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Archive for the ‘Arte e letteratura’ Category

ROMANA MARZADURI – OLTRE LO SPECCHIO

Inaugurazione sabato 23 ottobre 2021 alle ore 18.

GALLERIA B4, Via Vinazzetti 4/b (zona universitaria), Bologna.

Fino al mercoledì 24 novembre, mar-sab, 17-20.

Ingresso libero, oppure su appuntamento.

In un clima di congelante sospensione durante la costrizione al lockdown, la visione inattaccabile dal virus di Romana Marzaduri, sviluppa un nuovo progetto intitolato “Oltre lo specchio”,

che sta ad indicare che il mistero non si inserisce nel mondo rappresentato, ma si nasconde e palpita dietro di esso.

Otto donne che dal mondo reale, attraverso lo specchio, assumono le sembianze di Supereroine vestite del loro fascino arcano.

Alimentate di energia fotoatomica e mature per grazia divina, sono forti, risolute, coraggiose e assolutamente perfette,

pronte ad affrontare questo destino e salvare il nostro mondo malato,

agendo per il bene del gruppo e in difesa della comunità.

Il Realismo Magico, un rifugio da un mondo ostile, nel vero sempre più vero fino al finto.

Oltre lo specchio 7, 80×80, acrilico su tela, 2020.

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Pia de’ Tolomei dipinta da Arturo Viligiardi

La mostra su Dante a Ravenna è nostra storia collettiva

.Pia De Tolomei che Dante incontra nel Purgatorio…”Ricordati di me” …Il pittore di La Pia Tolomei in questo dipinto è Arturo Vigilardi ( 1869-1936) Se al piano terreno la mostra parla di Dante nella letteratura nella filosofia e nell’influenza storico politica, documentato nelle opere che si riferiscono a lui, al primo piano una mostra di dipinti di grande formato, con un effetto molto suggestivo .Pia De Tolomei Nel canto V del Purgatorio, tra i morti che hanno subito violenza e si sono pentiti solo in fin di vita, appare una donna molto dolce, che scambia alcune parole con Dante assieme ad altre anime. Svela di chiamarsi Pia e vuole essere ricordata in Terra per accelerare il suo purgarsi.Ella enuncia gentilmente e brevemente al pellegrino il luogo in cui nacque, Siena, e in cui fu uccisa, la Maremma. Allude amaramente al suo assassino, il marito, come a colui che, dandole la morte, non rispettò la promessa di indissolubile fedeltà dell’anello nuziale. Pia racconta la sua storia a Dante con una concisione quasi cronachistica, a sottolineare il suo completo distacco dalla vita e dal mondo terreno: tutta l’enfasi di Pia è nel suo «Ricorditi». È l’unica anima nel canto dalla quale traspare un velo di cortesia, chiedendo al poeta di ricordarla tra i vivi, solo quando si sarà riposato dal lungo viaggio. Dopo il tumultuoso crescendo del racconto dell’anima precedente, Bonconte da Montefeltro, il canto si chiude con il tono elegiaco e malinconico dell’appello di Pia.Quel «Ricordati di me… » così struggente è diventato uno dei versi più famosi del poema (anche se non è l’unica anima a formulare tale richiesta) ed è permeato di femminile levità, sottolineata dall’uso dell’articolo determinativo davanti al nome («la Pia»), tipico del linguaggio familiare. Pia ha bisogno che Dante preghi per lei, perché sa che nessuno della sua famiglia lo farebbe: lo chiede per accelerare la sua salita verso il paradiso.

Gustave Dorè Pia De Tolomei

La storia di Pia

Pia de’ Tolomei è un personaggio di identificazione assai incerta, anche se secondo molti degli antichi commentatori sarebbe stata della famiglia dei Tolomei di Siena: andata in sposa a Nello dei Pannocchieschi, podestà di Volterra e capitano della Taglia guelfa nel 1284, sarebbe stata uccisa dal marito che la fece precipitare dal balcone del suo castello della Pietra, in Maremma. La causa del delitto sarebbe, secondo alcuni, la punizione di un’infedeltà, secondo altri la volontà di lui di passare a seconde nozze.Dante la include tra tra i morti per forza e peccatori fino all’ultima ora, che attendono nel secondo balzo dell’Antipurgatorio (Purg., V, 130-136): la penitente prende la parola dopo Bonconte da Montefeltro e in pochi versi di squisita dolcezza si rivolge a Dante, chiedendogli di ricordarsi di lei dopo che sarà tornato nel mondo e che avrà riposato per il lungo cammino. Si presenta come la Pia, nata a Siena e uccisa in Maremma, come ben sa colui che l’aveva chiesta in sposa regalandole l’anello nuziale.

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Giuseppe Abbati Camposanto di Pisa
Giuseppe Abbati San Miniato Monte interno
Giuseppe Abbati interno della Chiesa di San Miniato Monte a Firenze
Giulio Aristide Sartorio Dal ciclo il poema della vita umana

Il Grand Tour che, a metà dell’800 ebbe un impulso , ammirando nelle vestigia del passato il presente . Un pittore come Giuseppe Abbati (1836-1868) illustrava una Firenze chiaro scura e i camposanti , cimiteri monumentali . Ed è sulla morte in senso dantesco dove inizia la nuova avventura dell’uomo che si ispira anche Giulio Aristide Sartorio a cui dedica questo umano passaggio , per chi volesse vederla è a Venezia alla Fondazione Musei Civici, il ciclo “Il poema della vita umana”. Ancora oggi Dante è centrale nella nostra letteratura e nella nostra arte.

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Bonifacio VIII che Dante aveva messo all’inferno quand’era ancora in vita
Il piviale di Bonifacio VIII che occupava un’intera parete

Forlì, città ghibellina degli Ordelaffi, fra il 1302 e il 1313 ospitò in varie occasioni l’esule Poeta. In questo luogo, a metà strada tra la natìa città e quella che ospita i suoi resti mortali, sarà allestita la grande mostra “Dante. La visione dell’arte”.

L’esposizione intende restituire una rilettura della figura di Dante e della sua opera attraverso le immagini che lo hanno reso celebre in tutto il mondo, in un arco temporale che va dal Duecento al Novecento. L’obiettivo è stato di presentare le molteplici traduzioni figurative della potenza visionaria del poeta, con una particolare attenzione alle analogie tra le sue vivide parole e circa 300 opere d’arte con cui gli artisti ne hanno dato interpretazione nei secoli: Giotto, Beato Angelico, Michelangelo, Tintoretto, fino ad arrivare a Sartorio, Previati, Casorati e altri maestri del secolo scorso.

Forlì è una città ordinata , ben amministrata e si ha l’impressione di percorrere un salotto, dehors in fiiore , ha l’Universita’ decentrata e una posizione che si presta alla organizzazione delle mostre , dopo quella su Dante ne ha messo in cantiere un’altra, Essere Umane , 300 foto di donne suddivise cronologicamente , dal novecento al millennio, ai Musei di San Domenico un luogo ideale. Alla mostra su Dante che , in realtà, affronta la radice della cultura nazionale c’e una effigie di Bonifacio VIII, Dante lo aveva messo nell’inferno prima che fosse morto, per dire. Lo stesso premio Nobel Dario Fo ne aveva fatto una parodia , a ragione, perché il mantello esposto di Bonifax è intessuto con fili d’oro e non presenta nessun elemento di austerità come dovrebbe essere per un successore di Cristo.Un intervento di Dario Fo sul “Mistero Buffo ” in cui viene citato l’episodio della linguada (quando fece attaccare i frati ribelli per la lingua) .

Il Premio Nobel Dario Fo “Il Mistero Buffo ” e la descrizione di Bonifacio VIII

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Giotto e Taddeo Gaddi “Incoronazione della Vergine
Beato Angelico “Giudizio Finale “
Dante e Petrarca
Victor Prouve i lussuriosi

Si è appena conclusa una mostra molto importante ai Musei di San Domenico a Forlì , forse la mostra che si attende da una vita .

Forlì e Firenze hanno unito le forse per rendere omaggio a Dante Alighieri con una mostra che definire grande non è riduttivo. La mostra ha chiuso l’11 luglio e sono stati affrontati i termini complessi della figurazione di Dante, la filosofia delle opere di cui è permeata l’opera, la storia e i conflitti e la ricaduta del capolavoro nella cultura e nell’arte passata presente contemporanea e post contemporanea .

Nel 2021 dobbiamo fare Dante, e dobbiamo farlo insieme”, disse tempo fa Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi, a Gianfranco Brunelli, come racconta quest’ultimo. E fu così che gli Uffizi andarono a Forlì, collaborazione resa senza dubbio possibile da quindici anni di mostre eccellenti promosse dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e dal suo competente direttore in materia di Arte .
La grandiosa esposizione cha celebrato i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, e lo ha fatto con circa trecento opere tra cui, tanto per dire, quattro tavole di Giotto, e poi manoscritti medievali, sculture romane, affreschi staccati, incisioni e oggetti liturgici, e ancora tanti, tantissimi dipinti.
Un percorso ricco e complesso, che comincia dal tema del Giudizio Finale, perché rappresenta il “concetto e criterio orientativo della Commedia di Dante. Senza il quale l’intero poema non può operare, perché senza questo momento definitivo non ci sarà l’eterna salvezza”, scrive Brunelli in catalogo.

Il catalogo è inarrivabile, pesa circa 5 kg, ricchissimo di illustrazioni , consci del fatto che probabilmente una riunione di tutte queste opere non potrà essere riprodotta , ha 526 pagine e i commenti sono dei più autorevoli critici d’arte contemporanei , compresi Eike Schmidt (che ha studiato al DAMS di Bologna ) e Antonio Paolucci direttore dei Musei Capitolini , Gianfranco Brunelli e Fernando Mazzocca.

“L’esposizione entra quindi nel vivo e indaga la fortuna e il mito di Dante, ed ecco allora i ritratti del poeta come quelli straordinari di Andrea del Castagno (che si affianca all’effige di Giovanni Boccaccio) e di Sandro Botticelli, mentre nelle teche i codici miniati testimoniano la fortuna che ebbe fin dall’inizio la Commedia, dove compaiono già le prime immagini tratte dalle allegorie dantesche e che così profondamente hanno influenzato la nostra cultura visiva, dai mostri dell’Inferno alla luce della salvezza. Senza dimenticare quel Giudizio dipinto da Michelangelo, che non può prescindere da Dante e a cui viene ancor oggi associata la potenza visionaria della Commedia. Per arrivare poi alla riscoperta del Medioevo da parte dei cosiddetti pittori Nazareni che, stranieri a Roma, trovano proprio in Dante una sorta di guida, lui che era stato guidato da Virgilio e Beatrice.
Ma non c’è solo il poema al centro della mostra: c’è il Dante “civile” che l’arte e la letteratura adottano come simbolo proprio nel passaggio dell’Unità d’Italia, e poi oltre, se pensiamo che Felice Casorati “arruolò” il fiorentino per due dipinti realizzati in piena Prima Guerra Mondiale.
Il Refettorio di San Domenico ospita invece un’ampia rassegna di grafiche: da Gustav Doré ad Arturo Martini, da Duilio Cambellotti ad Amos Nattini, le opere su carta precedono e seguono le grandi edizioni dantesche che, tra Otto e Novecento, circolano sempre più. Un secondo capitolo della mostra è definito “Diventare Dante” e rilegge il protagonista attraverso il magistero degli antichi, lo colloca nella sua dimensione politica e sfiora la Vita Nova grazie a Dante Gabriel Rossetti che, con la sua Beatrice, affronta il cruciale tema della donna.

Ma Inferno, Purgatorio e Paradiso? Niente paura, alle tre cantiche è dedicato tutto il primo piano del complesso museale, e “Di canto in canto” – recita il titolo – non mancano i leggendari personaggi visti attraverso le lenti dei pittori: Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, Ugolino, Pia de’ Tolomei, quindi la lunga carrellata prosegue con il Purgatorio e approda infine all’empireo tra santi e beati, culminando nell’ultima sala che richiama il 33esimo canto, non solo l’ultimo del Paradiso ma l’ultimo della Commedia, “quello che non viene mai letto a scuola”, si rammarica a ragione il teologo Brunelli in conferenza stampa.
La preghiera di San Bernardo è evocata nella figura della Vergine, mentre un’incredibile Trinità di Lorenzo Lotto, “pittore inquieto, interlocutore di domenicani e francescani” con un Cristo risorto segnato dalle piaghe della crocifissione “comunica la figura dell’uomo in cielo. ‘Nostra effigie’. Figura dell’uomo che Dante cerca in Dio”. E per riveder le stelle, a Forlì, verrebbe voglia di rifare il viaggio a ritroso per godersi di nuovo le opere, trovare i loro legami e sprofondare nei loro significati.” – Marta Santacatterina

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