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Archive for novembre 2015

Parigi di Stefano Fogato_06jpgParigi di Stefano Fogato_05Parigi di Stefano Fogato_04Parigi di Stefano Fogato_03Parigi di Stefano Fogato_02Parigi di Stefano Fogato_01Abbiamo chiesto al fotografo Stefano Fogato alcune delle sue immagini di Parigi, la città in cui vive ,per farci sentire cittadini di un’unica terra a cui siamo solidali , il potere delle immagini ci farà stare accanto a Parigi.

lutto parigino

 

 

 

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Giancarlo Piretti : il design. Funzioni di una libera quotidianità

Premio consegnato dall’On. Andrea De Maria

Marina Mizzau che ha presentato il suo ultimo libro : Se mi cerchi non ci sono

Premio consegnato dall’On. Paolo Bolognesi

Luigi Ontani : premio consegnato dal Sindaco di Bologna Virginio Merola

La persistenza delle tracce . L’arte di Luca Caccioni.

Premio consegnato dall’on. Sandra Zampa

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A Palazzo D’Accursio, nel cuore di Bologna, ha avuto luogo la mostra di Antonietta Laterza,  bolognese cantautrice, artista, performer , ruoli che Antonietta si è ricavata con un forte impegno personale, Antonietta infatti vive in una sedia a rotelle fin da piccola,  e tutta la sua vita è Arte , e questa sua  personale, sofferta, ricca di lotte e di sofferenze per esprimersi è un manifesto di speranza. Conosco da tempo Antonietta Laterza, un giorno per scherzo le avevo consigliato di fare un video musicale, lei  con la sua versatilità ha trasformato il video musicale in un cortometraggio, ha coinvolto i registi Alberto Canepa e Willy Masetti, la cerchia degli amici. E come nel suo stile Antonietta ha saputo modellare  l’Arte dentro sè, la vita è Arte.

http://www.comune.bologna.it/news/sirena-cyborg-mostra-palazzo-daccursio

La mia vita è una performance ! di Antonietta Laterza : appunti per una riflessione

Non ricordo di avere mai camminato, ho preso la poliomielite a 17 mesi e dal quel momento io e la carrozzina abbiamo viaggiato insieme in un unico modulo-giocattolo senza passare mai inosservati in qualunque situazione della vita.

Nel bene e nel male ero al centro dell’attenzione e questo mi ha fatto sentire all’interno di un palcoscenico virtuale dove mi vedevo dall’esterno, io, interpretare me stessa, ovvero alla ricerca di una rappresentazione di me  che mi rendesse giustizia.

 Ho sempre cantato, da piccola mio padre mi sedeva su una seggiolina sul tavolo e quando si radunavano i parenti  mi faceva esibire. A scuola la maestra mi faceva cantare in classe. Non avevo modelli di riferimento canori reali, solo l’immagine della sirenetta che con la sua coda esprimeva bene la mia condizione psicologica, la ferita costitutiva della mia personalità.

Quando scendeva la Madonna di S. Luca ricordo che mia madre mi portava in processione e alcuni fedeli dalle braccia robuste mi sollevavano su con la carrozzina al di sopra di tutti al punto che quasi guardavo negli occhi la Madonna. Questo mi dava un senso di “altitudine” e di onnipotenza e mi calava in una dimensione performativa mio malgrado.

 La mia vita è stata una sequenza di gessi e operazioni chirurgiche intervallata da periodi di “normalità”: il mio corpo nudo era oggetto di osservazione da parte dei medici con relativo giudizio e intervento plastico-funzionale. Ausili ortopedici, tutori, stampelle, carrozzine… ero una sorta d’innesto tra l’immagine onirica che mi ero fatta della sirena e la proiezione della donna bionica-cyborg.

La forma e la funzione del mio  corpo mi proiettavano in un immaginario erotico femminile tutto da costruire e da inventare, proprio come una performance. Il mio obiettivo era dimostrare che anch’io potevo far parte dell’antico gioco della seduzione sociale ribaltandone i canoni e i paradigmi.

A 14 anni ho subito un trapianto, un intervento chirurgico alla colonna vertebrale, che mi ha costretto a letto per sei mesi con un gesso che partiva dai fianchi fino ad arrivare sotto il mento; ricevevo un sacco di amici e casa mia era diventata una specie di salotto artistico-culturale. Poi per altri sei mesi ho portato il gesso dai fianchi fin sotto le ascelle e finalmente potevo stare seduta fino a quando, come una farfalla uscita dal bozzolo, la mia vita a 16 anni ha preso un nuovo corso.

Durante l’adolescenza invece che nascondere il corpo lo enfatizzavo tingendo i capelli di biondo, portando profonde scollature e vestiti trasgressivi che nel contesto della carrozzina facevano di me un personaggio sicuramente molto appariscente, una sorta di installazione mobile.

Ero abituata alla sovraesposizione e trasportai anche nella vita-politico-femminista questa comunicazione polisemantica: ragazza vistosa in carrozzina, suona la chitarra, canta con la voce da nera canzoni  femministe composte da lei medesima, dai testi provocatori.

Il tutto sintetizzato in 5 parole: attrazione, repulsione, paura, coraggio, sfida.

Con il disco “Alle sorelle ritrovate” del 1975, una sorta di manifesto femminista, cominciai a cantare nelle piazze, nei teatri, nei circoli culturali, a Roma al teatro della Maddalena invitata da Dacia Maraini, e sui palchi dei concerti rock.

Stanca di interpretare il personaggio della femminista radicale e di cantare canzoni impegnate e politicizzate, nel 1981 ho costituito con Antonia & Laroche (duo di cui faceva parte Antonia Babini prima donna dj in Italia), con il fotografo argentino Nicolas Genovese e altri artisti bolognesi, il gruppo di ispirazione dada “Plastico Amore”.

Il gruppo creò una fanzine e una serie di performances composte da proiezioni di materiale visivo originale (diapositive, foto scattate da noi), musica elettronica eseguita dal vivo e azione teatrale. A quel periodo risalgono due miei demotape dal titolo Italian Slip e Make Up.

Lavoravo sulla mia immagine e registravo le mie composizioni con una delle prime batterie elettroniche in commercio, la Roland, un sintetizzatore monofonico Yamaha, e una chitarra elettrica,  registrando su un registratore Teac a 4 tracce incidevo le mie nuove canzoni.

È stato un periodo di ricerca importantissimo perché attraverso l’elettronica ho espresso tutte le mie potenzialità creative e innovative in piena libertà espressiva. Ma le case discografiche, siamo nel 1983, dicevano che non ero commerciale soprattutto per la mia immagine di donna disabile. Venivo quindi censurata proprio per questa mia immagine di donna non adeguata agli standar della cantante tipica!

Tutto ciò non mi ha però fermata e nel 1990, dopo varie peripezie, ho cantato la sigla di chiusura del Cantagiro per 10 settimane in giro per l’Italia con altri cantanti famosi.

 Sono stata sicuramente la prima donna cantautrice disabile italiana  a comparire ripetutamente in televisione sui canali della RAI e sulle reti private; a fare concerti e tournèe in Francia, Germania, Londra, Copenaghen, oltre che nel territorio nazionale.

 E, purtroppo, fino ad ora l’unica!

In un contesto di rappresentazione della vita e della società, non in quanto “società dello spettacolo” ma in quanto “spettacolo della società”, io ne ero esclusa perché non rientravo nei paradigmi dei modelli televisivi e discografici. Ma quando feci il disco sulla diversità, “Donne a Marrakech” del 1992, allora venni contattata e invitata nelle tivù pubbliche e private proprio per rappresentare l’artista disabile come esempio di valore. In ogni caso non venivo mai semplicemente rappresentata come un’artista uguale gli altri, ma proposta in quanto bandiera di inclusione sociale.

Proprio per questo motivo venivo esclusa dai format televisivi come varietà, festival musicali quali Sanremo, quando partecipando Pier Angelo Bertoli sostenuto da Caterina Caselli, Aragozzini disse “Due carrozzine sono troppe”.

Insomma, mi includevano in certi programmi giornalistici di denuncia, tv del dolore e quant’altro, ma mi escludevano per la mia identità autonoma di artista,  quindi venivo usata e strumentalizzata (la Fonit Cetra mi diceva “non ci sono trasmissioni adatte a te”), vittima di una grande, ipocrita censura.

 Nella “società dello spettacolo” io ero spettatrice quando sul palco ci stavano le persone normali, ma nella vita, nella strada, -io ero sul palco- e la gente normale diventava il pubblico.

Quando sono andata in televisione e sui media, ero  sul palco solo per la mia specificità di eccezione che conferma la regola; avvertivo un senso di sdoppiamento e di multipla identità, della serie: io mi guardo allo specchio e lo specchio rappresentato dai miei occhi  guarda me nello specchio…  in una sorta di détournement identitario e semantico. Non riuscivo a sfondare la quarta parete, quella del metaspettacolo: io, lo spettacolo, dentro lo spettacolo rimanevo prigioniera e ostaggio.

 Sfondare la barriera della quarta parete, quel muro immaginario che ci divide nella vita, e non ci permette di relazionarci gli uni agli altri in modo da far capire che in realtà siamo tutti uguali e tutti diversi: attori che recitano la loro parte da disabile, da guerriero, da miss, da intellettuale etc… nello stesso medesimo film: questa era la mia meta, il mio obiettivo relativo, il mio messaggio subliminale, il mio scopo sublime.

  L’arte della/nella vita come arte di vivere autocoscientemente, e non come arte della sopravvivenza.

Vita come opera d’arte performativa nel senso di ritrovarsi dentro la propria opera d’arte senza subirla in modo passivo, ma diventando artefice del proprio destino creando un’ arte esistenziale e concettuale insieme, arte autocosciente.

Ho proseguito facendo teatro, cinema e video, sempre alla ricerca di nuove autorappresentazioni artistiche.

 La mia vita resta comunque una lunga performance: ogni mia azione, ogni mia uscita è una esibizione, una provocazione al senso comune di normalità, una trasgressione automatica, involontaria che costringe a una sorta di rifondazione dei principi dell’arte e dell’ artista, a costruire nuovi parametri, nuovi paradigmi  mettendo in discussione mode e stili.

 Arte come lotta, come esperienza non ideologizzata, il mio percorso resta una sfilata continua su una  passerella riflessa da uno specchio, lo specchio liquido della  vita.

                                                                 Antonietta Laterza

Antonietta

Un’esistenza piena, metà donna, metà sirena  di Renato Barilli

   Quella di Antonietta Laterza è un’esistenza esemplare per la forza d’animo con cui è riuscita a rovesciare quasi in un dono la terribile disgrazia che l’ha colpita, a pochi mesi dalla nascita, quando si è abbattuto su di lei il flagello della poliomielite immobilizzandola dall’ombelico in giù. Era quel tremendo evento di cui temevano le madri, cercando di scongiurarlo perfino col ricorso alla stregoneria. Una certa tradizione popolare aveva inventato la leggenda di una qualche maga cattiva che veniva a rapire una neonata perfetta sostituendola con la creatura malaticcia di un potente del luogo. Da ciò Pirandello aveva ricavato l’ultimo capolavoro della sua carriera, La favola del figlio cambiato. Ma Antonietta, appena ha la forza dell’intendimento, rovescia la sventura, ne fa un punto di forza, accettandolo con coraggio, facendone un’arma di sfida contro i “normali” che provano, per dirla con le sue parole, repulsione per quell’anomalia, e anche paura di esserne colpiti a loro volta. Ma come invece farne uno strumento di attrazione? A questo punto Antonietta concepisce la principale metamorfosi della sua esistenza, calandosi nei panni di una  sirena,  decidendo di divenire  un essere ibrido,  come si direbbe oggi per le auto: per metà rimasto donna, presenza femminile colma di ogni potere di seduzione, così da accentuare la propria bellezza, esponendola senza falsi imbarazzi, anzi, mutandola in un’arma di sfacciata aggressione erotica. Del resto quella metà rimasta splendidamente femminile si può vantare di aver condotto un’esistenza del tutto normale, avendo compagni nella vita giornaliera, partorendo una figlia. Ma per l’altra metà la sventura le permette di sperimentare, anzi di anticipare una dimensione oggi divenuta comune, in lei convive un essere bionico, quasi un alieno, la carrozzella cui è condannata equivale alle protesi di cui oggi si vantano alcuni atleti traendone esiti straordinari. Insomma, a quel modo, Antonietta entra in pieno nella stagione del cosiddetto postumano, quando una tale nozione ancora non esisteva nell’arte. La convivenza tra le due metà è arcana,  misteriosa, affascinante, tanto da legittimare, forse, un riferimento a un’altra bellissima invenzione letteraria, escogitata dal grande Curzio Malaparte quando nella “Pelle” immagina che agli Alleati giunti ad occupare Napoli le autorità del luogo servono in tavola, appunto, una sirena sottratta all’acquario della città, in cui al di sotto delle squame appaiono le tenere membra di una bellissima fanciulla. Ma la corrispondenza col mito della sirena sta soprattutto nel fatto che in tal modo la nostra Antonietta ha il dono di una voce magnifica. Lo scopre, come ci racconta lei stessa, quando, a scuola, viene lasciata da sola nell’aula mentre le compagne vanno a fare ginnastica, e allora, nel vuoto, nella solitudine, essa secerne da sé il purissimo miele del canto, completato anche dalle parole. Nasce cioè una splendida cantautrice, che affascina anche un protagonista di quest’arte quale Francesco Guccini, e in molti la ritengono degna di affrontare la ribalta di Sanremo. Ma il mito della sirena vale fino in fondo, i comuni mortali temono di abbandonarsi troppo a quel richiamo, e infatti i compagni di Ulisse colano nelle orecchie della cera per non esserne vittime, mentre l’astuto Odisseo si fa legare all’albero della nave. Qualcosa del genere viene inventato anche nel caso della Nostra, si fa in modo che la carrozzella cui è condannata diventi uno strumento apotropaico per impedirle di esercitare fino in fondo la sua fatale attrazione, le viene perfino vietato di salire proprio sul palco di Sanremo, nell’anno in cui è ammesso invece Pierangelo Bertoli, con la scusa che due portatori di handicap sarebbero troppi. In realtà un divieto del genere è una ennesima discriminazione verso la donna, un vile tentativo di toglierle diritti e possibilità contro cui Antonietta ha sempre reagito, con invenzioni straordinarie, come quella di fingersi calata nella statua della Libertà a New York per dichiarare una causa comune con tutti i reduci dal Vietnam, divenuti a loro volta portatori di handicap. In un altro video la vediamo imbonire la folla, mostrandosi proprio in carrozzella, nei pressi della scalinata di Trinità dei Monti. In lei infatti c’è senza dubbio una voluta ambiguità di fondo, per un verso,  intende essere una donna come tante, e anzi, al colmo del sex appeal, magari assumendo le sembianze di qualche “Eva futura”, uscita fuori da una progettazione di laboratorio, ma per altro verso c’è la piena accettazione del “carapace” cui è stata legata,  così da trascinarselo dietro, come uno scafandro, una tuta d’amianto grazie al quale avventurarsi tra i flutti della vita di oggi, così dando origine a una performance illimitata, estesa nel tempo e nello spazio,  giocata con pieno ricorso a tutti i sensi, in una prospettiva di panestetismo, con il video pronto a registrane ogni passo. O invece è meglio scalciare via quell’ingombro, sognare, da autentica sirena, di potersi immergere nel mare, passeggiare sulla battigia, andare via libera e sciolta? Infinite sono le modalità attraverso cui Antonietta ha giocato questa sua condizione doppia, sia esprimendosi nel canto, sia partecipando a dei talk show televisivi, e al massimo livello, intervistata per ben due volte da colei che resta la conduttrice  numero uno dal piccolo schermo, Enza Sampò, e anche dal popolarissimo Jerry Scotti, e sempre insistendo sulla doppia natura, dapprima un primo piano dedicato a una femminilità prorompente, poi, senza paura, e a sfida, come è detto nelle sue parole-guida,  esibendo il corpo bionico, postumano di quella strana sirena dei nostri giorni. Simili apparizioni televisive, in cui Antonietta si mostra davvero capace di “bucare” lo schermo, di uscirne fuori con piena evidenza, dovrebbero continuare. Perché  una conduttrice titolata dei nostri giorni quale Lilli Gruber non dovrebbe affrettarsi a convocarla, interrompendo il vuoto e ripetitivo carosello dei “soliti noti”? Ma io non posso essere all’altezza, né esaurire le mille vie attraverso cui Laterza ha giocato questa sua estrema, prolungata, felice coesistenza e doppia natura. Lasciamoci incantare a nostra volta, senza paura, dal canto inesauribile della sirena che è in lei.

mostra Antonietta

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Performance di Land Art di Dario Gambarin

(opera tracciata a mano libera con trattore e aratro, senza punti di riferimento)
DARIO GAMBARIN

Un saluto a FIDEL

omaggio all’incontro

di Papa Francesco con Fidel Castro

Castagnaro (Verona)

“Un omaggio alla filosofia dell’INCONTRO per proseguire il cammino verso la PACE” vuol essere questo il saluto di Dario Gambarin a FIDEL. Le opere di Land Art dell’artista Veronese trattano da tempo i temi di attualità legati alla cultura del dialogo tra i grandi statisti del mondo. Con le sue performance di Landart dove ha tracciato, con trattore e aratro a mano libera, i ritratti di Barack Obama, di Papa Francesco e di Nelson Mandela, o simboli di incontri famosi tra Papa Francesco ed Obama (vedi la statua della libertà), è conosciuto nel mondo per il suo impegno. Gambarin, ha realizzato il ritratto FIDEL CASTRO, su un terreno di mais trebbiato, di 27.000 metri quadrati a Castagnaro, in provincia di Verona.

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Foto e Video (copyright Dario Gambarin)

Per informazioni:

Dario Gambarin

Cell.: 0039-333-8909901

dariogambarin@libero.it

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Una serata al Borgo delle Vigne

Siamo sulle colline di Zola Predosa comodamente seduti nell’Enoteca dell’Agriturismo Borgo delle Vigne parte integrante e piacevole della Cantina Gaggioli. Siamo qui con amici e colleghi per gustare il menu autunnale e per verificare alcune bottiglie di vecchie annate dell’azienda che Franco Mioni chef e giornalista ha portato dalla sua collezione di casa. Al tavolo con Carlo e Letizia Gaggioli siedono oltre al sottoscritto Donatella Luccarini giornalista editrice di Charme Magazine, Giulio Biasion giornalista ed editore di l’Albergo e Voyager, Piero Valdiserra giornalista ed esperto di marketing e comunicazione accompagnato dalla consorte Simonetta e ultimo ma non ultimo Gigi Veronesi giornalista ed editore di Degusta.  Cominciamo con un Francia Brut 2009 che ha mantenuto intatte tutte le sue ottime caratteristiche dal colore giallo lievemente dorato al profumo intenso che denota una giusta evoluzione. Arrivano gli antipasti composti da crostini misti di polenta gratinata al forno conditi con funghi, gorgonzola e ragu’ al quale il Fancia si abbina benissimo. A seguire un delizioso sformatino di zucca guarnito con Aceto Balsamico in connubio con Pignoletto Frizzante veramente deliziosi entrambi. Il Pignoletto ha la nuova etichetta. Adesso apriamo un Sauvignon Superiore 1995 che e’ ancora molto fruibile e profumato. Colore dorato e gusto incredibile, fresco, frutta evoluta, pieno, rotondo. Un Pignoletto Superiore DOCG 2014 fa la sua figura abbinato con passatelli asciutti arricchiti da broccoli e salsiccia. Indi tagliatelle con funghi galletti e prosciutto crudo. Abbiamo bevuto un Pignoletto Superiore  del 1997 che pure ha conservato le sue caratteristiche e il colore molto indicato per il mariage. In pedana si presenta un Merlot 1999 speziato e molto profumato con giusta acidità che accompagna uova in camicia su crema di Parmigiano Reggiano e tartufo nero grattugiato guarnito da crostini di pane croccante: benissimo. Un eccellente Cabernet Sauvignon 1998 pieno e profumato si fonde con un gustoso friggione contadino. Torta di riso normale e con alchermes, torta di cioccolato e mandorle con crema dolce di formaggi vedono un ottimo connubio con l’Ambrosia Passito. E non è finita: caldarroste con vino brule’ base Merlot chiudono le portate e chi vuole come chiusura si serve un ottimo ma molto forte Nocino e una Grappa di Pignoletto intensa e profumata. Una bellissima serata dell’Estate di San Martino!

Umberto Faedi

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