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Archive for the ‘costume e società’ Category

E’ in corso di presentazione in librerie e negli spazi dedicati il nuovo libro di Grazia negrini : “Io parlo donna. Il coraggio delle idee ” di Maria Grazia Negrini, Editore: Il Ciliegio, Collana: Percorsi, Anno edizione: 2018.

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Quest’anno si celebrano molti cinquantesimi (1968-2018) della mode, delle mode, delle idee, del costume, della musica, del cinema…

“La Dolce vita” celebra , è al suo 58mo , era il 3 febbraio 1960.
Alcuni se lo ricordano, altri no, per chi lo vuole ripassare (c’è anche la cantante Nico giovane e bellissima, viene citata da Mastroianni) .
A Rimini ogni cittadino racconta la sua piccola storia di famiglia collegata a Fellini. A mio zio, medico, un pò secchione, Fellini studente liceale, aveva dedicato una delle sue caricature al vetriolo e mio zio la buttò via infastidito, salvo poi mangiarsi le mani per il resto della sua breve vita.

Alcune scene della “Dolce vita” vennero citate dal Maestro Giuseppe Tornatore in “Nuovo cinema Paradiso” quando la proiezione dal cinema fu inaugurata sulla pubblica piazza del paese, con le sedie portate da casa.
Fellini immaginò un mondo che non c’era, ma che era latente , verosimile, dando una sua personale visione del realismo al cinema . Il Comune di Rimini ha restaurato e portato agli antichi splendori il Fulgor dal 20 gennaio e ha fatto rivivere l’immaginario “felliniano” (mio padre voleva che fossi ingegnere, diceva Federico Fellini, non s’immaginava che diventassi un aggettivo)

https://it.wikipedia.org/wiki/La_dolce_vita

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Qualche anno fa il Sindaco di Bologna Virginio Merola ha inaugurato la piazzetta di fronte ai Salesiani intitolandola a Don Antonio Gavinelli il costruttore del complesso dei Salesiani  che è anche un polo educativo e formativo a pochi passi dalla stazione di Bologna , e oggi in questa piazzetta c’è una panchina con lo stesso Don Antonio Gavinelli.

 

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La Fondazione MAST presenta per la prima volta dalla sua apertura un progetto espositivo interamente dedicato all’immagine in movimento, con 18 opere di 14 artisti internazionali. Se finora il racconto dell’industria e del lavoro è passato attraverso un percorso scandito dalla narrazione fotografica, in questa mostra sono i video a darne una rappresentazione visiva. Mediante l’interpretazione filmata della realtà, lo sguardo della videocamera è in grado di testimoniare la mutabilità di un mondo – quello del lavoro e della produzione ­– in rapida trasformazione, descrivendo in modo immediato e coinvolgente cambiamenti, evoluzioni e rotture.

I video di questa mostra mettono in luce il cambiamento in atto nel mondo dell’industria, vagano senza sosta negli impianti che si svuotano, mentre in altri luoghi le macchine continuano a battere e fischiare e in altri ancora la produzione procede nel silenzio assoluto, ma a ritmo vertiginoso e ad altissima precisione. Queste opere ci accompagnano attraverso realtà produttive semideserte perché completamente digitalizzate, così come in fabbriche abbandonate e ormai in disuso. Ci offrono immagini intense degli ambienti di lavoro e di commercio più diversi: dall’attività artigianale di un singolo individuo alla produzione di massa, dal lavoro umano a quello robotizzato, dalla fornitura di energia a quella di beni e servizi high-tech, dallo sviluppo del prodotto alla contrattazione commerciale, dalle sfide di natura legale alle questioni strutturali ed esistenziali legate al sistema economico e alle sue forme di organizzazione collettiva della vita e del lavoro.

Video di Yuri Ancarani, Gaëlle Boucand, Chen Chieh-jen, Willie Doherty, Harun Farocki / Antje Ehmann, Pieter Hugo, Ali Kazma, Eva Leitolf, Armin Linke, Gabriela Löffel, Ad Nuis, Julika Rudelius e Thomas Vroege.

...”Il lavoro è movimento e con esso la realtà in cui viviamo, il fondamento della nostra esistenza,, la nostra identità, la nostra autostima e la sicurezza in noi stessi. Tutto sembra essere movimento, come se sedessimo sul dorso di una tigre senza avere la più vaga idea di quale sia la destinazione del nostro viaggio. Se finora il racconto delle trasformazioni in atto è passatoattraverso un percorso scandito da una narrazione fotografica in questa mostra ci sono i video a darne una rappresentazione visiva. Mediante l’interpretazione filmata della realtà, lo sguardo della videocamera testimonia la mutabilità di un momdo  – quello del lavoro e della produzione -in rapida metamorfosi, descrivendo in modo immediato e coinvolgente i cambiamenti , evoluzioni e rotture “…(Urs Stahler prefazione alla mostra : il catalogo)

 

Le foto sono riprodotte dal catalogo della mostra.

 

Mancano una manciata di giorni, la mostra chiuderà il 17 aprile alle 19 per vedere la mostra del MAST ad ingresso libero in via Speranza 42 : lavoro in movimento lo sguardo della videocamera sul comportamento sociale ed economico. La mostra è composta da bellissime video installazioni che documentano il lavoro globalizzato , trasversalmente parlando , che va  daĺle persone che smistano i rifiuti nella discariche agli operatori di borsa. Ne esce una lettura composita ,ricca di stimoli, che riprende le categorie di lavoro plusvalore e plusvalenza care all’economia politica, implicitamente. Al piano terra 3 filmati , quindi bisogna prendersi qualche minuto per vederli, che riprendono l’intervista di un uomo d’affari francese che vive in Svizzera che racconta luci e ombre del suo mondo, un filmato sulla City del business quando l’amministratore delegato della Lehman Brothers dice al giudice che assieme ai titoli si vendevano prodotti a rischio (tossici ) e il giudice chiede com’era possibile che la banca fosse contro sé stessa? e l’a.d. :- se compravano titoli a rischio che rischio c’era se non lo mettevamo noi?”- E il giudice , ma l’operatore lo sapeva? E l’amministratore delegato :”- ma sa, siamo 35.000″-. Altro filmato sull’Azerbaijan la vita nella città delle pompe petrolifere . Veramente una mostra non solo bellissima ma formativa con aspetti sociologici di analisi non comuni. Oltre naturalmente al ricorso di video e non di fotografie per descrivere il lavoro, sottolineandone il carattere di movimento.

 

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In occasione del Capodanno i Musei di Rimini sono rimasti sempre aperti e si sono potute ammirare delle raccolte . In particolare la mostra di Gruau

Renato Zavagli Ricciardelli delle Caminate, figlio del conte Alessandro Zavagli Ricciardelli delle Caminate e della nobile parigina Marie de Gruau de la Chesnaie, visse a Rimini fino all’età di 7 anni, quando i suoi genitori si separarono. Il divorzio ufficiale dei genitori fu seguito con grande scalpore dalla stampa, soprattutto perché Marie de Gruau si affidò ad uno degli avvocati più conosciuti a quel tempo che anziché aiutarla si prese gioco di lei e riuscì a sottrarle la maggior parte dei suoi beni[1]. Affidato alla madre, la sua vita fu scandita in base alle stagioni da trascorrere ognuna in un luogo diverso: estate a Rimini, autunno a Milano, inverno tra Montecarlo e Parigi. Renato nutriva un forte attaccamento per la madre, che lo assecondava nelle sue passioni artistiche, a differenza del padre che preferiva per lui una carriera diplomatica. Tra il 1920 e il 1921 il giovane Renato, spronato dalla madre, fu allievo del pittore riminese Gino Ravaioli, primo e unico suo insegnante di disegno pittorico, con il quale imparò le basi del disegno e coltivò il suo talento.

A partire dal 1923, Renato si trasferì a Milano dove cominciò quasi subito a fare del suo talento artistico il suo lavoro, volendo aiutare economicamente la madre. Grazie alle conoscenze di Marie de Gruau, iniziò a lavorare come illustratore di moda per la rivista Lidel. Nei circa dieci anni trascorsi a Milano, l’artista divenne sempre più famoso, ampliando le sue conoscenze e collaborazioni con il mondo della moda. Renato si occupava di disegnare i figurini dei modelli delle varie case di moda, da pubblicare poi sulle riviste del settore. Oltre all’abbigliamento si occupava anche di arredamento e novelle. È tra il 1924 e il 1926 che Renato incominciò ad apporre la firma René Gruau alle sue opere, prendendo quindi il cognome della madre. https://it.wikipedia.org/wiki/Ren%C3%A9_Gruau

La collaborazione con riviste parigine di moda durante il periodo fascista e durante le guerra nulla toglie alla sua attività in senso moderno con segni che rimandano a Toulouse Lautrec, al modo giapponese di concepire lo spazio con sintetici segni.

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la locandina de La dolce vita rimase una episodica collaborazione di Gruau al cinema

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