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Archive for dicembre 2019

l Luneri di Smembar ha origine nella notte di San Silvestro del 1844 in Romagna nella storica “Osteria dla Marianaza” di Faenza ubicata in Via Torricelli 21, che tuttora dispensa gustose specialità romagnole abbinate ai vini del territorio.

L’idea del Luneri nasce ad un tavolo davanti a fiaschi di Sangiovese, piadina e altri manicaretti tipici della Romagna dall’immaginazione di alcuni amici riuniti per festeggiare l’anno nuovo.

Al termine delle libagioni mancavano, come spesso accadeva agli artisti, i quattrini per pagare il conto. E per saldare il conto come spesso accadeva ed è accaduto, pensiamo al grande Antonio Ligabue che pagava i suoi pasti con i suoi disegni, il pittore e scenografo Romolo Liverani ebbe lo sbuzzo di prendere un foglio e disegnare per saldare il conto.

Raffiguro’ un uomo dal vestito malridotto a cavalcioni di uno stanco ronzino, seguito da un gruppetto di amici anche essi malmessi: simboleggiava il Generale degli Smembri che si dirigeva assieme ai suoi sodali soldati malconci verso la Locanda della Miseria situata nella Città dei Debiti.

Lo Smembar è una persona buona, semplice ed umile, ma quasi sempre sconfitto dalla vita e sfortunato.

Romolo Liverani assieme ad Achille Calzi e al poeta Angelo Tartagni scrisse una zirudela – discorso nel quale si facevano previsioni e profezie sulle stagioni e sugli avvenimenti politici. I primi lunari erano caratterizzati appunto da una zirudela o filastrocca in lingua romagnola rimata come tutti quelli stampati dopo e quelli attuali. Il primo numero e quelli editi fino al 1847 vennero intitolati Lunario Faentino, dal 1848 in poi vennero chiamati Luneri di Smember.

Successivamente si aggiunse il calendario con le indicazioni per la campagna, i suggerimenti per le coltivazioni e quali operazioni effettuare nei campi. Dal 1865  Philippe Antoine Mathieu de La Drome, inventore, astronomo e astrologo francese arricchì il Luneri con le sue previsioni astronomiche.

Ogni anno il Luneri viene stampato e diffuso e da allora e compare nelle case della Romagna. La Mortadella è uno dei simboli di Bologna assieme alle Due Torri, all’Universita’ più antica del mondo, ai 32 chilometri di  Portici.

L’antica Felsina fondata dagli Etruschi ha sviluppato nei secoli una grande tradizione gastronomica conosciuta in tutto il mondo: basti pensare ai Tortellini in brodo di cappone, alle Lasagne gialle e verdi, ai Passatelli, alla Zuppa Imperiale, continuando con la Cotoletta alla Petroniana, al Fritto Misto alla Bolognese, senza dimenticare i pregiati Vini dei Colli Bolognesi che si abbinano ai piatti e finalmente hanno il giusto riconoscimento.

Il Maestro Pasticcere petroniano Gabriele Spinelli ha voluto rendere omaggio a Bologna con un Panettone alla Mortadella.

Sfornato in edizione limitata ha richiesto sette anni per venir realizzato a causa della difficile esecuzione causata dal trovare il giusto equilibrio tra gli ingredienti. Al posto dei canditi ci sono piccoli cubetti di Mortadella, una Mortadella che si è fatto preparare appositamente dalla Macelleria Zivieri nel laboratorio di Zola Predosa, dal quale hanno origine salumi di altissima qualità.

È una Mortadella veramente speciale e artigianale di mora romagnola che ben si abbina e si integra moltissimo con l’impasto messo a punto da Gabriele Spinelli, Maestro Pasticcere in collaborazione con sua moglie e gli altri pasticceri che lavorano con lui.

Il formato è di circa 500 grammi di peso, la base è quella del panettone classico: burro, farina, zucchero, uova, lievito madre che si tramanda in pasticceria dal 1888, aroma di vaniglia, miele e sale a cui Gabriele ha aggiunto il 20% circa di Mortadella di Zivieri. Il procedimento di cottura è quello classico, e dopo 48 ore il panettone è pronto per essere divorato.

Non avendo conservanti si mantiene solo per pochi giorni dopo aver aperto la confezione. Ottimo il contrasto tra il dolce dell’impasto e la leggera e quasi delicata ma decisa nota salata data dalla Mortadella di Zivieri. Il modo migliore per apprezzarlo e di gustarlo è come componente essenziale di un aperitivo in mariage con un Pignoletto Spumante DOCG dei Colli Bolognesi e scaglie di Parmigiano Reggiano di media stagionatura. Prodotto per adesso in edizione limitata, viene proposto nel periodo natalizio e fino alla Befana in virtù di due infornate alla settimana.

Umberto Faedi

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ONO arte contemporanea

presenta

Stardust:
Bowie by Sukita

4 gennaio 2020, ore 17.00 – Palazzo Fruscione,
Vicolo Adelberga 24, Salerno

www.bowiebysukitasalerno.it

L’associazione culturale Tempi Moderni, con il supporto della Regione Campania e ONO arte contemporaneasono lieti di presentare la mostra “Stardust Bowie by Sukita”, una retrospettiva dedicata al quarantennale rapporto professionale e personale tra David Bowie, una delle più importanti icone della cultura popolare contemporanea, e il maestro della fotografia giapponese Masayoshi Sukita, probabilmente il più importante fotografo col quale David Bowie abbia mai lavorato. La mostra sarà aperta dal pubblico, presso gli spazi di Palazzo Fruscione, dal 4 gennaio al 27 febbraio 2020. L’evento è promosso con il patrocinio del Comune di Salerno e del Dipartimento degli studi politici e sociali dell’Università di Salerno.

LA MOSTRA

La mostra (4 gennaio – 27 febbraio 2020), organizzata da Associazione Culturale Tempi Moderni, con la collaborazione della SCABEC Regione Campania per le attività di promozione e comunicazione, e curata da ONO arte contemporanea, si compone di oltre 100 fotografie, alcune delle quali esposte in anteprima nazionale, e ripercorre il sodalizio durato oltre quarant’anni tra la leggenda del pop e uno dei maestri della fotografia di rock. Il rapporto di collaborazione tra Bowie e Sukita nasce nel 1972 quando il fotografo arriva a Londra per immortalare Marc Bolan e i T-Rex e, sebbene ignaro su chi fosse David Bowie, decide di andare ad un suo concerto perché irresistibilmente attratto dal manifesto che lo promuoveva e raffigurava Bowie con una gamba alzata, su sfondo nero. Di quel momento Sukita ricorda: “Vedere David Bowie sul palco mi ha aperto gli occhi sul suo genio creativo. In quella circostanza osservai Bowie esibirsi con Lou Reed ed era davvero potente… Bowie era diverso dalle altre rock star, aveva qualcosa di speciale che dovevo assolutamente catturare con la mia macchina fotografica”. Sukita riesce ad incontrare Bowie di persona grazie all’aiuto dell’amica e stylist Yasuko Takahashi, pioniera di questo mestiere in Giappone nonché mente dietro alle prime sfilate di londinesi di Kansai Yamamoto, lo stilista che disegnò i costumi di scena di Bowie durante il periodo di Ziggy Stardust, ritratti anche nelle foto in mostra. La Takahashi propose un portfolio con i lavori di Sukita, all’epoca composto per lo più da campagne pubblicitarie e fotografia di moda, all’allora manager di Bowie che gli accorda uno shooting. Bowie rimane folgorato dallo stile di Sukita e, sebbene il servizio proceda nel completo silenzio a causa della barriera linguistica, tra i due scatta qualcosa, un comune sentire basato sulla continua ricerca artistica che porta alla nascita di una relazione professionale e umana tra i due che sarebbe durata fino alla scomparsa di Bowie. Nel 1973 Sukita ritrae di nuovo Bowie, sia negli Stati Uniti che durante il suo primo tour in Giappone, ma l’incontro indubbiamente più significativo avviene nel 1977 quando Bowie torna a Tokyo per la promozione dell’album “The Idiot” di Iggy Pop, che aveva prodotto. Sukita segue i due per la conferenza stampa promozionale e i concerti ma durante un day off chiede a Bowie e Iggy Pop di posare per lui in una breve sessione fotografica. In appena due ore, una per ogni artista, Sukita scatta 6 rullini e realizza anche la fotografia che non sapeva sarebbe divenuta la celebre copertina dell’album “HEROES”, una degli scatti più iconici nella storia della cultura popolare. Fu proprio Bowie infatti a contattare Sukita qualche mese dopo, quando doveva scegliere l’artwork per la copertina del suo nuovo disco, e a chiedere di poter una delle immagini di quello shooting, e nello specifico proprio quella indicata dal fotografo come la sua preferita. Durante il corso degli anni Bowie e Sukita lavorano assieme in quasi tutte le occasioni in cui il primo si trovava in Giappone o in cui il fotografo si trova negli stati uniti, ma ai servizi posati in studio seguono presto sessioni fotografiche più intime e personali, come ad esempio quella realizzata a Kyoto nel 1980, in quelle che erano giornate di pura vacanza. Il rapporto privato che si era instaurato tra i due, alimentato da un ricco interscambio culturale, ha infatti permesso la nascita di alcuni delle immagini più famose dell’artista britannico ma anche delle fotografie che ne mostrano la natura più vera.

NFO UTILI

La mostra è visitabile dal martedì al venerdì dalle ore 9.30 alle 13.30 e dalle 17.00 alle 20.00. Sabato e domenica orario continuato dalle 10.00 alle 19.00. Lunedì chiuso. Il costo del biglietto è di 10 euro (intero), 8 euro (studenti dai 14 ai 24 anni), 5 euro (ridotto scuole, gruppi organizzati superiori a 25 persone, per i titolari di campania>artecard). Gratuito per bambini e ragazzi fino a 13 anni. Domenica 5 gennaio e domenica 2 febbraio ingresso ridotto per tutti al costo di 5 euro.

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La Pizza Margherita ha compiuto 130 anni. La regina Margherita di Savoia, moglie di Umberto I che verrà ucciso il 29 Luglio 1900 a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci, si trovava nel Giugno 1889 in visita a Napoli. Il cuoco pizzaiolo Raffaele Esposito realizzò un piatto a base di pasta cotta in forno a legno presso la Pizzeria Brandi, nella quale lavorava e che è tuttora in attività ubicata in Salita Sant’Anna di Palazzo 1/2, condita con pomodoro, mozzarella e basilico per simboleggiare i colori della bandiera italiana.

Ci sono riferimenti precedenti all’ 11 Giugno del 1889, giorno nel quale Raffaele Esposito preparò tre pizze appositamente per l’evento, e la versione condita con i colori della bandiera italiana fu quella scelta dalla regina Margherita e da qui prese il nome.

Riportano di un piatto descritto dal filologo Emmanuele Rocco e da Francesco de Bourcard, scrittore italo svizzero che nel libro “Usi e costumi di Napoli” pubblicato nel 1866 descrivono  un piatto a base di pasta cotta nel forno a legna,  condita con “pomidoro, basilico e sottili fette di muzzarella disposte in maniera atta a ricreare una margherita sopra il piatto” e da qui il nome. Precedentemente nel 1830 Raffaele (?) Riccio nel suo libro “Napoli, contorni e dintorni” parla di un piatto con “pomidori, muzzarella e basilico”.

La Pizza Margherita è sicuramente uno dei piatti più rappresentativi della nostra gastronomia. Storpiata, copiata ed imitata spesso in malo modo. E infatti dalla Scozia nella cittadina di Arbroath, nome onomatopeico che richiama i borborigmi che scaturiscono dallo stomaco e si trasformano in rutti a volte orrendi, arriva la notizia che in una sedicente pizzeria indigena viene indicata nel menu’ una pizza farcita con tonno e banane.

Sappiamo tutti che la cucina migliore del mondo è quella Italiana, seguita da quella francese e spagnola ma molto meno ricche della nostra. La cucina scozzese è composta da piatti a base di formaggi, verdure pesce e frutta. I piatti più rappresentativi sono zuppe quali il famoso porridge/parritch o zuppa d’avena che si consuma prevalentemente a colazione accompagnata da miele, panna, zucchero, frutta e sciroppo d’acero, cullen skink zuppa a base di haddock o eglefino affumicato pesce della famiglia dei merluzzi guarnita con porri  patate e cipolle in vellutata, anche se skink era in origine fatta con lo stinco di manzo, leek and tattie soup composta principalmente da porri e patate, hotch potch, scotch broth brodo scozzese ossia minestrone di verdure con carne di montone reso denso dall’orzo ( barley) mondato, game soup, kipper, zuppa di lenticchie e bacon pancetta affumicata, piatti di pesce come aringa affumicata, aringa aperta, salmone affumicato, servito a colazione accompagnato da uova strapazzate oppure imburrato sopra una fetta di pane tostato o guarnito di verdure dure, tatties purè di patate e rape, tatties and herrings con purè di patate e aringhe, haggis con neeps and tatties ossia cuore, polmone e fegato di pecora cotte al vapore all’interno dello stomaco ovino e servite con spezie, avena bollita, purè di rape e patate, fish and chips scottish version. Porridge, sowans e skirlie sono a base di cereali.

I formaggi più diffusi sono lanark blue, dunlop cheese, crowdie, dunsyre blue e Bishop Kennedy. Piatti di carne quali Ayrshire bacon o pancetta di Ayrshire, black, red e white pudding budini a base di carne appunto, montone e agnello bollito, chicken tikka a base di pollo, uova drappit eggs, arrosto di manzo, urogallo, beccaccia, anatra solan, arrosto di Haunch of Venison, torta scozzese salata e il celebre bovino dal manto scuro, l’Angus Beef di Aberdeen che ha la caratteristica di sciogliersi in bocca ad ogni boccone e dal quale si ricavano gustosi filetti e il pluriconosciuto roast beef, lo steak pie spezzatino ricoperto da pasta brise’, scotch pie torta ripiena di carne avvolta in pasta brise’ con al suo interno un ricco condimento a base di montone e altri tipi di carne. I dolci sono numerosi, i più famosi sono burnt cream o crema bruciata, apple frushie a base di mele, blackberry pie a base di mirtilli neri, marmalade pudding o budino di marmellata, cranachan, tipsy laird o laird ubriaco. Molte le torte, i pani come il bannock a base di farina d’avena e le confetture.

Famosa la Dundee Cake a base di frutta secca che si dice fu preparata a Dundee la prima volta per Maria Stuart / Maria Stuarda regina di Scozia che non amava le ciliegie.Tanti i dolci a base di burro e caramello, molte varietà di biscotti e i frollini a base di burro da una ricetta medievale, torte di frutta come il selkirk bannock e simil crostate, torte a base di uova e patate dolci, pan drops e pan loaf. Gli scones sono bocconcini né dolci né salati che si possono essere farciti dolci e salati e si accompagnano a marmellate di lamponi e fragole e alla clotted cream crema cagliata raggrumata. Frutta di bosco come more, lamponi, mirtilli neri e rossi e fragole, tayberry incrocio tra mora e lampone rosso, loganberry incrocio tra mora e lampone rosso, e poi prugne e mele. I condimenti principali sono la salsa Dundee, rowan gelly o gelatina di sorbo, spiced plums o prugne speziate e marmalades confetture speziate tipo mostarde.

I Romani sono stati in Caledonia, come veniva chiamata la Scozia dal nome di una delle molte popolazioni – tribù che la abitavano, ma non sono riusciti a portare usi e tradizioni culinarie proprie della loro terra chiamata Enotria Tellus. Probabilmente è giusto così, e sicuramente la notevolissima differenza climatica non permette la coltivazione di quei prodotti delle nostre regioni che originano alimenti unici.

Un poco snobisticamente affermo: e allora che si tengano la loro  pizza al tonno e banane, e se la gustino nei loro locali sperduti nei villaggi delle Highlands nelle buie spettrali brumose sere, mentre nella brughiera umida e avvolta da nebbie inquietanti che evocano una gelida tristezza, disseminata da antiche e recenti rovine ulula il mastino dei Signori di Baskerville: il potente Vallo di Adriano costruito dalle legioni di Roma per dividere la Caledonia dalla Britannia è ancora quasi del tutto in piedi.

Umberto Faedi

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Volge alla chiusura la mostra al MAST Antropocene , ad ingresso libero, bisogna prenotare ,il 5 gennaio il gran finale, una mostra che illustra una ricerca di un gruppo di scienziati che, dopo l’Olocene sostiene che siamo nell’Antropocene una era geologica in cui l’ambiente e le risorse sono nelle mani dell’uomo.
La ricerca parte da un gruppo di fotografi, Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal, che scrive la sceneggiatura dell’omonimo film, Nicholas De Pencier. Durante la proiezione del film, 88 minuti, qualcuno è uscito, la verità fa male, ma bisogna saperla.
La tecnica che è stata usata è la fotogrammetria, 250 immagini, anche di droni, montati con un software per una panoramica anche dall’alto. I continenti osservati Africa, America, Europa, Australia. Per l’Italia c’è una unica foto sulle estrazioni del marmo di Carrara con una montagna bianca che sembra tagliata come burro.
Stiamo raggiungendo i 7 miliardi e mezzo, la concentrazione dà luogo a megalopoli, oggi una città come Lagos ha 20 milioni di abitanti e non è di certo la più popolosa.
La mostra è supportata da tablet che mostrano, nei dettagli alcune storie di realtà ravvicinata. Il film inizia con un rogo,
il presidente del Kenya Uhru Kenyatt ha fatto ardere ventimila corni di elefante, la popolazione con lui, per estirpare il bracconaggio . Una scelta impensabile ma che diventa logica con le testimonianze dei kenyoti che ne parlano.
Una mostra che lascia molti strascichi e che mette sul tappeto la congestione dello sviluppo , si parla di Capitalocene .
E non è così lontano :
Quando avrete abbattuto l’ultimo albero, quando avrete pescato l’ultimo pesce, quando avrete inquinato l’ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.

Proverbio Indiano

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In una serie di racconti scritti dal poliedrico Willy Masetti negli anni ‘80, da prima pubblicati sulla rivista – Bologna in – allora diretta da Fulvio de Nigris,  poi raccolti nel libro Cronache dal tempo Zero – c’è n’ è  uno, ambientato nel 2019 che parla, con lo stile di un finto articolo, di film in uscita, che vedono come protagonisti attori del passato. Questo grazie a sofisticati effetti computerizzati. Ora succede che sul Resto del Carlino dell’otto Novembre compare un vero articolo sullo stesso argomento. E come se la realtà imitasse l’arte e viceversa, per parafrasare l’aforisma di Oscar Wilde, il finto articolo scritto quasi quarant’anni fa sembra la fotocopia di quello vero di pochi giorni fa. E non è l’unico caso, nel libro di Willy Masetti ci sono molte anticipazioni che rendono i racconti moto attuali, come se fossero stati scritti giorni fa. Parano di intelligenza artificiale, robotica, fabbriche completamente automatizzate, telefonini, dipendenze elettroniche ecc. da un’epoca in cui internet pochi sapevano cos’era, sopratutto che sviluppi avrebbe avuto, Photoshop muoveva i primi passi, i robot appartenevano ancora alla fantascienza, i videogiochi erano semplici e lenti. WM

https://www.amazon.it/Cronache-tempo-zero-Willy-Masetti/dp/8889435550

 

Marilyn rialza la gonna

2019

Quest’autunno a Hollywood si sta giocando una delicata partita a scacchi.

Il film “Indovina chi viene a pranzo” , uscito in questi giorni, non é che l’ultima mossa, il perché é presto detto.

La storia, una classica commedia tragicomica é interpretata da una Marilyn Monroe di ventisei anni, un Cary Grant di trentadue e un Jean Gabin di trenta. Come reso publico alla stampa ciò é possibile, grazie alla Eugene s.p.a, una società controllata dalla Nec Bull, la quale vanta il primo brevetto di clonimago .

Semplificando si tratta di questo, con la messa a punto di un complesso programma grafico i tecnici dell’Eugene sono riusciti a creare immagini di persone, inventate o replicate dalla realtà, da inserire in qualsiasi registrazione video, come film, documentari, ecc. con un realismo perfetto e quindi di farle recitare in modo completamente naturale e plausibile, esattamente come si trattasse di riprese dalla realtà . Ed é qui che scatta il giallo.

Mentre gli Studios fanno la fila, con la classica valigia piena di milioni di dollari, alle porte dell’Eugene, l’I.B.M dichiara di avere regolarizzato i cloni vergini di Clark Gable, Vivien Leigh, James Dean e, in coproduzione con la MGM di aver appena ultimato l’autentico seguito di Via col vento. Non é finita, i loro legali dichiarano che non è sostenibile un’esclusiva totale sull’immagine di una persona scomparsa .

Trattandosi infatti solo di una riproduzione, il brevetto ha un’estensione limitata all’età di riferimento ( per esempio , se ciò fosse vero , la Nec Bull potrebbe vantare diritti solo su di una Monroe ventiseienne ) , Inoltre chiedono che sia istituita una commissione competente in grado di decidere quali dei cloni abbiano i requisiti pubblici e morali conformi ai modelli reali . Per esplicare le proprie tesi, gli avvocati dell’I.B.M, citano una famosa frase di Irene Jacocca : – “ Fate interpretare a Marilyn solo ruoli che essa stessa avrebbe interpretato “ .

Qui è d’obbligo una digressione. È facile immaginare come la pirateria del mondo hard sia già al lavoro. Certo non ci vuole una gran fantasia per prevedere la comparsa imminente di una Marilyn che darà all’aforisma della Jacocca un senso molto personale, e non è detto che non lo rispetti più di altre occasioni. Ad ogni modo una cosa é certa : le possibilità offerte da questa rivoluzione copernicana sono immense e non prive d’inquietanti conseguenze. Probabilmente dietro l’angolo ci aspettano schiere di divi inesistenti, e speriamo che la cosa si limiti al solo mondo dello spettacolo. Chiudiamo però questa cavillosa , anche se necessaria parentesi, e veniamo al film. Lo dirigerlo un vero maestro del genere, il geniale Axel Handke.

La trama: una sapiente commistione di generi che rimandano a celebri remake come “A qualcuno piace caldo di Wilder , o “Un ‘ altra donna di Allen”. Tanto per citare due degli amori del regista. I personaggi sono naturali, dipinti con grande spessore e realismo. Senz’altro più di quelli interpretati in vita dagli attori stessi. Mi ha colpito particolarmente quello di Eva ( Marilyn ) una donna insicura, complessa. Recitato a due voci, una pubblica brillante, l’altra sofferta, interiore, con la quale si rivolge alla platea, come la Marion di Allen appunto. Anche se é palese lo sfruttamento del mito della Monroe, soprattutto quello dell’immaginario collettivo del post mortem, il risultato, forse proprio per questo, ne esce rafforzato. Felina, ardente, la sua sensualità é quella intatta di “Quando la moglie é in vacanza “. Ciò che il suo personaggio afferma non è solo il fuoco di una passione sfrenata, ma il bisogno d’asservimento, di umiliazione, che tanta parte ha avuto nella mitologia sessuale, sullo schermo e oltre. Spigoloso ma convincente anche Paul, il personaggio interpretato da Gary Grant, frizzante come nel miglior originale. Di maniera invece la recitazione programmata per il personaggio di J . Gabin, ruvidone dal cuore dolce, come un kràpfen .

Il prodotto, buono, ben diretto e coordinato, rende piacevoli le due ore di proiezione, e questo é quel che davvero conta in film destinato a rimanere comunque nella storia. Non mancano certo momenti di magia, d’affascinante mistero in quello appare sullo schermo. Handke dimostra di saper giocare bene le sue carte, si muove a suo agio, con ironia e intelligenza, tra il fascino idealizzato dei miti redivivi e quello ermetico delle atmosfere artificiali.

Willy Masetti

Venerdì 8 novembre il giornalista Giovanni Bogani de “Il Resto del Carlino” nell’articolo “: James Dean è risorto : Hollywood non ci sta” pone il problema della tecnologia che può fare recitare persone scomparse, come Dean morto nel 1955 schiantato a 130 all’ora con la sua Porsche. E Willy Masetti, in “Cronache dal tempo zero” aveva già prefigurato in un suo racconto questa resurrezione con la tecnologia.Il tema era stato precedentemente affrontato in un libro di Willy Masetti : “Cronache dal tempo zero ” .

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