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Archive for ottobre 2015

Parigi, dicembre 1921. È la vigilia di Natale, un elefante aspira l’acqua da una cascata e innaffia un gruppo di scimmie nascoste tra le palme. La scena si svolge a Parigi, in rue de Rivoli. È un trionfo di neon colorati, opera dell’ingegnere fiorentino Jacopozzi.
L’uomo che contribuì a trasformare la Parigi degli anni venti nella Ville Lumière si era fatto conoscere per il suo progetto di illuminazione della “finta Parigi”, commissionato dallo Stato Maggiore francese durante la Prima guerra mondiale.
Le esperienze luminose di questo mago della luce seducono il fotografo francese Léon Gimpel.

Appassionato di luminarie, Gimpel utilizza l’autocromia, ossia il primo procedimento di fotografia a colori brevettato e commercializzato dai fratelli Lumière. La sua tecnica consiste nel sovrapporre due scatti diversi, uno effettuato al crepuscolo e l’altro in piena notte allo scopo di restituire l’atmosfera e l’illuminazione notturna in tutta la loro potenza.
Dall’insegna colorata alla pubblicità decorativa, l’industria dei giochi di luce prende le mosse dalle ricerche del chimico francese Georges Claude, inventore nel 1910 del tubo luminescente ad alto voltaggio (néon).

Léon Gimpel illustra anche l’imponente operazione di marketing pubblicitario condotta da Jacopozzi. Con l’aiuto dell’industriale Citroën, Jacopozzi trasforma la Tour Eiffel, «piatto e inerte pinnacolo scuro» in un «teatro della più straordinaria magia elettrica che sia mai stata creata al mondo». A questa incomparabile installazione si aggiungono via via le illuminazioni dei grandi magazzini di Parigi come Les Grands Magasins du Louvre, le Galeries Lafayette, la Samaritaine, il Bazar dell’Hôtel de Ville e il Bon Marché e poi ancora la copia del tempio di Angkor per l’esposizione coloniale della Porte Dorée, tutte magie che partecipano della nuova scrittura luminosa della Parigi by night.

Luce Lebart, curatrice della mostra

Collection Société française de photographie

Parigi da Ville a Ville Lumiere : nella collezione è presente la foto storica della mostra che risale al 1905

La collezione storica presente alla Biennale di fotografia industriale a Bologna vede le foto di Leon Gimpel, la guida spiega la realizzazione

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Inbev si beve Peroni

L’accordo tra Sabmiller e Inbev che ammonta a 68 miliardi di sterline e cioè 104 miliardi di dollari fa nascere un colosso che produrrà un terzo dei boccali di birra bevuti ogni giorno nel mondo. Il gruppo belga ha acquistato il gruppo rivale inglese che controlla la ex italiana Birra Peroni. Chiamami Peroni recitava il Carosello ma come la possiamo ancora riconoscere? La bionda succinta che compariva nello spot ed ammiccava sinuosamente invitando ad ordinare ed acquistare quella bevanda\e’ in pensione, sempre che la Fornero glielo abbia consentito e oramai la bieca globalizzazione spadroneggia a colpi di miliardi in tutti i settori. Anche in questo caso finirà che non si distingueranno più certi marchi anche storici dagli altri dozzinali e di produzione copiosissima, come purtroppo avviene già per le tipologie dei prodotti alimentari e le bevande. Mi sovviene che ci sono fortunatamente tanti birrifici artigianali in Italia e all’estero che producono bevande di grande qualità, ben riconoscibili e gradevoli legate alla tradizione e al territorio ma al passo coi tempi che continueranno a soddisfare i palati di coloro che non vogliono sorbire la stessa broda a latitudini lontanissime tra loro e senza gusto per il palato, senza assolutamente tralasciare che la birra di qualità, non quella globalizzata, si presta ad abbinamenti culinari veramente pregevoli per la gioia degli appassionati di cucina.

Umberto Faedi

Birra Peroni

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…Kathy Ryan non è una fotografa, piuttosto una benefattrice della categoria. Da circa trent’anni porta avanti una delle più intelligenti politiche di committenza fotografica sulle pagine del «New York Times Magazine» di cui è a capo del servizio fotografico.
Dai ritratti hollywoodiani ai terremoti, dallo sport ai fenomeni sociali, il suo raggio d’azione copre potenzialmente tutta l’attualità, ma con la distanza propria della rivista settimanale. Ricorre ai migliori reporter, ai più grandi fotografi concettuali e ai ritrattisti più famosi

Kathy Ryan non nasce come una fotografa bensì come giornalista, quando la vecchia sede del New York Times si trasferì nel nuovo palazzo di Renzo Piano , Kathy rimpiangeva la vecchia sede, poi successe che incominciò a notare gradualmente l’infinito gioco di luci e di ombre progettato da Renzo Piano  e la stimolò per fare  foto e postarle su Instagram, Le sue foto che riflettono il progetto di Renzo Piano sulla luce diventarono virali e dai tanti like ricevuti Kathy Ryan decide di mettersi in gioco : la sua mostra nel Museo della Musica di Bologna riflette questo impegno, questa illuminazione interiore ed estetica dell’incontro di Kathy Ryan con la  luce.

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La fotografia di Edward Burtynsky abbraccia grandi spazi, lui stesso li descrive come belli , ma respingenti, non sani, le foto di Burtynsky sono quelle di un pianeta che sta soffocando nel suo sviluppo e dietro ad ogni curatissima immagine c’è un urlo per riflettere per fermarci ad osservare il Pianeta contaminato dalla presenza dell’uomo. Il suo invito è quello di uno sviluppo sostenibile.

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Il curatore delle mostre della Biennale della fotografia industriale,  Francois Hebel in corso a Bologna fino all’1 novembre 2015, ha diviso in sezioni le mostre, nello Spazio Carbonesi convivono le foto solenni e silenziose del fotografo Luca Campigotto assieme a  quelle di Neal Slavin .Se  per Campigotto la sezione fotografica riguarda la produzione,  per Neal Slavin la sezione  è quella dei produttori.che sono, in questo caso generatori di lavoro, i gruppi sociali che vengono formati da individui che fanno lo stesso lavoro, immagini di soggetti ripresi nelle loro varie attività lavorative. Le sue immagini sembrano appartenere ad una produzione cinematografica , le sue immagini sono piene di allegria di un modo di lavorare che è anche reso giocoso dal fotografo.

http://www.nealslavin.com/

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