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Archive for giugno 2017

Trapani

A Trapani una passeggiata nel barocco trapanese

 

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Era un giorno estivo, ero alle terme per le cure inalatorie,quando lessi che Francesca Alinovi , sparita da qualche giorno dalla sua cerchia di amici abitudinari  era stata ritrovata assassinata a casa sua, nella centrale  Via del Riccio a Bologna . Alcune delle sue lezioni che avevo seguito al Dams, focalizzavano il ruolo dell’avanguardia, Keith Haring, Ramellezee, Basquiat, Schaarf  uscivano dal loro caveau espressivo, spesso metropolitane e muri abbandonati  e venivano rivelati  al mondo grazie all’ Alinovi che trasformava i loro segni in un percorso artistico che avrebbe trasformato la percezione dell’arte nel mondo come Tristan Tzara fu per il dadaismo. Lei stessa, Francesca, personalizzava il suo rapporto arte/ vita con il suo modo di essere, bellissima e intelligentissima,una persona davvero speciale, con  il suo look, il  taglio di capelli nero blu  affidato a Marco Oreamalià che ne faceva un’  icona di eleganza e stile le maglie a righe orizzontali  in tema optical art .

Veronica Santi e il produttore Mongiorgi hanno ricordato, in un bel film girato fra gli USA , Parma e Bologna la sua vita. I am not alone anyway, il titolo che prende spunto dalla scritta improvvisa (prima non c’era) poi  lasciata su uno specchio del luogo del crimine di Francesca Alinovi . Ĺ’ultima apparizione in pubblico di Alinovi nella nostra degli Enfatisti alla galleria Neon, c’è una intervista a Gino Giannuizzi, in cui si vede una bella foto di una inaugurazione in galleria  anche della indimenticata dj Antonia Babini  le musiche dissacranti  del Freak (Roberto Antoni)  nella colonna sonora e le testimonianze/ diario di bordo di Francesca, affidata ad un registratore che portava come una valigia per catturare le sue idee al sorgere. Le interviste a Renato Barilli, Claudio Marra, Luigi Ontani,  tendono a sottolineare senza indulgere sulla  cronaca nera il grande contributo di Francesca Alinovi all’Arte contemporanea, o se si preferisce, post contemporanea.

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Tre giorni di eventi , appuntamenti, incontri la Repubblica delle Idee, che ha scelto Bologna come luogo di incontri, sul tema : “Orientarsi nel disordine del mondo” e, contemporaneamente, l’evento internazionale sulla cultura dell’Ospitalità Mens-a curato da Beatrice Buscaroli che  ha visto come conferenziere  al Centro San Domenico, Sala Bolognini Agnes Heller  parlare de : “la nostra umana imperfezione” con Wlodek GoldKorn.

Beatrice Buscaroli nella foto

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Nella foto il prof. Luigi Pedrazzi riceve l’Archiginnasio d’oro dal Sindaco di Bologna Virginio Merola (2014)

http://www.bibliotecasalaborsa.it/cronologia/bologna/2014/3614

Ci ha lasciati il prof. Luigi Pedrazzi, è stato anche  il fondatore e direttore de “Il Mulino” si pubblica il ricordo di Marco Macciantelli

Il Pedrazzino

Nel suo ultimo libro su Giuseppe Dossetti, Paolo Pombeni ha ricordato i contatti col gruppo dei giovani “mulinisti”, in occasione delle elezioni del ’56, quando, al termine di un incontro, l’ex vice segretario della Dc ebbe a pronunciare queste tre parole: “sceglierei il Pedrazzino”. Fu così che Luigi Pedrazzi, a 29 anni, entrò in Consiglio comunale.

Cofondatore del Mulino con una manciata di altri giovanotti anni Cinquanta: giacche larghe, cervello fino. Cultura europea e spirito “liberal”. Più sociologia, meno ideologia. Voglia di rimescolar le carte. Da Bologna, guardando oltre. Ecco: questo ha “significato” Luigi Pedrazzi. Partecipe della dimensione pastorale della Chiesa, ma sempre con autonomia di giudizio: basta rivisitare la sua esperienza di responsabile dell’inserto “Bologna Sette” di “Avvenire”, anche ai tempi del cardinal Giacomo Biffi.

Insegnante attento ai problemi dell’educazione, già all’inizio degli anni Cinquanta, denuncia: “La scuola senza riforma”. Si lancia in alcune avventure. Come “il Foglio”, fucina di futuri professionisti, non senza pesanti amarezze. Poi, in Comune, il “Foglione”. Nel referendum sul divorzio, cattolico “adulto”, è per il “no”. Tra i protagonisti del movimento referendario, alfiere del bipolarismo e di una democrazia governante, dal ’95, per un mandato, a Palazzo d’Accursio, come vice sindaco, incarnazione del motto “mai più Dozza contro Dossetti” (e viceversa).

Insofferente verso le rigide concezioni di partito, è passato tra i vasi di ferro senza far la fine del vaso di coccio. Ideatore di “cittadini in Consiglio”, per una partecipazione autenticamente vissuta. Consapevole che gli “dei accecano coloro che vogliono perdere”, in un suo scritto, prima fotocopiato e distribuito “brevi manu”, poi stampato per i tipi del Mulino, col titolo “L’Ulivocultore bolognese”, nel 1998, scriveva: “A Bologna l’Ulivo non può sbagliare. A Bologna non deve assolutamente perdere”. Così, messo nero su bianco, con un anno di anticipo.

Un esplicito “avviso ai naviganti”: nel presagire quel “clima”, che poi avrebbe portato al trauma della dolorosa sconfitta. Se la città è stata un luogo di “promozione del nuovo”, il professore può essere annoverato tra i suoi più tenaci, convinti, generosi ispiratori. L’Archiginnasio d’oro, nonostante le garbate professioni di modestia, proprio per il valore alto della sua testimonianza, gli è andato a pennello.

Mi capitava di incontrarlo per strada, oppure certi sabato mattina in una latteria vicino a casa sua, con Giorgio Comaschi, Carlo Di Palma e Marco Montanari. Ricordo con piacere il dibattito con lui promosso dalla “Casa dei pensieri” alla Zanichelli in piazza Galvani lo scorso anno: “60 anni fa, il libro bianco di Dossetti”; era sorridente, parlava fitto, rimemorante e convinto, serrato nelle spalle, maglioncino antracite. Abbiamo fatto il Pavaglione sottobraccio, sino a che si è fatto inghiottire dal taxi davanti alla Torinese. Ciao Gigi, sempre e di nuovo “il Pedrazzino”.

Luigi Pedrazzi (Bologna, 24 settembre 1927 – Bologna 27 giugno 2017).

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Dall’Ufficio stampa del Comune di Rimini

Tutto esaurito in piazza Malatesta per l’apertura ufficiale delle celebrazioni di Sigismondo. Sono stati tantissimi i riminesi che hanno affollato la corte di Castel Sismondo ieri sera, 19 giugno, volendo così partecipare al primo degli appuntamenti promossi dal Comune di Rimini in occasione delle celebrazioni del sesto centenario della nascita di Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini e tra gli indiscussi protagonisti del Rinascimento italiano.

Un programma che, aperto ieri sera col saluto del Sindaco di Rimini Andrea Gnassi, si declinerà in un periodo in un arco di manifestazioni che durerà più di un anno, fino a ricongiungersi, il 9 ottobre 2018, al cinquecentocinquantesimo dalla morte.

“Non siamo normali – ha esordito provocatoriamente il Sindaco Andrea Gnassi nel suo intervento –  Lo sosteneva Silvano Cardellini nella sua ‘Botta d’orgoglio’, e non diceva una bugia, anzi. Se ci pensate, lo stesso Sigismondo Malatesta è una figura storica difficilmente classificabile nella normalità. Spietato e raffinato, mecenate e distruttore, crudele e sensibile all’arte, bello e ceffo da galera. Novanta chili di contraddizioni, un bipolare ante litteram…Riducetelo voi, uno così, a uno stereotipo culturale…

Pensate ad esempio a questa serata: prendono ufficialmente avvio le celebrazioni malatestiane che dureranno oltre un anno, dal seicentesimo della nascita di Sigismondo al 550esimo della sua morte. Solitamente in Italia, e non solo in Italia, questo genere di ricorrenze producono una cascata di convegni e iniziative suggestive, interessanti o meno, in ogni caso che durano lo spazio di un mattino o di una notte. Non lasciano niente.

E allora cosa ci siamo inventati, con strategica anticiclica come si dice in linguaggio forbito? Da cicala ci siamo fatti formica. L’anno (malatestiano) che verrà, compresso tra il 600 e il 550 della vicenda umana di Sigismondo, sarà per Rimini quello che le restituirà non tanto uno quanto il tempo, un certo disinteresse, un pizzico di sradicamento, tante vicende dolorose, le hanno tolto nell’ultimo secolo. Perché almeno quattro generazioni di riminesi hanno subito un furto di bellezza, di prospettiva, di identità; e anche di ricchezza; su questo bisogna essere spietati e chiari come lo era proprio Sigismondo.

Ma ritorniamo alle celebrazioni malatestiane e all’anno di esaltazione della figura di Sigismondo – ha proseguito il Sindaco Gnassi -. In questo anno, tra 2017 e 2018, in questo circoscritto quadrante di città avverrà qualcosa di inedito, di mai visto prima: riaprirà il teatro Galli, la piazza tornerà alla sua prospettiva rinascimentale, il Museo Fellini entrerà nel castello per svolgere poi lungo gli spazi che portano al restauro dell’ex cinema Fulgor e quindi al Museo della Città. In poco più di 200 metri il Rinascimento dialogherà con Verdi e con Fellini. E finalmente questi luoghi saranno restituiti alla loro funzione originaria: presidi di civiltà, bellezza, arte, cultura, appartenenza.

Io credo che abbiamo scelto un modo bellissimo di celebrare Sigismondo Malatesta, scegliendo la strada più complessa e meno facile: per una volta scegliamo di essere eredi e non solo discendenti. Lo facciamo in questa occasione quando tutto il resto del mondo si sarebbe limitato a fare solo feste e convegni… non siamo normali….

Il nostro regalo a Sigismondo, lungo un anno, è in realtà un regalo che facciamo a noi stessi. Meritiamocelo. Anche perché, con la fama sinistra che aleggiava intorno a Sigismondo Malatesta, non vorremmo mai che decidesse di tormentarci nel sonno per un’ignavia collettiva che, ora più che mai, non ha davvero alcuna giustificazione.”

Alle parole del Sindaco quelle di Oreste Delucca, lo storico riminese, Sigismondo d’Oro nel 2013, che davanti a un pubblico attento ha raccontato, incalzato dalle domande di Lia Celi e Andrea Santangelo, un’inedita Isotta degli Atti a cui, per la Bookstones Edizioni, ha recentemente dedicato il libro “Isotta degli Atti. L’amore e il potere”. Ed è stato appunto attorno alla figura di questa donna straordinaria che Lia Celi e Andrea Santangelo hanno immaginato e scritto Il Sigismondo non si è fermato mai un momento, il monologo per voce femminile in cui si immagina un’Isotta contemporanea e ironica, che Marina Massironi ha interpretato da par suo per un pubblico attento e coinvolto.

La serata del compleanno è poi chiusa con uno spettacolo di luci e fuochi, che ha dato ufficialmente il via all’anno e mezzo di celebrazioni. Un momento unico e bellissimo che, ricordando l’uomo d’arme che Sigismondo è stato, ha messo Castel Sismondo al centro di uno spettacolo pirotecnico fatto di luci colorate, fumi e cascate di fuoco dalle mura. Uno spettacolo che, oltre dal grande pubblico raccolto in piazza Malatesta, è stato seguito in diretta sui social da centinaia di persone raggiungendo in breve numeri e visioni che già in queste prime ore superano le cinquantamila.

Altri appuntamenti nella giornata di oggi completeranno le prime giornate delle Celebrazioni.

L’ Annullo filatelico speciale di Poste Italiane per il seicentesimo di Sigismondo Malatesta attenderà gli appassionati in piazza Cavour al Palazzo del  Podestà, martedì 20 giugno 2017, dalle ore 10.30 alle ore 15.30. Per lungo tempo la filatelia, nella sua componente iconica, ha rappresentato l’ideale continuità delle medaglie celebrative o commemorative.

Sempre piazza Cavour alle ore 15 dello stesso giorno ospiterà la cerimonia de “La pietra restituita”. All’indomani dei bombardamenti, nella primavera del 1944, quando forse ancora nessuno stava pensando alla ricostruzione del Tempio Malatestiano, Luigi Varoli (Cotignola 1889 – 1958), singolare figura di artista e di didatta, si trovava a Rimini e caricò sul suo carretto una pietra, raccolta tra le macerie della chiesa progettata da Leon Battista Alberti e voluta da Sigismondo Malatesta. Dopo la morte di Varoli il Comune di Cotignola ricevette in lascito tutti i beni dell’artista e ora, in occasione delle celebrazioni, restituisce a Rimini quel piccolo e simbolico frammento di Tempio. La ricostruzione dell’evento sarà in collaborazione con l’associazione Zeinta di Borg

Un appuntamento di grande suggestione poi nella serata con Il Momo, di Leon Battista Alberti. Romanzo sull’insania umana, da un progetto di Alberto Giorgio Cassani. Adattamento e regia di Gianfranco Tondini, musiche composte ed eseguite da Giovanni Dal Monte, con intervento di Massimo Cacciari.

Il Momus di Leon Battista Alberti, romanzo satirico rimasto per secoli semiclandestino, oggi riconosciuto dagli studiosi come l’opera più straordinaria dell’intero Rinascimento chiuderà queste prime giornate dedicate a Sigismondo Malatesta che faranno da prologo alle iniziative che proseguiranno nei prossimi mesi.

L’ingresso a tutte le manifestazioni è libero

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http://www.comune.bologna.it/storiaamministrativa/people/detail/36352/0

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Memorial Vincenzo Galetti

La commemorazione di Vincenzo Galetti, che l’amministrazione del comune di Galliera ha voluto realizzare per mantenere vivo il nome di un suo illustre cittadino, ha ritenuto anche di inserire il monumento nel suo programma, ed io ringrazio calorosamente la sindaca Anna Vergnana per questa sensibilità e opportunità che mi è stata concessa.

Credo di non sbagliarmi dicendo che la prima idea di fare un monumento a Galetti scaturì dal dialogo tra il sindaco di allora Fausto Neri con l’architetto Reggiani che allora collaborava professionalmente col comune, demandando il sindaco, a Romano Reggiani il compito di trovare lo scultore adatto. L’idea da loro suggerita doveva in qualche modo riferirsi a forme che rimandassero alla bicicletta, poiché il decesso di Galetti avvenne durante una domenicale escursione in bicicletta con amici della sua stessa levatura. La proposta fu di collocare ed erigere la scultura nell’area prospicente il campo sportivo perché fosse in stretto rapporto con le energie vitali di cui lo sport si fa carico.

Era Romano Reggiani persona affabile, che trasmetteva gioia ed entusiasmo a chi lo avvicinava, dotato di brillanti intuizioni, di una semplicità e autenticità di relazione e grande generosità d’animo, ormai rare a trovarsi. Romano, grande amico del pittore Wolfango che si prodigò per primo nel promuovere la sua arte; che condivideva con lui i valori del genius loci della civiltà del mondo agricolo contadino, -ma ovviamente non solo quello-, propose a lui il progetto del monumento. Wolfango da maestro quale era, si rese immediatamente conto che la poetica da lui professata e praticata con un rigore pressoché assoluto in pittura, poco si addiceva alla possibilità di realizzare in un linguaggio scultoreo aderente ai tempi, la celebrazione di una persona come Galetti che nell’ultimo decennio assunse la presidenza dell’Ente Fiere di Bologna, segno inequivocabile di un trapasso al mondo manageriale di una società ormai in larga parte industrializzata.

Wolfango aveva visto degli abbozzi di miei disegni di matrice costruttivista e minimalista di un progetto di monumento alla bicicletta mai realizzato e mai portato a termine che a suo parere poteva essere sviluppato e cogliere lo spirito adatto per la scultura monumentale richiesta da Reggiani. Il nostro ventennale sodalizio, la profonda stima e amicizia che ci legava, le nostre collaborazioni avvenute e soprattutto la nostra abitudine ad un confronto sempre improntato alla massima lealtà e verità, pur praticando modelli estetici completamente diversi, furono le ragioni che mi spinsero in tempi ristrettissimi alla realizzazione del bozzetto tridimensionale.

Per quel che mi riguarda preferisco la dicitura Memorial a monumento, quest’ultima, mi si associa alla pesantezza dei monumenti in bronzo della tradizione, per lo più realizzati attraverso una somiglianza mimetica al soggetto da celebrare, con la certezza di cadere sul finire degli anni ’80 in una retorica scultorea per me, non più proponibile. Vincenzo Galetti come è emerso dagli interventi che mi hanno preceduto è sotto questo aspetto una figura esemplare di questo processo di emancipazione compiuto e testimoniato dal suo vissuto politico. Galetti attraverso le sue multiformi qualità sempre ancorate ad una coscienza critica propositiva e dinamica del PCI, dotato di una brillante intelligenza, ha attraversato si potrebbe dire, tutte le fasi di una cultura che da agricola si è celermente trasformata in industriale con tutte le metamorfosi sociali, politiche, estetiche che questa consapevolezza comportava.

Questo per me era il quadro sintetico di riferimento che avrei dovuto rappresentare.

Il Memorial doveva avere una base elissoidale, poiché l’ellisse è la forma geometrica che esprime la sintesi armoniosa delle forze contrastanti che muovono e governano la realtà e la vita, fatta di contraddizioni, antinomie sociali, politiche, etniche, sessuali, espressione delle forze cosmiche del movimento degli astri che persistono da miliardi e miliardi di anni. Un presupposto imprescindibile era la narrazione di un processo formale scultoreo che partendo dalla base elissoidale posta direttamente sul piano terra e risolta attraverso un mosaico con tessere di tipo industriale di colori primari, avrebbe contenuto forme tridimensionali variamente articolate in altezza, con materiali naturali pesanti come il travertino e il marmo nero del Belgio, con una presenza massiccia di terracotta ed una specie di anfiteatro anch’esso di travertino. Direttamente sulla base sorgeva una cospiqua massa fortemente materica in terracotta che avrebbe alluso alla fisicità della terra, al solco irregolare prodotto dal vomero, in una parola alla civiltà contadina. Questa dialogava con il potere evocativo dei materiali marmorei attraverso forme compatte variamente sagomate e geometricamente definite.

Un’altra peculiarità importante sul piano progettuale del Memorial è stata la Pietra miliare. Vincenzo Galetti era deceduto sulla strada percorrendola in bicicletta. La pietra miliare segna un punto preciso del percorso, il luogo dell’evento irrimediabile. Il numero 10 che nella realtà del percorso stradale segnerebbe una distanza chilometrica, in questo caso diventava cifra simbolica, attribuzione di valore, poiché i numeri sono anche qualità dell’essere. E il numero 10 ne rappresenta la qualità massima come ci insegna la filosofia presocratica pitagorica.

Sopra questa base si sarebbero innalzate le strutture in metallo e, forme che alludono alla facoltà riflessiva, analitica e progettuale dell’uomo, che attraverso l’osservazione della natura, ne scopre le leggi e attraverso queste può progettare autonomamente una nuova realtà.

Un altro imperativo progettuale ben presente nella mia mente era l’evocazione della dinamicità; retaggio del Futurismo. Nella parte che si innalza verso il cielo dovevano comparire linee rette, intrecci filiformi, curve, geometrie piane e geometrie che delineassero strutture tridimensionali chiuse ma anche aperte. Forme primarie come il cerchio, il triangolo poiché anch’esse esprimono strutture geometriche archetipiche care agli artisti, agli studiosi di storia dell’arte, ai grafici e naturalmente anche agli architetti. Ho previsto anche una struttura che chiamerei di intrattenimento performativo che prevedeva la possibilità per chi volesse avvicinarsi, di sedersi su un tubolare orizzontale ed in quel modo il Memorial strutturalmente costruttivista entrava in relazione estetica inglobando la figura umana che entrava anch’essa nell’opera in un dialogo tra astrazione e corporeità vivente. Il Memorial, nel mio caso, ma anche nelle intenzioni di Reggiani, non doveva celebrare la morte, ma da questa fare scaturire una esuberante dimensione vitale, oggi direi una potente Viriditas che sola può contrastare la stasi della morte. Che cosa è un Memorial se non una struttura che ha il compito di superare la caducità del tempo che tutto trascina nell’oblio e mantenere vivo il nome a cui è dedicato? Realizzato il bozzetto tridimensionale, fu sottoposto al vaglio critico del prof. Eugenio Riccomini che ne confermò senza esitazione la validità e successivamente al Sindaco Fausto Neri che ne sancì la realizzazione avendo la sponsorizzazione della Lega delle Cooperative che avrebbe potuto renderne possibile l’attuazione.

I tempi strettissimi, poco più di un mese, per la realizzazione dell’opera furono sufficienti solo perché oltre la realizzazione di tutti i disegni costruttivi di mia competenza, e la direzione dei lavori ebbi la totale collaborazione dell’architetto Reggiani che mise a mia disposizione le ditte e gli artigiani che potevano servire. Alcune maestranze della Coop Costruzioni, la disponibilità de l’inzgnir Bonfiglioli come lo chiamava Romano, che mise a nostra disposizione alcuni dei suoi operai e una delle sue gru per installare la struttura metallica in acciaio realizzata nella sua industria. Un altro contributo professionale di notevole rilievo fu quello dello scultore Bruno Bandoli che realizzò oltre il modello in scala dell’anfiteatro, la massa materica in terracotta nella quale ho inciso il nome di Nino Galetti come veniva chiamato dagli amici, con un gesto elementare quasi infantile per ricordarne la sua origine in questa terra agricola testimone della millenaria civiltà contadina. Vorrei infine cogliere questa occasione che mi è stata generosamente concessa per ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla proposta lungimirante della realizzazione del Memorial che si inscrive nel progetto dell’arte che è sempre un progetto a lunga, lunghissima scadenza. Oggi ne testimoniamo insieme i primi 30 anni. Il mio intento è stato quello di realizzare un’opera che aspirasse ad essere una scultura ‘classica della tradizione moderna’. Non so se ci sono riuscito, ma queste erano e restano le mie intenzioni.

Bologna 1 giugno 2017

Maurizio Osti

 

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