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Archive for settembre 2015

Si ringrazia per il contributo del giornalista enogastronomico (materie in cui l’Italia eccelle nel mondo)  di Umberto Faedi

I mitici Tortellini Bolognesi si dice siano ispirati all’ombelico di Venere emblema di bellezza e perfezione. Si avvicina il 4 Ottobre giorno di San Petronio e data scelta dalla Associazione TourTlen per proporre in degustazione il piatto simbolo della cucina felsinea e l’affermazione del patron del Ristorante Diana ha ravvivato il dibattito in tutto l’ambiente enogastronomico. Eros Palmirani ha dichiarato di vergognarsi della versione marinara dei mitici turtlen. Personalmente non concordo con la sua affermazione anche se non parteggio per le interpretazioni estreme. Sono per le contaminazioni e per le interpretazioni moderne della cucina e dei vini perché sono convinto che cambiare sia positivo e assaggiare vini e piatti può solo arricchire la cultura personale e collettiva. Sono favorevole contemporaneamente a mantenere vive le tradizioni dei piatti, dei vini e dei prodotti per quello che si può contemperare con l’attualità.
Ergersi a custode della tradizione tacciando di blasfemia chi propone versioni diverse dal classico di un piatto mi sembra una posizione perdente. E poi certi ristoranti dovrebbero guardare con più attenzione alla qualità dei piatti e dei vini che propongono. A proposito di vini a Bologna purtroppo moltissimi ristoratori non hanno in repertorio i vini dei Colli Bolognesi preferendo proporre quelli di altre regioni o prodotti poco costosi o che hanno in conto vendita. In quasi tutte le regioni d’Italia sono felici e orgogliosi di proporre i loro vini a chi si ferma a ristorarsi nei bar, nelle osterie, nelle trattorie, nei ristoranti, negli hotel, nelle enoteche. E lo stesso discorso riguarda gli Spaghetti alla Bolognese. Anche in questo caso gli oltranzisti della tradizione storcono il naso e tacciano di osceno un piatto molto ben radicato nella cucina delle famiglie petroniane. A parte il fatto che ristoratori intelligenti li hanno già inseriti nel menu da alcuni anni forse grazie al fatto che la Balla degli Spaghetti alla Bolognese ha portato il caso all’attenzione dell’ambiente enogastronomico con ironia tutta bolognese e con competenza, anche perché molti turisti che vengono a visitare la nostra meravigliosa città li chiedono quando vanno a mangiare. Un buon ragù preparato con cura e pazienza, e ovviamente con i giusti ingredienti, identificato in tutto il mondo come salsa alla bolognese non si vede perché oltre che nelle tagliatelle e nelle lasagne non possa essere unito in marriage con gli spaghetti. Purtroppo il lato oscuro della situazione e’ rappresentato dal fatto che la cosiddetta salsa alla bolognese all’estero e’ soggetta a interpretazioni spesso disdicevoli e circolano da tempo famigerate lattine che contengono un sedicente sugo bolognaise che non vorrei mai avere al tavolo. Gli Spaghetti alla Bolognese a dispetto di tutti i detrattori sono destinati ad entrare di diritto nella tradizione della cucina petroniana e la Balla continuerà a tener vivo l’argomento e il piatto con molteplici iniziative e sorprese.

Umberto Faedi

spaghetti tortellini

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Ho trovato questo intervento dello psichiatra Leonardo Montecchi e gli ho chiesto il permesso di pubblicarlo. Lo ringrazio.

Questo e’ il mio intervento al convegno la gestione del male che si e’ svolto oggi a Fabriano.

La gestione del male nel gruppo

“Nella mia anima non chiamo nessuno,non ho bisogno di nessuno, posso fare da me” così dice Nicolaj Stavrogin al monaco Tichon nei Demoni di Dostojevski.
Questa affermazione ha delle conseguenze all’interno di un gruppo nel senso che va a costituire il nocciolo della resistenza alla convocazione.
Infatti un compito qualsiasi troverà un ostacolo insormontabile in questa dichiarazione di autosufficienza. Tuttavia questa coscienza e’ falsa perché la negazione del vincolo con l’altro nasconde a se un tipo di socialità non cosciente che José Bleger chiama simbiotica e Jean Paul Sartre seriale.
E’ quella socialità muta che vincola gli individui senza che se ne rendano conto ma che emerge in situazioni particolari.
Qualche giorno fa,ad esempio, mia moglie ed io eravamo a Roma e aspettavamo l’arrivo del treno in una stazione della metropolitana.
Una condizione di serialita’. Ognuno faceva per se, senza interazioni. Improvvisamente l’altoparlante comunica che il treno non sarebbe arrivato per via di un incidente o di qualche altro impedimento, poi dice che ci sarebbe stata una navetta sostitutiva uscendo dalla stazione a destra,senza precisare altro.
Usciamo assieme a tante persone,cerchiamo la navetta disorientati come tanti. A questo punto emerge la socialità per interazione:
“cosa hanno detto? Mah,fanno sempre così! La navetta potrebbe essere qui, o li.
Qualcuno traduce in una altra lingua,qualche altro cerca spiegazioni. Si dialoga,si cerca una soluzione alla situazione di difficoltà. C’è un compito comune che fa emergere vincoli che fino ad allora erano rimasti muti.
La stessa cosa succede in un gruppo che ha come compito parlare degli ostacoli che impediscono di realizzare i progetti i sogni,i desideri e di qualsiasi altra cosa.
In questo caso inizialmente gli integranti del gruppo possono comportarsi come tanti Stavrogin. Ognuno parla per se, fa un monologo, che ha la forma di un lamento, gli altri sembra che non esistano,o se esistono,si presentano come un ostacolo al desiderio di scaricare i propri malumori a meno che non si configurino come spettatori silenziosi e compiacenti che ascoltano senza fiatare lo sfogo di chi non chiama nessuno nella propria anima.
Non è facile uscire da questa situazione contraddittoria, ognuno parla di se e per se come se fosse in una bolla. Una volta,in questo gruppo,una integrante racconto’ un sogno che esemplifica bene questa situazione:
“Ho sognato che ero una ballerina che ballava sul ghiaccio ed ero rinchiusa in una bolla di cristallo come un carillon”
La bolla e’ una difesa che non permette l’accesso dell’altro e’ una resistenza narcisistica che necessita di un ambiente caldo per potersi sciogliere.
Dunque il problema, in questo caso,sarebbe come “rompere il giaccio” cioè rompere la dissociazione fra il campo ambientale costituito dal gruppo qui ed ora con me, e il campo psicologico, dominato dalla difesa narcisistica.
Tecnicamente siamo in una fase di pre-compito in cui emergono le appartenenze istituzionali come se queste definissero l’essere:
“Sono un professore di matematica, sono un medico, sono un cameriere, sono un ciclista, ma anche: sono un borderline, sono un bipolare,sono uno schizofrenico. Alcune sono identità fattiche nel senso di “lei non è il cameriere, lei fa il cameriere” come dice Sartre nell’essere e il nulla, altre come
” sono schizofrenico”, ” sono borderline” appartengono al processo di reificazione del’ essere che è l’effetto di una procedura di ricodificazione di flussi decodificanti.
Queste identità’ istituzionali ostacolano il passaggio dalla fase di pre-compito a quella di compito.
C’è un problema: questo circuito narcisistico-istituzionale-identitario,produce un godimento freddo.
Come dice Stavrogin:
” mi inebriava la tormentosa coscienza della mia bassezza”.
C’è però un percorso nel godimento masochista che introduce l’altro, si trova nel Deleuze del freddo e crudele,e prima ancora nella critica di Reich all’idea del masochismo primario su cui Freud fonda il godimento al di la del principio di piacere,tipico della pulsione di morte.
La ripetizione dell’identico e’ una coazione che genera godimento ma è’ un godimento freddo e necrofilo:
“una sera si diresse verso un cimitero,e gli adolescenti che trovano piacere nel violare i cadaveri delle donne morte da poco,poterono se lo vollero,ascoltare la conversazione che segue.(…)”
dice il conte di Lautemont nei canti di Maldoror.
Dunque ci si presenta il problema di come uscire dal cimitero freddo e ghiacciato delle appartenenze istituzionali, dal ordine simbolico del nome del padre come direbbe Lacan.
Per uscire da questo ordine serve un contratto che definisca gli spazi i tempi i ruoli ed il compito, ed è con il contratto che emerge la colpa per il piacere che si prova nel sentirsi chiusi e costretti, quel sentimento che Facchinelli ha chiamato claustrofilia.
Qui ritorniamo al masochismo nella interpretazione di Deleuze quando dice:
” La colpa rende libero il masochista. La colpa si identifica con l’umorismo”
Il sentimento di colpa in un gruppo e’ strettamente legato all’apprendimento.
Sembra che la conoscenza sia legata alla colpa di trasgredire il divieto di mangiare il frutto dell’albero proibito. Ma la punizione della costrizione nelle regole del setting permette di provare il piacere nella conoscenza,di ridere nell’apprendimento e di deridere tutti i ruoli in commedia.
L’umorismo, di cui Armando Bauleo era la più grande espressione che io abbia conosciuto con la sua risata contagiosa,ripristina una circolazione libidica basata su una legge materna che riscalda l’ambiente e produce un atmosfera creativa,un piacere caldo in cui può emergere qualcosa di nuovo ed è a questo punto che si incontra il male nella sua banalità.
Ossia emergono gli stereotipi che ingabbiano il pensiero e l’affettività all’interno di schemi cristallizzati, procedure che si ripetono invariate senza apprendere dall’esperienza.
Diceva Eichmann ” il linguaggio burocratico (Amtsprache) e’ la mia unica lingua”
Hanna Arend commenta: ” Il fatto si è però che il gergo burocratico era la sua lingua perché egli era veramente incapace di pronunziare frasi che non fossero clichés.”
I cliché sono gli stereotipi,Armando Bauleo li definiva schemi rigidi di pensiero e di comportamento sovrainvestiti di affettività che vengono applicati in situazioni nuove per impedire l’apprendimento dalla esperienza.
Pichon Riviere definiva gli stereotipi come i nostri nemici cioè come la causa della mancanza di pensiero la ripetizione in situazioni diverse degli stessi modi di essere.
In questa accezione lo stereotipo e’ un abito, come direbbe Peirce,che non si modifica con la prassi, o se vogliamo allargare il discorso e’ una teoria che non può essere falsificata,come dice la famosa frase attribuita ad Hegel:
” se i fatti non concordano con la teoria, tanto peggio per i fatti”.
Dunque una ideologia non scientifica che non ammette contraddizioni e che è’ chiusa in se stessa.Non c’è possibilità di novità. Tutto è’ circolare ed è’ chiuso in una sfera di autosufficienza.
Le stereotipie appaiono per controllare l’ansia della situazione sconosciuta.
Di fronte alla novità si applicano gli schemi conosciuti perché pensare il nuovo e’ difficile ma è indispensabile per riuscire ad apprendere dall’esperienza.
Bisogna dunque,come diceva Nietzsche
“trasformare la merda in oro” cioè se il gruppo lavora sul suo compito può trasformare le ansie di base: confusive, depressive e paranoiche che emergono con la rottura degli stereotipi,
in concetti che vanno a costituire la base dello Schema di Riferimento Concettuale ed operativo specifico di quel gruppo e solo di quel gruppo.
Nella sua teoria del pensiero Bion chiamava questa trasformazione il passaggio dagli elementi beta agli elementi alfa, ma perché questo passaggio possa avvenire, perché si possano fabbricare i concetti e’ necessaria la funzione alfa, cioè un contenitore ampio che contenga le ansietà e non le faccia colare fuori dal gruppo.
Questo contenitore e’ dato dalla internalizzazione del setting, detto in un altro modo dal sentimento di appartenenza a quel gruppo in quel momento.
Si può notare il passaggio a questo momento quando qualcuno comincia a dire noi, con riferimento al gruppo nel qui ed ora ed a riferirsi a ciò che è’ dentro e a ciò che è fuori. Il dentro ed il fuori sono distinti da un calore differente, il dentro e’ più caldo e permette una maggiore circolazione di affettività e di libido. E’ successo che la bolla si è sciolta, le resistenze che impedivano che l’altro diventasse presente nell’anima sono cadute e si è’ costruita una intimità più vasta e’ l’anima del gruppo che non solo lascia entrare l’altro che ora è’ qui con me,ma fa apparire alla mia coscienza un gruppo interno in cui gli altri sono sempre stati presenti, come oggetti parziali e poi come imago, materna,paterna,fraterna e così via per usare i termini di Jung che Freud fa suoi in dinamica della translazione.
Le imago non arrivavano alla coscienza perché Stavrogin non “chiama nessuno”.
Il suo esserci nega il bisogno dell’altro.
Ma si tratta di una verneinung che istituisce il “male” così come lo stiamo intendendo:come diniego non solo dell’aggruppamento esterno e dunque resistenza al compito,ma come denegazione o disconoscimento del gruppo interno,delle imago che ci costituiscono.
Nel dialogo iniziale fra Stavrogin e Thicon appare chiaro il disconoscimento:
” Vi guardavo e ricordavo i lineamenti della vostra genitrice. Non vi somigliate esteriormente ma c’è una somiglianza, interiore, spirituale.
Non c’è nessuna somiglianza, soprattutto spirituale.
As -so -lu -ta -men -te, nessuna!”

La denegazione ha l’imago della bolla autosufficiente: una monade senza porte ne’ finestre. Il freddo godimento di una istituzione sadica.
Come dice Deleuze:
“Il sadico ha bisogno di istituzioni,il masochista di relazioni contrattuali”
E’ dunque il contratto che istituisce un setting a favorire un cambiamento del clima che fa emergere
Il gruppo interno. Questo comincia a interagire con il gruppo esterno creando una tensione permanente che produce un cambiamento.
Le imago possono essersi formate o deformate in passate situazioni particolari. Il clima del gruppo può permettere una modifica del carico emozionale depositato sulle imago. Tutto questo avviene nell’intergioco della assegnazione ed assunzione di ruoli che costituisce il codice che il gruppo ha costruito lavorando sul compito.
Quando tutto questo e’ compiuto il nostro
Mefistofele
guardandosi attorno. Può dire:

E allora? Dove se ne sono andati?
Banda di ragazzetti,m’hai preso di sorpresa!
Via verso il cielo con la preda,a volo: ecco
quello che pregustavo intorno a questa fossa!
M’hanno rubato un raro tesoro,unico.
Si era legata,quell’anima grande,con me.
Un trucco e a me l’hanno soffiata.

Ed ora da chi andrò a reclamare?
Quello che era il mio diritto chi me lo renderà ?
Ti hanno ingannato nei tuoi vecchi giorni,
l’hai meritato,ti va proprio male.
Ho sbagliato da idiota.
Persa tanta fatica: che vergogna.
Una libidine volgare,un assurdo
capriccio sono entrati
nel più incallito dei diavoli.
Per quella sciocca faccenda puerile
quanto lui si affannava,il molto esperto!
Allora la pazzia che proprio alla fine l’ha vinto
poca non era di certo.”

Ci vuole molta pazzia per gestire il male nel gruppo.

Leonardo Montecchi
Fabriano 24/9/2015

Bibliografia

Fiodor Dostojevski. I demoni. Einaudi
José Bleger. Simbiosi e ambiguità Armando
Psicologia della conducta. Paidos
Psico igiene e psicologia Istituzionale. Lauretana

Jean Paul Sartre. Critica della ragione dialettica. Il saggiatore
L’essere e il nulla. Il saggiatore

Gilles Deleuze. Il freddo e il crudele. Guanda

Sigmund Freud. Al di la del principio di piacere.
Dinamica della translazione

La negazione. In opere. Boringhieri

Wileim Reich. Analisi del carattere. sugar
I.Ducasse de Loutremont. I Canti di Maldoror Feltrinelli
Elio Facchinelli. Claustrofilia. Adelphi
Hanna Arend La banalità del male. Feltrinelli
Enrique Pichon Riviere. Il processo gruppale. Lauretana
Armando J Bauleo. Ideologia gruppo e famiglia. Feltrinelli
C.Sanders Peirce. Opere. Bompiani
Wilfred Bion. Trasformazioni. Armando
Apprendere dall’esperienza

Jaques Lacan Jean Hyppolite commento alla verneinung freudiana
J.Wolfang Goete. Faust. Mondadori

il trionfo della pesteIl trionfo della morte di Brueghel il Vecchio visibile dal 2 ottobre 2015 a Bologna a palazzo Albergati

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Dialogo sul libro di Maurizio Garuti : ” Due giorni e una notte nella grande guerra” con Gian Mario Anselmi, letture di Ivano Marescotti . Presenta Davide Ferrari.

i reading di Ivano Marescotti 

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Se mi cerchi non ci sono, è l’ultimo libro di Marina Mizzau che, ricevendo la targa Volponi dalle mani dell’on. Paolo Bolognesi ha parlato della sua opera, con lei  Renata Galatolo e Patrizia Violi. Direzione artistica di Davide  Ferrari .

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