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Archive for gennaio 2015

Il pensiero bianco di Pietro Broggini sono delle opere dedicate al bianco in cui l’autore conferisce un aspetto di astrazione, conferendo alle immagini atemporalità e qualsiasi connotazione spazio temporale.

Vedere uno sguardo infinito, la rassegna del 2014 della Fotografia europea di Reggio Emilia ha portato alla luce ricerche molto interessanti e ricche di proposte.

A Bologna c’è un concorso : Memoriale della Shoah , chi è interessato può partecipare.

http://www.comune.bologna.it/news/shoah-un-concorso-internazionale-dare-vita-al-memoriale-di-bologna

 

 

 

 

 

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http://www.comune.bologna.it/news/shoah-un-concorso-internazionale-dare-vita-al-memoriale-di-bologna

 

 

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Al momento della liberazione gli alleati, oltre alle forze belliche messe in campo, mandarono cine e video operatori  operatori e fotografi, avrebbero dovuto filmare ciò che trovavano sul loro cammino per fornire una documentazione storica . Sicuramente nessuno si aspettava ciò che realmente fu trovato, le fabbriche della morte, interi capannoni dedicati alle esecuzioni,non solo Auschwitz , Birkenau , Ebensee , edifici che sembravano all’apparenza fabbriche ma che servivano solo a mettere nei forni crematori o gasare le persone deportate. Le pellicole per filmare venne fornita dalla Gran Bretagna , la documentazione e’ molto dettagliata, ore e ore di narrazione di ciò che trovarono gli alleati senza nessun filtro, riprese e documentazione e nient’altro. Le immagini, in gran parte inedite, della liberazione di undici campi, tra cui di Bergen-Belsen, Dachau, Buchenwald, Ebensee, Mauthausen, Majdanek, filmate da quattro operatori militari: gli inglesi Mike Lewis e William Lawrie, l’americano Arthur Mainzen e il sovietico Aleksandr Vorontsos.
I testimoni interrogati , a distanza di anni, parlano di un inferno da cui non sapere come uscire, le parole di un testimone : ” Se ti facevi coinvolgere troppo da quest’orrore finivi per perdere la ragione .” Le immagini parlano di quest’inferno , un abisso senza fondo . Dopo 70 anni e grazie al lavoro scrupoloso di Sidney Bernestein , co fondatore nel 1925 della London Film Society , che oltre alle riprese curava una scrupolosa scrittura di un documento storico che costruiva progressivamente alle riprese ritrovate e montate oggi dall’Imperial War Museum di Londra .
Ma come mai ci chiediamo, queste riprese vedono la luce dopo 70 anni? Perché la Storia ha avuto questo lungo periodo di gestazione prima di vedere la luce? E gli altri filmati come “Memory camp” sono una versione parziale delle ore e ore di pellicola, tutta buona?
L’ unico documento mandato in onda fu” Death mills” di Billy Wilder, un ebreo austriaco naturalizzatosi anni prima in USA e già regista affermato e sensibile, dove si vedeva una parte della carneficina . La ragione risiedeva nel fatto che, all’epoca sarebbero state smorzate le energie del dopoguerra e della ricostruzione di una società fatta di distruzione e rovine, poi i sopravvissuti cercavano di ricominciare a vivere in cerca di una nazione in cui farlo,e le nazioni erano tutte refrattarie ad accogliere altre persone vivendo già una loro economia di crisi postbellica, inoltre i sovietici, dopo l’alleanza,stavano diventando nemici e non si poteva caricare tutta la responsabilità sulla sola Germania.
L’ inizio del 1945 i primi campi sono liberati e le prime atroci immagini vengono inviate a Londra, Bernstein convince la Divisione guerra psicologica del Quartier generale delle forze di spedizione alleate a produrre un film «destinato in maniera specifica ai tedeschi, che fosse la prova inattaccabile delle loro atrocità». Bernestein volle Hitchock che aveva appena finito di girare “prigionieri dell’oceano” e “io ti salverò”. E Hitchcock accetta la proposta dell’amico, pronto a sobbarcarsi un viaggio in nave dagli Usa in Inghilterra dormendo come racconto’«in un dormitorio con altre trenta persone».Segno che il lavoro lo interessava e infatti appena arrivato a Londra si mise al lavoro, insieme allo scrittore inglese Richard Crossman (che scrisse un primo trattamento) e al corrispondente di guerra australiano Colin Wills (che invece stese una vera e propria sceneggiatura). Hitchcock da parte sua dedicò quasi tutto il suo tempo a guardare i materiali che arrivavano dall’ Europa, insieme al montatore Peter Tanner. Tuttavia il film che racconta le atrocità viste non avrà mai una visione completa , che oggi grazie all’ Imperial War Museum di Londra possiamo vedere.

Il progetto, però, viene presto bloccato. Nell’agosto 1945 i rapporti politici tra Regno Unito e Germania sono già cambiati e il Ministero degli Esteri (non più quello dell’Informazione) invece di calcare la mano sui campi di concentramento, preferisce percorrere la strada della riabilitazione del Paese.
Da lì in avanti, il film rimane fermo negli archivi del Imperial War Museum per quasi quarant’anni e conosciuto semplicemente per il suo numero d’archivio: “F3080”. Il film esce dagli archivi solo nel 1984, quando viene proiettato in una versione incompleta al festival del cinema di Berlino. Poi, nel 1985, il programma Frontline della della rete statunitense PBS acquisisce i diritti per trasmettere il film e lo manda in onda, esattamente come è stato trovato, intitolandolo Memory of the Camps. Il film è ancora incompleto: manca la sesta e ultima bobina di filmato e il soggetto scritto da Hitchcock non è mai stato registrato. PBS chiede allora all’attore Trevor Howard di registrare la traccia sonora e manda in onda il film senza video nella parte conclusiva, montando la voce di Howard sopra immagini statiche.

Molto spesso, ascoltando le opinioni dei testimoni, raccolte anche da Steven Spilberg, si avverte che il dolore del ricordo avviene sul lungo periodo, sembra che abbia avuto bisogno di un lunghissimo tempo di gestazione e di elaborazione. O almeno questo processo di liberazione psicologica viene così descritto da Saul Friedlander ” A poco a poco il ricordo”.
La visione di questo film mette a tacere i revisionisti storici che dicono che l’olocausto non è mai esistito. Hitchock rimase frastornato perchè a poche centinaia di metri la vita scorreva incurante nei paesi, con i camini che bruciavano carni umane giorno e notte, e diede a tutto questo una solo risposta : indifferenza. (La banalità del male come diceva Hannah Arendt?)

anteprima :  http://tinyurl.com/n2335q8

shoah_h_partb olocausto 27 gennaio ad Auschwitz

At the time of liberation allies, in addition to military forces fielded, sent cine operators videographers and photographers, were supposed to film what they were on their way to provide a documentation. Surely no one expected what was actually found, the death factories, entire halls dedicated to performances, not only Auschwitz, Birkenau, Ebensee, sheds that looked seemingly factories but that only served to put in the ovens or gassing people deported . The films to film was provided by Britain, documentation and ‘very detailed, hours and hours of narration of what they found allies with no filter, filming and documentation and nothing else. The images, mostly unpublished, of the liberation of eleven camps, including Bergen-Belsen, Dachau, Buchenwald, Ebensee, Mauthausen, Majdanek, filmed by four military operators: the British Mike Lewis and William Lawrie, American Arthur Mainzen and the Soviet Aleksandr Vorontsos.
The witnesses questioned, years later, talking about a hell from which they know how to get out, the words of one witness: “If you were doing too involved from this horror you ended up losing the reason” The images speak of this hell, a bottomless abyss. After 70 years and thanks to the painstaking work of Sidney Bernstein, co-founder in 1925 of the London Film Society, which in addition to shooting cared scrupulous writing a historical document that built progressively to the shooting and found mounted today by the Imperial War Museum in London.
But how come we wonder, these shots see the light after 70 years? Because history has had this long gestation period before you see the light? And other movies such as “Memory camp” is a partial version of the hours and hours of film, all good?
L ‘single document aired was “Death Mills” by Billy Wilder, a jew Austrian naturalizzatosi years ago in the USA and former director said and sensitive, where you could see a part of the carnage. The reason lay in the fact that at the time would have been damped energies after the war and the reconstruction of a society of destruction and ruins, then the survivors were trying to restart their lives in search of a nation in which to do it, and the nations were all refractory to welcome other people already experiencing a crisis in their economy of post-war, the Soviets also, after the alliance, were becoming enemies and you could not load all the responsibility on Germany alone.
L ‘beginning of 1945 the first fields are released and the first atrocious images are sent to London, Bernstein convinces the Division of Psychological Warfare Headquarters of Allied expeditionary forces to produce a film “intended specifically for the Germans, it was proof proof of their atrocities. “Bernstein wanted Hitchcock who had just finished filming “prisoners of the ocean” and “I will save you.” And Hitchcock accepts the proposal of his friend, ready to take on a boat trip from the US to England sleeping like tale ” in a dorm with other thirty people “.Segno that work interested him and in fact just arrived in London went to work , together with the British writer Richard Crossman (who wrote a first treatment) and the Australian war correspondent Colin Wills (who put forth a real screenplay). Hitchcock on his part he dedicated most of his time watching the materials coming from Europe ‘, together with the editor Peter Tanner. However, the film about the atrocities will never have seen a vision, today thanks to ‘Imperial War Museum in London can see.
The project, however, was soon blocked. In August 1945, the political relations between the UK and Germany have already changed and the Ministry of Foreign Affairs (not more than Information) instead of limestone hand on the concentration camps, prefer the path of rehabilitation of the country.
From then on, the film remains stationary in the archives of the Imperial War Museum for nearly forty years and known simply for its archive issue: “F3080”. The movie comes from the archives only in 1984, when it is projected into an incomplete version of the film festival in Berlin. Then, in 1985, the program of the US network PBS Frontline acquires the rights to broadcast the films and broadcasts, exactly as it was found, entitling Memory of the Camps. The film is still incomplete: it lacks the sixth and final reel of the movie and the subject written by Hitchcock has never been registered. PBS then asks the actor Trevor Howard to record the sound track and airs the film without video in the concluding part, by mounting the voice of Howard on static images.

Very often, listening to the opinions of witnesses, also collected by Steven Spielberg, is felt that the pain of remembrance at the long term, it seems to have needed a long gestation time and processing. Or at least this process of psychological liberation is well described by Saul Friedlander “Gradually the memory.”
The vision of this film puts to rest the revisionist historians who say the Holocaust never existed. Alfred Hitchcock was bewildered because a few hundred meters life flowed careless in the countries, with fireplaces that burned human meat day and night, and gave it all a response only: indifference. (The banality of evil of which we spoke Hannah Arendt?)

 Alfred Hitchock’s filmography

http://www.imdb.com/name/nm0000033/

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La fotografa Carla Cerati, reporter e narratrice, incarna quello che il profetico Marshall Mac Luhan descrive nel suo trattato “Dall’occhio all’orecchio” parlando di contaminazione dei media  tra loro  , in particolare Carla Cerati collabora sia  come reporter con la battaglia sociale fatta per immagini di Gianni Berengo Gardin negli anni’70 contro i manicomi, illustrando con il silenzio assordante dalla comprensione universale  delle immagini il trattamento forzato e inumano nelle istituzioni totali, mentre la sua ricchezza narrativa viene premiata nei suoi romanzi vincendo premi e collezionando successi. Nel 2013 la fotografia europea di Reggio Emilia la ospita  http://www.fotografiaeuropea.it/fe2013/carla-cerati/

              http://it.wikipedia.org/wiki/Carla_Cerati

  blurry-eyes-L-Sm8qBN CARLA CERATI, scrittrice, fotografa. Nella sua casa nel 2004. © CARLA CERATI carla-cerati sfondo Cerati manicomio cerati

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La recensione di una insegnante sull’attività di documentazione di Roman Vishniac

http://visionandonellastoria.net/2013/02/26/raccontare-la-shoah-prima-della-shoah-roman-vishniac-2/

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Esponente della fotografia sociale , Roman Vishniac (1897-1990) scienziato, studioso, fotografo, nato a Pietroburgo nel 1897, poi trasferitosi a Berlino nel 1920, poi stabilitosi nel 1940 negli USA, scattò le sue foto nei ghetti e nei quartieri ebraici dell’Europa orientale, costruendo una documentazione storica eccezionale. Vishniac ha consegnato, alla memoria di tutti, 16.000 fotografiedi cui ne sono rimaste solamente 2.000, che costituiscono lo sguardo estremo e impotente (per non avere potuto fare nulal per salvarli) su alcuni di quei 6 milioni di esseri umani che il furore nazista avrebbe annientato nei ghetti, nei campi di sterminio e nelle camere a gas.(Cenni biografici tratti da Alfredo De Paz : l’immagine fotografica, storia,estetica,ideologie ed. Clueb)

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L’invito del gallerista Paolo Rippoliti

Carissimi, eccoci di nuovo con un bel documentario riprendiamo le attivita’.
Sabato 31 gennaio alle ore 14,30
sempre in via Berzantina 12 a Castel di Casio
di fianco alla stazione di Porretta Terme.
Orario un po’ particolare.
Per chi vuole
saperne di piu’ visionate il PDF. Vi aspettiamo
Paolo

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Il fotografo Enrico Scuro ha una ricca documentazione degli anni ’70,  l’Italia stava mutando ,  e le sue foto esaltano il punto di rottura fra gli anni’70 e il decennio precedente.

Pur essendo giovanissimo, l’occhio di Enrico Scuro è acuto , sa scrutare le manifestazioni sociali legati alla cultura antica  come le processioni, gli usi e i costumi della terra,in Italia è ancora presente una forte agricoltura all’epoca, e  le manifestazioni legate a questo aspetto italiano pittoresco, sagre, processioni, ritrovi,  Enrico Scuro le  cerca e trova senza difficoltà documentandole,  impattandole ad un nuovo modo di trovarsi ,  i raduni, i concerti, i giovani che non vogliono essere trascurati e ignorati se intendono partecipare alle decisioni sociali di un’Italia post boom.

Lo sguardo di  Enrico Scuro è di  accoglienza naturale  da parte degli osservati , fa parte di loro, è uno di loro . Per un fotografo che richiede spontaneità e disinvoltura documentativa nei suoi scatti,  questo è un momento importante, farsi accogliere nel gruppo per poi entrare in quella  confidenza che ti permette di scattare   delle fotografie   richiede un lavoro su sè stessi, fornendo,nelle   spiegazioni,  una confidenza  che spesso, per ragioni di timidezza o di esitazione si guadagna faticosamente. In termini di lavoro fotografico, specie nelle macchine fotografiche  d’epoca significava salvare pochi fotogrammi in un rullino con tutto ciò che comportava il discorso dello scarto.

Il fotografo Enrico Scuro guarda le manifestazioni a cui partecipa  non solo come spettatore, ma  anche come fruitore, con un occhio artistico educato, ha ben presente il pattern visivo in cui colloca l’azione della sua fotografia, afferma senza mezzi termini che gira e guarda mostre per potersi formare, oltre a frequentare il DAMS , nucleo originario di una fucina di idee  ed  ideali, internazionali.

 

Ritratto Enrico Scuro

 

Comunione Enrico Scuro 2 Enrico Scuro Marco Ferioli Processione 1976 Raduno al Parco nazionale d'Abruzzo Taranto

cortesia di Enrico Scuro

 

 

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Franco Pinna ha fotografato quello spazio temporale anteriore agli anni ’70, l’Italia che stava crescendo nella sua tipicità e nei suoi costumi arcaici, mentre si formava, grazie agli anni del boom, un nuovo concetto di vita sociale con la convivenza fra il vecchio e il nuovo  modo di abitare la Nazione usi,costumi, sviluppo culturale.

Franco Pinna è stato il fotografo di Ernesto De Martino, antropologo, con specialità di etnomusicologia e ha donato le sue immagini ad una ricerca  che ha analizzato in un vasto con un patrimonio fotografico l’antropologia di un paesino del Sud dell’Italia,  Santa Maria Di Nardò, analizzando, in particolare il punto di contatto fra la religione e l’ambientamento nel paesino . Gli esiti di questa ricerca/studio si trovano  nel libro “La terra del rimorso” , esistono tuttavia vari filmati di difficile reperimento negli archivi della Rai. Oltre a Ernesto De Martino collaborò con Federico Fellini, con altri fotografi come Tazio Secchiaroli e formò un’agenzia che doveva essere affine alla Magnum, i fotografi associati .

Accanto all’impegno fotografico l’impegno politico di Franco Pinna si concretizza nella militanza nel partito Comunista Italiano, da dove si staccherà in occasione dei Fatti d’Ungheria.

http://www.archiviosonoro.org/basilicata/archivio-sonoro-della-basilicata/fondo-pinna

Fanco Pinna mamuthones Franco Pinna Franco Pinna_02 Franco Pinna_03 Franco Pinna_04 Franco Pinna_05 Franco Pinna_06 Franco Pinna_07 Franco Pinna_08

 

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