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Archive for the ‘costume e società’ Category

Qualche anno fa il Sindaco di Bologna Virginio Merola ha inaugurato la piazzetta di fronte ai Salesiani intitolandola a Don Antonio Gavinelli il costruttore del complesso dei Salesiani  che è anche un polo educativo e formativo a pochi passi dalla stazione di Bologna , e oggi in questa piazzetta c’è una panchina con lo stesso Don Antonio Gavinelli.

 

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La Fondazione MAST presenta per la prima volta dalla sua apertura un progetto espositivo interamente dedicato all’immagine in movimento, con 18 opere di 14 artisti internazionali. Se finora il racconto dell’industria e del lavoro è passato attraverso un percorso scandito dalla narrazione fotografica, in questa mostra sono i video a darne una rappresentazione visiva. Mediante l’interpretazione filmata della realtà, lo sguardo della videocamera è in grado di testimoniare la mutabilità di un mondo – quello del lavoro e della produzione ­– in rapida trasformazione, descrivendo in modo immediato e coinvolgente cambiamenti, evoluzioni e rotture.

I video di questa mostra mettono in luce il cambiamento in atto nel mondo dell’industria, vagano senza sosta negli impianti che si svuotano, mentre in altri luoghi le macchine continuano a battere e fischiare e in altri ancora la produzione procede nel silenzio assoluto, ma a ritmo vertiginoso e ad altissima precisione. Queste opere ci accompagnano attraverso realtà produttive semideserte perché completamente digitalizzate, così come in fabbriche abbandonate e ormai in disuso. Ci offrono immagini intense degli ambienti di lavoro e di commercio più diversi: dall’attività artigianale di un singolo individuo alla produzione di massa, dal lavoro umano a quello robotizzato, dalla fornitura di energia a quella di beni e servizi high-tech, dallo sviluppo del prodotto alla contrattazione commerciale, dalle sfide di natura legale alle questioni strutturali ed esistenziali legate al sistema economico e alle sue forme di organizzazione collettiva della vita e del lavoro.

Video di Yuri Ancarani, Gaëlle Boucand, Chen Chieh-jen, Willie Doherty, Harun Farocki / Antje Ehmann, Pieter Hugo, Ali Kazma, Eva Leitolf, Armin Linke, Gabriela Löffel, Ad Nuis, Julika Rudelius e Thomas Vroege.

...”Il lavoro è movimento e con esso la realtà in cui viviamo, il fondamento della nostra esistenza,, la nostra identità, la nostra autostima e la sicurezza in noi stessi. Tutto sembra essere movimento, come se sedessimo sul dorso di una tigre senza avere la più vaga idea di quale sia la destinazione del nostro viaggio. Se finora il racconto delle trasformazioni in atto è passatoattraverso un percorso scandito da una narrazione fotografica in questa mostra ci sono i video a darne una rappresentazione visiva. Mediante l’interpretazione filmata della realtà, lo sguardo della videocamera testimonia la mutabilità di un momdo  – quello del lavoro e della produzione -in rapida metamorfosi, descrivendo in modo immediato e coinvolgente i cambiamenti , evoluzioni e rotture “…(Urs Stahler prefazione alla mostra : il catalogo)

 

Le foto sono riprodotte dal catalogo della mostra.

 

Mancano una manciata di giorni, la mostra chiuderà il 17 aprile alle 19 per vedere la mostra del MAST ad ingresso libero in via Speranza 42 : lavoro in movimento lo sguardo della videocamera sul comportamento sociale ed economico. La mostra è composta da bellissime video installazioni che documentano il lavoro globalizzato , trasversalmente parlando , che va  daĺle persone che smistano i rifiuti nella discariche agli operatori di borsa. Ne esce una lettura composita ,ricca di stimoli, che riprende le categorie di lavoro plusvalore e plusvalenza care all’economia politica, implicitamente. Al piano terra 3 filmati , quindi bisogna prendersi qualche minuto per vederli, che riprendono l’intervista di un uomo d’affari francese che vive in Svizzera che racconta luci e ombre del suo mondo, un filmato sulla City del business quando l’amministratore delegato della Lehman Brothers dice al giudice che assieme ai titoli si vendevano prodotti a rischio (tossici ) e il giudice chiede com’era possibile che la banca fosse contro sé stessa? e l’a.d. :- se compravano titoli a rischio che rischio c’era se non lo mettevamo noi?”- E il giudice , ma l’operatore lo sapeva? E l’amministratore delegato :”- ma sa, siamo 35.000″-. Altro filmato sull’Azerbaijan la vita nella città delle pompe petrolifere . Veramente una mostra non solo bellissima ma formativa con aspetti sociologici di analisi non comuni. Oltre naturalmente al ricorso di video e non di fotografie per descrivere il lavoro, sottolineandone il carattere di movimento.

 

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In occasione del Capodanno i Musei di Rimini sono rimasti sempre aperti e si sono potute ammirare delle raccolte . In particolare la mostra di Gruau

Renato Zavagli Ricciardelli delle Caminate, figlio del conte Alessandro Zavagli Ricciardelli delle Caminate e della nobile parigina Marie de Gruau de la Chesnaie, visse a Rimini fino all’età di 7 anni, quando i suoi genitori si separarono. Il divorzio ufficiale dei genitori fu seguito con grande scalpore dalla stampa, soprattutto perché Marie de Gruau si affidò ad uno degli avvocati più conosciuti a quel tempo che anziché aiutarla si prese gioco di lei e riuscì a sottrarle la maggior parte dei suoi beni[1]. Affidato alla madre, la sua vita fu scandita in base alle stagioni da trascorrere ognuna in un luogo diverso: estate a Rimini, autunno a Milano, inverno tra Montecarlo e Parigi. Renato nutriva un forte attaccamento per la madre, che lo assecondava nelle sue passioni artistiche, a differenza del padre che preferiva per lui una carriera diplomatica. Tra il 1920 e il 1921 il giovane Renato, spronato dalla madre, fu allievo del pittore riminese Gino Ravaioli, primo e unico suo insegnante di disegno pittorico, con il quale imparò le basi del disegno e coltivò il suo talento.

A partire dal 1923, Renato si trasferì a Milano dove cominciò quasi subito a fare del suo talento artistico il suo lavoro, volendo aiutare economicamente la madre. Grazie alle conoscenze di Marie de Gruau, iniziò a lavorare come illustratore di moda per la rivista Lidel. Nei circa dieci anni trascorsi a Milano, l’artista divenne sempre più famoso, ampliando le sue conoscenze e collaborazioni con il mondo della moda. Renato si occupava di disegnare i figurini dei modelli delle varie case di moda, da pubblicare poi sulle riviste del settore. Oltre all’abbigliamento si occupava anche di arredamento e novelle. È tra il 1924 e il 1926 che Renato incominciò ad apporre la firma René Gruau alle sue opere, prendendo quindi il cognome della madre. https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Gruau

La collaborazione con riviste parigine di moda durante il periodo fascista e durante le guerra nulla toglie alla sua attività in senso moderno con segni che rimandano a Toulouse Lautrec, al modo giapponese di concepire lo spazio con sintetici segni.

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la locandina de La dolce vita rimase una episodica collaborazione di Gruau al cinema

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Dario Fo ha raggiunto Franca. Il Grande Giullare ha lasciato orfani tutti coloro che sono un poco al margine e discosti ma che ragionano e non hanno portato il cervello all’ammasso come diceva il grande Giovannino Guareschi, altro intellettuale scomodo schierato contro ogni potere. Se ne e’ andato proprio il giorno della proclamazione del nuovo Nobel per la letteratura. Ha fatto coppia fissa con Franca Rame per tanti anni ed assieme hanno deriso e combattuto il potere ottuso ed ignorante. Comincio’ agli albori della tivu’ italica facendosi buttare fuori dal palinsesto col bellissimo programma “Un, due tre” assieme a Franca Rame e Ugo Tognazzi per aver preso in giro l’allora grigio democristo presidente della nostra grigia repubblica Giovanni Gronchi. Artista sommo e poliedrico scriveva canzoni e con “Ho visto un Re” venne cacciato da Canzonissima nel 1968. Pittore, autore teatrale, regista, scrittore, sceneggiatore, cantante, attore, poeta  e vincitore del premio Nobel per la letteratura, uno dei pochissimi italiani. Inventore del gramelot, lingua volgare che adoperava nei suoi monologhi in teatro aveva fondato in Umbria con il figlio Jacopo e Franca la Libera Universita di Alcatraz. A Milano un teatro Lui e Franca dovettero comprarselo perche’ nessuna amministrazione assegnava a loro uno spazio. Nacque cosi’ il teatro libero della Palazzina Liberty. Ed e’ li’ che vi ho conosciuto, Tu e Franca, attratto a Milano dalle vostre proposte culturali e da un amore, non dalla Milano da bere. Ogni tanto venivate a Bologna e al contrario di tanti altri spocchiosi colleghi (?) non scendevate al Baglioni o al Carlton bensi’ in un albergo ristorante di Idice, chiuso da tempo, e li’ ci trovavamo per giocare a carte, fumare e bere vino rosso. Discreto quasi quanto la sua esuberanza faceva qualche discreto passaggio alla Trattoria Vito, magari sul tardi quando rimanevano i soliti tra i quali il Maestrione Francesco Guccini e spesso Lucio Dalla. Un graffiante spettacolo Tuo e di Franca chiuse alla Montagnola il convegno di Bologna del Settembre 1977 ed io ero con Voi ben felice di custodirvi e coccolarvi. Decine di migliaia di persone assistettero all’evento unico ed irripetibile e credo che tante persone cosi’ non hanno mai assistito ad un vostro spettacolo. E Voi non chiedeste una lira di rimborso. Quando Franca e’ stata senatrice versava il suo stipendio da parlamentare ad associazioni che si occupano di violenza sulle donne, che lei stessa nel 1973 aveva subito. E Tu hai devoluto l’importo del Premio Nobel a situazioni bisognose di aiuto concreto e non solo delle solite trite e ritrite vuote parole. Non sono uso a facili ed inutili commozioni: ho pianto poche volte in vita mia. Oggi la notizia mi ha colpito duramente. Senza retorica Ti saluto. Ciao Nobile Menestrello degnissimo erede della grande tradizione dei trovieri. Ho visto un Re. Chi era? Dario Fo!
Umberto Faedi

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Sono una persona all’antica e quando sfoglio i giornali della domenica mattina più che divertimento la febbre del sabato sera mi sembra un mattatoio  , nel panorama delle opinioni che leggo, sicuramente quella dello psichiatra  Leonardo Montecchi è il parere   che permette di avere una visuale realistica e tecnica della situazione. Troppe “paste”(Madma)  e troppi morti, così il magistrato ha deciso di chiudere la famosa discoteca di Riccione “Cocoricò”. Ecco l’opinione di Leonardo Montecchi che mi ha gentilmente concesso di pubblicare e che ringrazio:

Sulla chiusura del Cocorico’
Nel 186 avanti Cristo il senato romano proibì la celebrazione dei baccanali. I baccanali erano feste in onore di Bacco, che in Grecia e’ conosciuto come Dioniso in cui si beveva vino si ballava in un clima orgiastico per raggiungere uno stato modificato di coscienza in cui poteva avvenire la possessione rituale da parte delle divinità. Le feste erano caratterizzate da musica che veniva ballata da maschi e femmine. Nel senato romano prevalse la tendenza di Catone e della oligarchia senatoria che vedeva in queste feste un pericolo perché gli uomini ballando si effeminavano e le donne che partecipavano si trasformavano in prostitute non adatte ad essere madri di famiglia romana. Qualcuno ha visto nella repressione di questi culti un attacco politico al circolo degli Scipioni che favoriva una diffusione dei culti greci e una promozione delle classi più basse in una ottica di allargamento della cittadinanza romana.
Come sa chiunque si sia occupato da un punto di vista antropologico o sociologico delle feste da ballo sia all’aperto che al chiuso queste due posizioni si ritrovano sempre.
Io sono convinto che la repressione dell’aspetto dionisiaco della vita,per dirla alla Nietzsche, sia un grave errore. Penso che il muro di Berlino sia caduto più per The Wall dei Pink Floid che per le politiche di Reagan, e mi è sempre più chiaro che è difficilissimo irregimentate chi sperimenta la libertà, sia pure la libertà di un corpo che danza senza schemi precostituiti e senza regole da osservare.
L’aspetto dionisiaco si accompagna sempre con la musica ed anche con sostanze che favoriscono la dissociazione. A cominciare dal vino che si è sempre servito nei locali da ballo e nelle feste private.

Negli anni 60 nel nord europa e negli USA si assumeva amfetamina, Jack Kerouac in on de road ci descrive concerti di Jazz con assolo di sax alla Charlie Parker con gente fatta di metedrina.
Chi ascoltava la musica beat o anche faceva parte di quella sottocultura e’ facile che usasse pasticche come il pronox, un barbiturico.
Con la musica psichedelica arrivo’ l’hascisc e la marijuana. Il sergente Pepper diffuse LSD senza il quale è impensabile la musica dei Pink Floid.
L’eroina stava sempre lì come un cinese ad aspettare i cadaveri e comunque se si sente Lou Read o anche Sister Morphine dei Rolling Stones ma meglio ancora il punk demenziale degli Skinantos ” sono andato alla stazione ho comprato il metadone….” Si capisce quali droghe e quale musica sono adatte per il movimento che proclamava con i Sex Pistol No future.
E’ con l’hip hop, passando per il reggae e il raggamuffin che ritorna la marijuana, invece con la nascita della techno cambia il panorama musicale.
Niente più rock star con cui identificarsi la musica da sfondo diventa figura,come dice Phipip Tagg,lo spazio viene delimitato dagli impianti e le vibrazioni sonore si sentono in tutto il corpo e non solo con le orecchie.
Questa musica genera i rave party che si diffondono dalla fine degli anni ’80 e producono, nella migliore delle ipotesi quelle zone temporaneamente autonome o TAZ che ha teorizzato Hakim Bey.
Il Cocorico e’ diventato un tempio di questa musica nomade. Non e’ facile diventare un tempio di un movimento internazionale, non è l’unico tempio, ma non ce ne sono molti altri.
La chiusura, contrariamente alla volontà proibizionista e perbenista, lo trasformerà ancora di più in un mito.
Dunque, riprendiamo, lo scopo della tecno, come di qualsiasi altra musica dionisiaca e’accedere ad uno stato modificato di coscienza,questo sarebbe lo sballo. Perché c’è questo desiderio di “sballo”? Forse perché lo stato di coscienza ordinario e’ diventato insopportabile, la multidimensionalita’ dell’essere umano e’ precipitata in una unica dimensione,come aveva visto Marcuse,la dimensione lavorativa.
Di più, nella nostra contemporaneità, chi non ha un lavoro, e sono tanti, non ha coscienza, ed  e’ privo di quella che chiamo identità analogica cioè una dimensione storica di se stesso.
Il futuro per lui e’ già collassato ma scompare anche il passato ed emerge una identità digitale puntiforme che si costruisce nel momento che si sta vivendo.
Tutto il movimento techno e’ un movimento di dissociazione collettiva dallo stato di coscienza ordinario. Non è certamente psicopatologia.
Ma anche questo movimento,che dura da più di venti anni e’ in fase discendente, la tendenza emergente e’ un altra molto più inquietante.
Si tratta di un isolamento in casa, una chiusura al mondo e a qualsiasi socialità che non sia una connessione internet. In Giappone ci sono già più di un milione di Hikikomori che si separano dalla società. Aumentano i suicidi giovanili e si diffonde sempre di più quella che Kierkegaard chiamava la malattia mortale, cioè la disperazione.
In questo panorama desolante che ci siano moltitudini che ballano e cercano di modificare il loro stato di coscienza e’ un sintomo di salute non certo una psicopatologia.
Non mi pare che i fondamentalisti di qualsiasi tipo amino la musica ed il ballo. Quelli si fanno esplodere per un paradiso futuro. Il ballo e’, come mostrava il Living Theatre, Paradise now.
Bisogna però capire che per produrre uno stato di dissociazione nella era della globalizzazione sono necessari degli induttori, gli induttori non necessariamente sono delle sostanze, possono essere la moltitudine delle persone, le luci stroboscopiche, gli odori ed i profumi, ma soprattutto la musica: la frequenza dei BPM il volume dei bassi, la sapienza dei DJ nella manipolazione e mescolamento delle piste sonore in relazione alla moltitudine danzante.
E poi,appunto,il ballo per tante ore.

Passare la notte ballando in uno spazio del genere produce uno stato dissociato che genera fenomeni specifici come una forma di comunicazione non verbale molto intensa.
Alla techno si è associata l’extasy, il Mdma ma lo scopo profondo che convoca le moltitudini ad una festa techno non è l’assunzione della sostanza ma l’accesso ad uno stato modificato di coscienza. Se si trasforma in altro siamo di fronte ad una eterogenesi dei fini.
E’ assolutamente necessario riuscire a parlare di tutto questo perché una azione repressiva come la chiusura del Cocorico’ non si trasformi nell’ennesima campagna proibizionista e perbenista dei Catoni contemporanei.
E’ fondamentale diffondere la strategia della riduzione del danno.
Cosa pensano di chiudere tutte le discoteche perseguitare i rave party e obbligare i giovani ad ascoltare musica classica o il triste Rok di cantanti e gruppi settantenni, che ascoltavano i loro nonni?

                                                                           Leonardo Montecchi

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