopo la cattura di Eichmann (1960) il processo e la condanna a lui ed al nazismo,   nel mondo ebraico inizia l’elaborazione del lutto per la Shoà. Si inizia a colmare il fosso fra Diaspora (vittima) ed Israele (invitto) che accetta l’eredità storica della Shoà. Questa foto assume nuovo valore, nel tempo diventa una delle più famose e significative della tragedia. Quattro vittime, ed il Capo SS sono identificati. Per il bambino si  registrano quattro possibili identità descritte nel sito.”Ein berühmtes Holocaust -Foto Letztes Update 6.Juli 2006” da cui viene pure la foto che segue:

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  • Alcune persone identificate nella foto: vittime e carnefice.

Joseph Blösche si presenta: sono io il Capo SS/Gestapo con il mitra. Aggiunge: Tutti gli ebrei sono andati alle camere a gas. Ricordo anche fucilazioni dentro al Ghetto               – Hanka Lamet, e madre Matilda sono identificate da Ester Grosbard Lamet (Miami) zia di Hanka

– Leo Kartuzinsky  é identificato dalla sorella Hana Ichengrin (Yad va shem)

– Golda Stavarowski  è identificata dalla nipote Golda Shulkes (Victoria/Australia)

Le Vittime. I parenti hanno fornito identificazioni credibili di quattro vittime. Le loro immagini sono sovrascritte e commentate in didascalia.

La bimba Hanka Lamet alza una mano e ci guarda con occhi sgranati. La sua Mamma Matilda, mani in alto, guarda altrove. Leo Kartuzinsky, parla alla donna davanti girata verso lui. In fondo Golda Stavarowski esce dal portone di casa e guarda preoccupata Blösche, che punta il mitra sul bimbo.

Il bimbo. Lui è il centro. Piccino solo, smarrito, presago, con la morte in faccia.        Chi è?

Ci son varie ipotesi. Una degli anni ’50, è confermata da due dichiarazioni firmate, di Jadwiga Piesecka in Varsavia il 24 gennaio 1977, di Henryk Piasecki suo marito in Parigi il 28 Dicembre 1978. Il bimbo è Artur Siemiatek, nipote di Josef Dab fratello di Jadwiga. È nato nel 1935 a Lowicz, é figlio Leon Siemiatek e Sara Dab.

La riprende ed accredita come vera il poeta polacco Marek Rymkiewcz, nel suo Umschlagplatz,  (Biblioteka “Kultury”, Paryz 1988,). Edito poi in francese, tedesco, inglese e di nuovo polacco, nel 1992, dopo la caduta del muro di Berlino.

Dal 1977 il prof. Robert Faurisson e seguaci scrivono che la Shoà è tutt’un falso. Camere a gas, Diario di Anna Frank, morte del bimbo a Varsavia, Tutto falso. Il bimbo è vivo. Poi, nel 1978, un uomo telefona al Jewish Chronicle di Londra. Sono io- dice-  il bimbo della foto, sopravvissuto. Voglio restare anonimo. Quel bambino – gli chiedono- portava i calzettoni? (nella foto di allora le gambe non si vedono). No, certo! – Sì, invece –rispondono e lui non si fa più sentire.

Nel 1982 esce la foto di Tsvi Nussbaum con il suo commento diffuso nel mondo.

Sul N.Y. Times. esperti forensi universitari (K. R. Burns,  Georgia), ed in analisi di foto, confrontano la foto famosa, con una foto tessera di Tsvi Nussbaum del 1945.   Differenze palesi: aperte le orecchie della vittima, schiacciate sul cranio quelle di Tsvi.  Lui  tace, ma i negazionisti lo riciclano periodicamente, ora anche in Brasile.

Infine nel 1999, Avrahim Zelinwarger , di Haifa, contatta la Casa dei combattenti del Ghetto. Riconosce i luoghi. Sostiene che il bimbo era suo figlio  Levi Zelinwarger  scomparso nel Lager, e non Artur Siemiatek. Molti particolari sono credibili.

Un carnefice. Solo un uomo nella foto é identificato senza ombra di dubbio:  quello che punta il mitra sul bambino, Joseph Blösche capo unità SS /Gestapo. È lui  stesso, durante l’istruttoria del processo contro di lui per crimini di guerra, che si presenta e firma la certificazione d’identità

4.  SON TUTTI MORTI. PARLA LO SPECIALISTA DI BARANOVITCH (MINSK)

4.  il capo delle SS: Joseph Blösche è nato nel 1912 a Friedland nei Sudeti. Entrato nelle SS,  fa carriera. In Polonia  controlla il confine ucraino sul fiume Bug. Poi va negli Einsatz Gruppen (assassini di pronto intervento). Seguono le armate Nord di Von Leeb in Bielorussia, altri seguono le armate del Centro, altri quelle del Sud (Ucraina). Questi ultimi sono  ritratti in azione nella foto n. 4. Blösche invece massacra in Baranovitch.

Poi il fronte Nord si ferma a Murmansk e Leningrado. Blösche è trasferito nel Ghetto di Varsavia. Eccolo di nuovo impegnato in cacce all’uomo, in uccisioni indiscriminate… Lo chiamano Frankenstein. Poi la rivolta del Ghetto.. Con slancio la soffocano nel sangue ..  É con Stroop in prima fila….  Decorato come lui…. nel 1944 collabora alla distruzione di Varsavia. Dopo lunga latitanza nel 1967 è catturato nella DDR.

  1. Una foto didattica : un colpo solo per uccidere due vittime

1941 . Ad Ivangorod in Ucraina uno dei primi massacri di ebrei degli Einsatz Gruppen. Una madre con il figlio in braccio sta per essere assassinata e precipitare nella fossa con il figlio in braccio. Il carnefice si fa fotografare  e manda a casa la foto. Questa,  foto, é intercettata dalla Resistenza polacca di Varsavia. L’immagine dell’infame delitto è incontestabile, ma è anche insopportabile, non  può diventare icona

 Blösche In carcere a Berlino dichiara:… Ho esaminato la foto della persona in uniforme delle SS, con un mitra in mano..  davanti ad un gruppo di  SS,. con un elmetto d’acciaio con occhiali da motociclista, Quello sono io (das bin ich). La foto mostra che io, membro della Gestapo del Ghetto di Varsavia, insieme ad altre SS, sto spingendo fuori da una casa un gran numero di  ebrei … soprattutto bambini, donne e anziani … con le braccia alzate. Portati poi alla cosiddetta piazza del trasbordo (Umschlagplatz) .. gli ebrei sono stati inviati al campo di annientamento di Treblinka.                                                                                                             Firmato Josef Blösche

Josef Blösche ha reso anche un’altra deposizione. “Ricordo  anche una fucilazione di ebrei abitanti nel Ghetto di Varsavia svoltasi in un momento in cui non c’erano i trasporti per il campo di sterminio di Treblinka. Nell’ufficio SD del ghetto Brandt ha dato ad ognuno di noi una piccola scatola di munizioni per pistola….. ci ha portato in mezzo al ghetto. Non  ricordo l’ora, ma so che avvenne in un cortile a cui siamo giunti attraverso un ingresso dalla strada.  .. Durante la  fucilazione, ci è passato davanti un camion guidato da residenti ebrei. In quel  momento io mi trovavo all’ingresso del cortile. Non posso dire ora con precisione quanti uomini della Gestapo erano lì, possono essere stati da 15 a 25 “ Firmato Giuseppe Blösche, Berlino, 25 aprile 1967

Josef Blösche detenuto in Berlino, processato in Erfurt, nel 1969 (aprile), giudicato colpevole di  crimini di guerra e di aver partecipato il 19 aprile 1943, alla fucilazione di più di 1000 ebrei nella corte di un complesso edilizio é stato condannato a morte.

 É  stato giustiziato a Lipsia Il 29 luglio 1969.

Jürgen Stroop, ha ricevuto il 18 giugno 1943 la croce di ferro di 1° classe, per aver annientato il Ghetto di Varsavia, come scritto nel suo famoso rapporto. Lo ha distrutto con il fuoco senza risparmiare nessuno, e se ne è vantato con Kasimierz  Moczarski, suo compagno di cella per un anno, che ne ha scritto nel libro “Conversazioni con il boia”, Bollati Boringhieri, Torino 2008.

É stato condannato a morte il 18 luglio 1951 dal tribunale di Varsavia.

É stato impiccato il 6 marzo 1952 nel Ghetto di Varsavia

Purtroppo quindi il bimbo della foto di Varsavia non è sopravvissuto, parola di boia Jürgen Stroop, e parola di assassino Josef  Blösche.

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