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Archive for febbraio 2015

Un film dipinto: Mr Turner

Il romanticismo nasce, sul finire del Settecento, in Germania, per poi svilupparsi, nel mezzo secolo successivo, in tutta Europa. Intorno alla rivista “Athenäum”, della quale fecero parte i fratelli August Wilhelm e Friedrich Schlegel, due figure femminili come Caroline Böhmer e Dorothea Mendelssohn, Friedrich Leopold von Hardenberg (Novalis), Tieck, Schleier¬macher e Schelling. Una generazione a cui appartiene, in Gran Bretagna, Joseph Mallord William Turner (Londra, 23 aprile 1775 – Chelsea, 19 dicembre 1851). Tra i caratteri del movimento è la riscoperta della natura. Il che, in pittura, significa paesaggio. Visto anche come rivelazione del bello naturale: vale a dire del sublime: simbolo della nullità dell’uomo di fronte alla grandezza della natura: dal mare in tempesta alla vertigine che può dare l’immensità di una montagna. Un film sul bello naturale è “Mr. Turner”, diretto da Mike Leigh, protagonista Timothy Spall, premio per la miglior interpretazione maschile all’ultimo Festival di Cannes. La poetica di Turner riproposta non con dei discorsi, ma con le immagini. Tra le pieghe della sceneggiatura, inquadrature davvero belle. Un film dipinto. Necessariamente, biografico, sugli ultimi 25 anni di vita del pittore. Si descrive il talento della mano di William Turner; il suo gusto per i colori ad olio; la sua tecnica dell’acquarello; il suo legame col padre William Gayone (Paul Jesson); lo strano rapporto con la governante, sofferente e devota, Hannah Danby (Dorothy Atkinson); i suoi viaggi; la sua frequentazione dell’aristocrazia; la sua mancanza verso le due figlie; il suo incontro con la signora Booth (Marion Bailey), proprietaria di una pensione in riva al mare, con la quale, poi, opterà per una seconda residenza. I suoi temi: i naufragi, gli incendi, la catastrofi. E poi: il fuoco, la pioggia, la neve, la nebbia, il tramonto. La sua capacità di cogliere l’attimo. Di afferrare, col segno del pennello sulla tela, la luminosità, e l’oscurità, del mondo, ai limiti dell’impressionismo, in anticipo sull’informale. Sino al punto di farsi legare all’albero maestro di una nave per provare l’esperienza del mare in burrasca. Sino alle sue ultime parole spirando: “Il sole è Dio”. Volle lasciare la sua collezione allo Stato, perché fosse custodita in uno spazio pubblico, accessibile, gratuitamente, a tutti. Nel film, personaggi storici, compresa una giovanissima regina Vittoria, con lui che, nascosto, rimane ferito dai suoi lapidari giudizi. I colleghi famosi, come John Constable. O meno famosi, come lo sfortunato e squattrinato Benjamin Robert Haydon (Martin Savage). O l’ambiente, improntato ad una franca e disinibita rivalità, della Royal Academy of Arts. Un capitolo a parte merita John Ruskin, il quale, a diciassette anni, del tutto sconosciuto, scrive in difesa di Turner, in un saggio che fece clamore. Lo stesso Turner, come mostra il film, accolse, però, l’infatuazione, con distacco. Timothy Spall restituisce molto bene la fisiognomica di Turner, nella postura, nell’andatura, nei movimenti del viso, degli occhi, delle labbra. Dai grugniti alla recita, a memoria, di brani poetici, sino alla conversazione, con una pianista, in una casa di campagna, sulla sua predilezione per il compositore Henry Purcell. Facendo risplendere la contraddizione tra la vita e l’opera: la debolezza della prima, la forza della seconda; la rozza semplicità dell’uomo, l’ipersensibilità dell’artista. Da vedere, in tutti i sensi.

                                                                                                                                                                                                        Marco Macciantelli

Sotto: un’immagine del pittore William Turner, interpretato dall’attore Timothy Spall, ritratto al dagherrotipo,  premio per la miglior interpretazione maschile all’ultimo Festival di Cannes.

Turner e il dagherrotipo Fighting Temerarie  rimorchiata in bacino per demolirla nave e boa rossa Treno

I dipinti citati nel film Turner :

Turner ritratto al dagherrotipo

Fighting Temerarie rimorchiata in bacino per essere demolita

Nave con boa rossa in primo piano con unghiata di Turner

Il treno

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Può accadere che il cinema dia forma ad uno studio psicoanalitico, è il caso di “Zelig” di Woody Allen che, attraverso il cinema analizza un aspetto sociale dei media e la incarnazione nella personalità . Ne parla, nella sua recensione, Nicolò Barison dal blog  Cinecaverna.

 

Zelig, il conformista per antonomasia
Scritto il 18 febbraio 2015 by Nicolò Barison
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(id.) Genere: Commedia Regia: Woody Allen Cast: Woody Allen, Mia Farrow, John Buckwalter, Marvin Chatinover, Stanley Swerdlow, Paul Nevens Durata: 80 min. Anno: 1983

Woody-Allen-1983-ZeligNew York, anni ’20. Leonard Zelig (Woody Allen) è l’uomo del momento. Egli è vittima di una presunta malattia sconosciuta ai medici, che si manifesta nel saper trasformare le proprie sembianze e la propria personalità in conseguenza del contesto e dell’interlocutore in cui si trova. Zelig riesce così ad adeguarsi perfettamente alla vicinanza di persone di qualsiasi categoria e funzione sociale: nero con i neri, grasso con i grassi, dottore con i dottori, rozzo con i rozzi, nazista con i nazisti, un vero e proprio “uomo camaleonte”. Affidato alle cure della Dottoressa Fletcher (Mia Farrow), cercherà di trovare la sua vera identità, mentre il suo “camaleontismo” si trasformerà in una vera e propria moda, fra gadget e film a lui dedicati, diventando un simbolo della democrazia americana.

Datato 1983, Zelig è un mockumentary, ovvero un finto documentario, ma allo stesso tempo una commedia sperimentale dai risvolti tragicomici, dal soggetto ambizioso ed unico, con una sceneggiatura intelligente ed affascinante, fatta di dialoghi brillanti e colti.

Zelig è il miglior film di Woody Allen? Probabilmente sì. Originalissimo nello sviluppo e nel montaggio (fra finte interviste e riferimenti realistici all’America della prima metà del 1900), la pellicola si presta a numerose chiavi di lettura. Nella sua improbabilità e singolarità, Allen costruisce un personaggio memorabile e lo inserisce nella Storia umana come se niente fosse, facendolo passare per vero.

Bruno Bettelheim, psicoanalista austriaco di origini ebraiche (presente nel ruolo di sé stesso), durante un’intervista afferma che “Leonard Zelig è un uomo che non ha un sé né una personalità. Egli è letteralmente l’immagine proiettata degli altri, uno specchio che restituisce alle persone la propria immagine. Se Zelig fosse psicotico o solo estremamente nevrotico, era un problema che noi medici discutevamo in continuazione. Personalmente mi sembrava che i suoi stati d’animo non fossero poi così diversi dalla norma, forse quelli di una persona normale, ben equilibrata e inserita, solo portata all’eccesso estremo. Mi pareva che in fondo si potesse considerare il conformista per antonomasia”.

Woody Allen sforna forse il più geniale dei suoi film, creando un personaggio che rimarrà nell’immaginario collettivo per sempre, tanto che, quando si vuole parlare di camaleontismo e di trasformismo dipendente dal contesto ambientale, proprio grazie a questa pellicola, in psichiatria è stata coniata la Sindrome di Zelig (Zelig Syndrome o Zelig-like Syndrome).

Zelig è un indimenticabile esperimento cinematografico sulle psicosi della società moderna che, sotto le vesti della satira grottesca, cela intenti nobilissimi, come l’indagine sociologica e psicoanalitica di un’umanità che non anela alla differenze individuali ma alla conformazione, perché per sentirsi accettati bisogna assomigliare a tutti gli altri.

Gli psichiatri ringraziano. E anche il cinema con la “C” maiuscola.

                                                                                                                        cortesia di Nicolò Barison

 

 

zelig

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Le fotografie della Farm Security Administration – Office of War Information Collezione fotografica formano un registro iconico della vita americana tra il 1935 e il 1944.  Il  progetto governativo  degli Stati Uniti  deve la sua esistenza da Roy E. Stryker, che ha guidato  un susseguirsi di agenzie governative: il reinsediamento Administration (1935-1937), la Farm Security Administration (1937-1942).

Il presidente Roosevelt in persona istituì nel 1937 la Farm Security Administration (FSA), un centro di committenza fotografica che rilanciava l’esperienza dell’agenzia Rural Resettlement Administration, fondata nel 1935 allo scopo di documentare la recessione agricola dilagante nel Paese. La FSA si trasformò in una fucina collettiva di istantanee di povertà: operò fino al 1943, suscitando nel mondo fotografico la nascita di una vera e propria corrente di fotoreporter: Arthur Rothstein, Gordon Parks, Dorothea Lange, Todd Webb, Ben Shahn, Carl Mydans e Walker Evans furono solo alcuni tra i grandi fotografi che collaborarono al progetto. I negativi sono attualmente conservati presso la Library of Congress di Washington.

 

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 http://www.loc.gov/pictures/collection/fsa/

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A meta’ degli anni Settanta, per descrivere i suoi viaggi Patrizia Pulga ha preferito il linguaggio delle immagini. Ha prediletto foto in bianco e nero, sviluppate e stampate da lei stessa, al colore, non volendo fornire una visione turistica del mondo, e ha messo le donne come principale soggetto del suo obbiettivo fotografico. La ricerca di Patrizia Pulga è di tipo antropologico e sociale in quanto analizza le culture dell’altro convivendo assieme ai suoi soggetti in uno spazio temporale e si accorda con i fotografati/e sull’anima stessa delle immagini che vuole ottenere, per aprire un varco non solo per lei stessa, ma una sponda di dialogo che avvicini più culture, parlando con il linguaggio universale delle immagini. Nel 1979 Patrizia Pulga ha capito che non ce l’avrebbe fatta ad appendere la sua camera anche per poche ore al giorno per fare un altro lavoro e così è diventata fotografa a tempo pieno, investendo la sua professionalità anche per foto pubblicitarie, pur continuando la sua ricerca su tematiche inerenti le donne e la culture di altri paesi.
Come Charter Member di Women in Photography International, associazione professionale con base a Los Angeles, Patrizia si occupa della divulgazione nel sito dell’associazione (www.womeninphotography.org ) dei lavori di fotografe dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina, mentre in Italia affianca alla professione di fotografa quella di docente di fotografia.
Le sue immagini fanno parte delle collezioni di :
C.S.A.C. (Centro Studi Archivio Comunicazione)dell’UNIVERSITA’ di PARMA
Beinecke Rare Book and Manuscript Library, Peter Palmquist Western Americana Permanent Collection della YALE UNIVERSITY, in USA
– WIPI Charter Gallery 2014 – 15 alla YALE UNIVERSITY in USA
Numerose le mostre in Italia e all’estero delle sue opere, tra cui: a Bologna alla Galleria d’Accursio, all’Archiginnasio, al Palazzo dei Notai e al Palazzo Comunale, a Firenze alla Galleria degli Uffizi, a Milano al SICOF (Salone Internazionale della fotografia), all’Accademia Italiana di Londra, al World Trade Center di Barcellona, ai Musei d’Arte Moderna di Vilnius, Zagabria e Monaco di Baviera, mentre a PHOTO LA, il Salone della Fotografia di Los Angeles,è stata presente anche quest’anno assieme alle colleghe del direttivo di Women in Photographt International.
Patrizia ha appena presentato, al Centro di Documentazione delle Donne di Bologna, una ricerca sulle fotografe dalla nascita della fotografia ad oggi, corredata da uno slide show.

Atre notizie sul sito www.patriziapulga.it

PULGA01PULGA02PULGA03PULGA04PULGA05ISTANBUL - QUARTIERE DI FENERINDIA - KODAIKANAL TAMIL NADUISTANBUL - MOSCHEA FATIH

Cortesia di Patrizia Pulga

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Uno dei massimi studiosi ed editori della fotografia italiana è Maurizio Rebuzzini che ha così ricordato la nascita della fotografia con Talbot. Naturalmente la disputa  Daguerre/Talbot è compresa…

William Henry Fox Talbot (1800-1877)

L’11 febbraio 1800 nasce William Henry Fox Talbot.

Per quanto l’ufficialità della nascita della fotografia debba necessariamente riferirsi alle date di annuncio e presentazione del processo dagherrotipico (7 gennaio e 19 agosto 1839), bisogna tenere conto che la fotografia, così come l’abbiamo sempre intesa e ancora la intendiamo, è evoluta a partire dal negativo-positivo di William Henry Fox Talbot (oggi, file digitale), che è dunque il vero inventore della fotografia.

All’indomani dell’annuncio del dagherrotipo, del 7 gennaio 1839, William Henry Fox Talbot vantò e rivendicò la priorità dei propri esperimenti. Il trentuno gennaio riferisce del suo “disegno fotogenico” alla Royal Society, dopo che -il precedente venticinque- Michael Faraday ne aveva relazionato ai membri della Royal Institution.

In Italia, il manuale “Metodo per eseguire sulla carta il fotogenico disegno rinvenuto dal signor Fox Talbot” è stato pubblicato a cura di Gaetano Lomazzi, nel 1839, dall’editore milanese Giuseppe Crespi, in data sconosciuta, da marzo ad agosto; comunque, antecedente all’edizione italiana del manuale di Daguerre (1840). Si tratta della traduzione delle relazioni pubblicate dal periodico inglese a carattere scientifico “The Athenaeum”, il due, nove e ventitré febbraio, a seguito delle sedute svolte da William Henry Fox Talbot alla Royal Society. Ma, soprattutto, si tratta della rivendicazione di priorità dei propri esperimenti, già espressa in una lettera inviata all’accademico François Arago, padrino di Daguerre, il ventinove gennaio.

«Nella primavera del 1834 cominciai a mettere in pratica un metodo, che aveva divisato qualche tempo innanzi per impiegare utilmente la curiosissima proprietà, stata da lungo tempo conosciuta dai chimici, che possedeva il nitrato d’argento, principalmente il suo scoloramento quanto era esposto al raggio paonazzo della luce. Questa proprietà mi parve di essere forse capace di un utile applicazione nel seguente modo».

Nell’agosto 1835, William Henry Fox Talbot ottenne l’immagine negativa (6x6cm circa) di una finestra: oggi, la conteggiamo come prima immagine negativa. Successivamente, questa sarà la base del processo calotipico (calotipo), che si contrapporrà al dagherrotipo. Basato sul princìpio del negativo-matrice dal quale ottenere copie positive in quantità praticamente infinita, il calotipo è diverso dal dagherrotipo, in copia unica. Fox Talbot utilizza una superficie di carta resa sensibile alla luce con nitrato e cloruro d’argento. In semplificazione, il disegno fotogenico è realizzato su carta salata: ovverosia, carta sensibilizzata alla luce con sale da cucina.

Non ci si può riferire a William Henry Fox Talbot senza richiamare e sottolineare il valore storico della sua edizione di “The Pencil of Nature”, il primo libro illustrato con fotografie applicate, avviata all’indomani dell’apertura di uno studio fotografico a Reading, l’attuale Baker street di Londra: edizione originariamente apparsa in fascicoli (di nessun successo commerciale, va rilevato), dal 29 giugno 1844 al successivo aprile 1846.

Di “The Pencil of Nature” esistono almeno due edizioni moderne in anastatica, che danno peso e spessore soprattutto alla consecuzione dei calotipi originari: la prima è quella di Da Capo Press, New York, 1969, con introduzione di Beaumont Newhall, allora direttore della George Eastman House; l’altra è quella di Hogyf Editio, di Budapest, del 1998. Quindi, segnaliamo che Fabio Augugliaro, ai tempi giornalista di settore, aveva tradotto e commentato le annotazioni di alcune tavole: in “Reflex”, del febbraio 1983.

Sottolineiamo ancora la personalità di infaticabile ricercatore, ricordando che, nel 1851, sfruttando una potente scintilla elettrica, William Henry Fox Talbot fotografò nitidamente una pagina del “Times”, fissata su un supporto in movimento rotatorio (per l’esattezza, proprio una ruota).

Oltre gli esperimenti preistorici, definiamoli così, a partire dall’attività dello studio professionale avviato a Londra, William Henry Fox Talbot ha realizzato/scattato oltre cinquemila immagini, che includono affascinanti visioni della sua casa di Lacock Abbey, ritratti di amici e famigliari, still life di elementi botanici, tessuti e oggetti di vario tipo. A conti fatti, ha rivelato una raffinata e colta espressività d’autore. Senza dubbio, le sue fotografie, raccolte e presentate in eleganti monografie a noi contemporanee, riflettono la società e il mondo culturale del tempo, e si rivelano immagini affascinanti, in grado di emozionare ancora oggi (soprattutto oggi).

                                                                                                                                Maurizio Rebuzzini 

Talbot

Fox Talbot Henry Fox Talbot

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Prima della fotografia digitale la Polaroid ha fatto da apripista, infatti il famoso  “voi spingete il bottone, noi facciamo il resto” incoraggia ad un uso sperimentale della Polaroid che in tempi brevissimi restituisce la fotografia pronta, senza bisogno di dovere passare dal laboratorio. I fotografi cercano un uso creativo e sperimentano la Polaroid per interagire con la chimica del supporto . Willy Masetti scolla il supporto dalla pellicola e la fa lavorare, a lungo. La gelatina chimica continua a stupire per la resa anche dopo molto tempo, e ripropone il tema caro alla fotografia, riportandola all’unicuum.

Willy Masetti, Fulvio Fulchiati, Grazia Toderi hanno fatto parte del gruppo Abrecal , coordinati dal maestro Nino Migliori.

I ritratti in Polaroid di Willy Masetti 

 

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Di recente è stato proiettato nella tv in chiaro un film di Carlos Saura, che si è avvalso della fotografia del premio Oscar Vittorio Storaro, per il film biografico su Francisco Goya, uno fra i massimi pittori spagnoli. La storia è vista dai quadri di Goya a cui, come un tableau vivent, Storaro ha dato vita cinematografica, diretto da Saura.

Qualche anno fa,  ad Arte libro, a Bologna, Vittorio Storaro ha presentato una sua pubblicazione ed ha parlato in sala Borsa, le riprese sono di fortuna,  con un pò di fantasia si può anche ascoltare il suo intervento.

 

Il Goya di Storaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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