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Archive for the ‘Expo di Milano 2015’ Category

L’ 1 marzo 2012, Montreux,  ci lasciava Lucio Dalla, improvvisamente, uscendo dalla vita nella notte , senza malattia o agonie, in Svizzera. A quattro anni di distanza dalla sua morte la sua musica ha continuato a circolare ed a diffondersi,  la sua era una visione del mondo fatta di musicalità, un dono speciale di un uomo speciale. Girando per Bologna spesso si è avvicinati da qualcuno che chiede : “- Scusi ma dov’è la casa di Lucio Dalla?”- ormai un luogo di culto,  un monumento. Tutta la città vive del suo ricordo lui, da bambino, da ragazzo, quando Nardo Giardina della Dr. Dixie Jazz band se lo segnò sul passaporto per portarlo in turnè col gruppo, oppure quando bisticciò con Pupi Avati perchè quel ragazzino aveva un talento non comune e bruciava ammetterlo al più grande Pupi.

Nel quarto anniversario della sua morte  un artista siciliano, Carmine Sisinni, ha realizzato una panchina con un Lucio Dalla di bronzo, l’opera che ha partecipato ad Expò 2015 , presentata da Vittorio Sgarbi, è esposta fino al 31 marzo in piazza Dei Celestini non solo sede dell’archivio di Stato ma ora piazzetta trafficata dove i pellegrini in cerca di Lucio guardano con il naso all’insù.

Si ha sempre più la percezione che un luogo come le panchine possano essere un luogo d’arte che si manifesta nell’incontro,
c’è chi le realizza a libro aperto, a forma evoluta, la panchina londinese con Winston Churchill e Franklin D. Roosvelt.
Quest’anno per ricordare Lucio Dalla, il 4 marzo la panchina è stata esposta in piazza Celestini, non solo la sede dell’archivio di Stato di Bologna ma anche casa e al contempo studio di Lucio Dalla. L’opera che riproduce le sembianze di Dalla interagisce  con l’osservatore per l’aspetto del viso che riproduce le espressioni e quell’empatia  che si traeva incontrandolo. Questa opera ha un primato quella di essere stata l’opera più oggetto di selfie di Expò 2015.

L’inaugurazione, avvenuta il 4 marzo dalle 17,30 ha visto la partecipazione di Giorgio Comaschi, che ha presentato l’evento, Andrea Mingardi, ha partecipato p. Bernardo Boschi OP, direttore spirituale di Lucio Dalla , i parenti , Paolo Mengoli.

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la foto in b/n è di Paolo Ferrari

 

 

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Padre Bernardo Boschi OP ricordando il giovane Lucio disse che gli portò le parole di 4 marzo 1943 e p. Boschi gli disse che non era opportuno usare la parola  puttana , ma quando non c’ero la diceva…

 

 

All’indomani del 4 marzo 2012 in giro per cercare Lucio Dalla , incontro con il prof. Renato Barilli

 

 

Il ricordo in Piazza 4 marzo 2012

 

Ad un anno dalla scomparsa di Lucio Dalla un grande concerto in Piazza  era il 2013, la conferenza stampa a Palazzo D’Accursio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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COMUNICATO STAMPA

Performance di Landart

“EXPO 2015 – FEED YOUR MIND”

15.3.2015

Dario Gambarin

Video e Foto

È ispirato all’EXPO 2015 la più recente opera di Landart di Dario Gambarin. Ispirata al grande appuntamento milanese ma soprattutto ispirata dall’amore che l’artista veronese ha per la terra. E se il motto dell’Expo è FEED THE PLANET, ENERGY FOR LIFE (nutrire il pianeta, energia per la vita), quello di Gambarin è FEED YOUR MIND, SAVE THE EARTH (nutri la mente, salva la terra). L’opera di Dario Gambarin, realizzata a “mano libera” con un aratro trainato da un trattore, si trova a Castagnaro (Verona) su un terreno di 25.000 metri quadrati. Un’opera che piacerebbe certamente anche ad Andy Warhol che una volta affermò “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.

Informazioni

Foto e Video

Dario Gambarin

0039-333-8909901

dariogambarin@libero.it

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Expo 2015

 

Si è svolta a Bologna, nei giorni scorsi, nella terza torre della Regione Emilia Romagna,  un incontro preparatorio, a cinquanta giorni dall’Expò per riferire il punto della situazione. La direttrice, Diana Bracco ,ha parlato di due obbiettivi principali, l’internalizzazione del  sistema Paese e il turismo. Sui 20 milioni di biglietti 7 milioni ne sono già stati venduti, anche grazie al prestigioso New York Times. 50 giorni all’Expò per fare conoscere il binomio bellezza e innovazione. L ‘Emilia Romagna e’ in pool position per i suoi prodotti facendo dei propri limiti un punto di forza, l’agricoltura, la zootecnia, la pesca, la meccanica il fitness.

Diana Bracco

 

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    la direttrice di Expò 2015 Diana Bracco 

 Expo’2015
Miriam Luek Avery special guest
Palo Alto California
Foresight for food innovation
Il mio lavoro sara’ sul ruolo del cibo trasformazione e diffusione del cibo. Stanno cambiando le strategie centrali , si è intensificata la produzione , il mondo della standardizzazione del prodotto. Uno dei primi limiti e quello della biodiversità non potremo avere alcune specie, la terra si sta degradando in tutto il mondo, stiamo studiando come creare accesso al cibo .Meno tempo spendiamo col cibo più la popolazione cresce di peso forse the tecnica che ci serve per immaginare il futuro , diciamo che non esistono fatti futuri.
Nella foto la prof. Avery col collega professore e traduttore assieme al suo gruppo di lavoro dell’Expo’ 2015 formato da giovani assistenti provenienti da tutto il mondo

 

Miriam

 

Miriam Luek Avery

 

ragazzi expo

 Il gruppo internazionale di giovani provenienti da tutto il mondo di Expò 2015 (in piedi) 

progetto cefa

Slides riferite al Progetto Cefa  

Il progetto Cefa che ha portato il latte e i suoi derivati in Tanzania con la Granarolo , fino a quel momento c’era il consumo del solo latte in polvere.

 

albero della vita

 

L’albero della vita che animerà con le sue fantasmagoriche luci il passaggio dei visitatori

 

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2008-fantini attraverso-larte images Laura uva Laura Laura_Fantini_HappyBirthday_detail Laura_Fantini_Together LauraF laurafantini_inprogress_tulips LauraFantini_SimilarFeatures11 laura-fantini-life-size-hyper-realistic-art-a-little-of-you Pasta 01 Pasta_05_fantiniCi sono molti contributi che non possono venire ospitati all’Expò 2015 di Milano per motivi di spazio. Sicuramente , fra altri, Laura Fantini  che,  pur avendo  competenze tecnologiche (che si rifiuta di usare nella sua pittura )   usa il solo tratto manuale dando luogo ad una pittura che visivamente è conforme alla riconoscibilità delle opere a cui si ispira, fiori, frutti, piatti di italian food , ma che poi, a ben guardare appaiono frutto di una elaborazione iperrealistica con luci ed ombre che sfuggono al realismo. Da tempo Laura Fantini vive e lavora a New York a contatto di un mondo visivo internazionale a cui guarda e si ispira con attenzione e ricerca. Agli eventi Expò 2015 off l’italian food in pittura  non poteva mancare.

 

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Quando in un Paese come l’Italia avviene un evento come Expò 2015 ognuno si sente in dovere di essere un ambasciatore, anche nel proprio piccolo,  di questa grande manifestazione ed elabora tutto il materiale che ha visto  o con il quale è venuta in contatto per ricondurlo a “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”il tema principale.

Le fotografie  di Sheila McKinnon aderiscono perfettamente a questa energia vitale del nutrimento, letto, fotograficamente parlando, dal punto di vista delle donne, che Sheila ha fotografato in giro per il mondo . Le immagini sono state tratte da “invisible women” (il lavoro delle donne è sempre invisibile) a cui Sheila fa una dedica

The women I have Photographed are other parts of myself

And you

We are one

Sheila McKinnon

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Con il grande evento Expò 2015 si intende fare partecipare virtualmente artisti ed autori che hanno dato contributi sul cibo . In particolare la nostra cultura occidentale  è fortemente impregnata dei simboli della natura. In primis il melograno. La sua simbologia di perfezione, i granelli, tutti assieme ma divisi, è un  aforisma del popolo di Israele, a cui è caro il frutto. La simbologia nelle metamorfosi di Ovidio, secondo cui  l’inverno avrebbe origine dalla scomparsa di Persefone, costretta  a dimorare negli inferi da Ade durante un certo periodo dell’anno perchè ha assaggiato un granello di melagrana e la madre, disperata senza lei farebbe cadere il freddo e la neve per contagiare del suo dolore per l’assenza della figlia. Poi c’è la favola del melograno dei fratelli Grimm .

L’interpretazione del grande pittore bolognese Wolfango Peretti Poggi vede il melograno con tutti i granati che si staccano dotandosi di un aspetto umanoide.

wolfango melagrana

 

Ebraismo-il melograno di Romy Coen 

Il libro dell’Esodo (Esodo; 28:33 – 34) prescrive che le immagini delle melagrane siano applicate sugli abiti rituali dei Grandi Sacerdoti. Il libro dei Re (Re; 7:13 – 22) descrive i melograni rappresentati sui capitelli che erano sul fronte del Tempio di Salomone in Gerusalemme.
La corona, che nella simbolistica ebraica indica la santità, sarebbe rappresentata anche dalla “corona”, residuo del calice fiorale che permane nella parte apicale del
frutto. Il melograno è inoltre nella simbologia ebraica, simbolo di onestà e correttezza, dato che il suo frutto conterrebbe 613 semi, che come altrettante perle sono le 613
prescrizioni scritte nella Torah, (365 divieti e 248 obblighi) osservando le quali si ha certezza di tenere un comportamento saggio ed equo.
In realtà i semi della melagrana sono in numero variabile (di certo circa 600), ma il frutto con i suoi semi ricorda quel numero, che come tanti altri, ha riferimenti precisi
nella numerologia ebraica.
Il melograno per i suoi numerosi semi è simbolo di produttività, ricchezza e fertilità.Nel capodanno ebraico-Rosh Ashana’ e’ usanza mettere sul tavolo una ciotolina con i
semi di melograno a benedizione che il popolo ebraico diventi piu’ numeroso.
Quella della melagrana è una delle poche immagini che appaiono nelle vecchie monete della Giudea come simbolo santo.
Attualmente molti rotoli della Torah quando non sono in lettura, e quindi sono avvolti, sono protetti da involucri in argento e hanno come l’ornamento a forma di corona come
le hanno le melagrane (rimmonim) .
Alcuni studiosi di teologia ebraica hanno supposto che il frutto dell’Albero della vita del “Giardino dell’Eden” fosse da intendersi in realtà come una melagrana.
La melagrana è uno dei sette frutti elencati nella Bibbia (Deu. 8:8), come speciali prodotti della “Terra Promessa”.

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Le Metamorfosi di Ovidio e la melagrana (utile interpretazione per chi intende avventurarsi nella Storia dell’Arte)

Cerere, arriva dove Ciane, trasformata , mostra a Cerere la cintura di Proserpina. Allora si ha l’esplosione del dolore di Cerere che maledice la terra che nasconde sua figlia.
Gli effetti dell’ira di Cerere sulla coltivazione sono forti ed è notevole la rappresentazione della dea irata dopo che tante volte è stata celebrata come mitissima.
La ninfa Aretusa induce Cerere a non adirarsi con la terra, e le rivela chi è il rapitore e qual è la condizione di sua figlia, che è diventata la regina dell’oltretomba.
Cerere sale all’Olimpo con il suo carro alato e chiede a Giove di far sì che Proserpina torni alla luce. Il dio le assicura che ciò accadrà se la fanciulla nell’aldilà non ha assunto nessun cibo. Ma lei
ha mangiato i grani di un melograno. E Ascalafo, figlio di Acheronte e di Orfne, lo ha visto e lo rivela, e per punizione viene trasformato in un gufo.
Anche le Sirene erano insieme a Proserpina al momento del rapimento: esse cercarono la fanciulla rapita, desiderando per sé delle ali, e quindi si trasformarono in uccelli, ma conservando il
volto e la voce di ragazze. Giove dispone che Proserpina trascorra metà dell’anno con il suo sposo Dite nel regno infernale, e metà con sua madre sulla terra.
La vicenda termina con un’ulteriore metamorfosi, anche se solo psicologica, quella di Proserpina
da tristissima in lieta.
E finalmente Cerere, felice per aver ritrovato la figlia, si fa raccontare da Aretusa in che modo sia arrivata dall’Elide a Siracusa. Aretusa è fuggita dall’amore del fiume Alfeo: nascosta da una nube, si è trasformata in acqua. Per soccorrerla Diana apre la terra nella quale lei si precipita, ma Alfeo la segue, cercando di mescolare le sue acque a quelle dell’amata, e così lei giunge a Ortigia, la penisola di Siracusa alla cui estremità si trova la fonte Aretusa.
Cerere vola fino ad Atene, consegna il suo carro di serpenti a Trittolemo e gli ordina di diffondere la coltivazione dei cereali sulla terra. Trittolemo arriva in Scizia, dove il re Linco vuole ucciderlo a tradimento e viene trasformato da Cerere in una lince.

 

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L’amore delle tre melarance (bianca come il latte, rossa come il sangue) favola dei fratelli Grimm

C’era una volta un principe che era sempre assai triste perché non riusciva a innamorarsi. Un giorno, mentre era a tavola coi genitori, si punse un dito e una goccia di sangue cadde sulla ricotta che stava mangiando. “Oh, mamma”, sospirò affranto, “quanto vorrei trovare una donna bianca come il latte e rossa come il sangue.”
“Non dire sciocchezze”, rispose la mamma, “Lo sai che non è possibile: una o è bianca o è rossa. Ma se proprio ci tieni, figlio mio, allora parti e va’ a cercare questa  donna.”
Il principe si mise in viaggio. Cammina, cammina, incontrò un mago. “O Principe, che vai cercando in lungo e in largo per il vasto mondo?”, gli chiese il mago.
“Io sto cercando una donna che sia bianca come il latte e rossa come il sangue, e quando l’avrò trovata la sposerò.”
“Sciocchezze, maestà. Una o è bianca o è rossa. Ma se proprio ci tieni, devi andare nel castello della gigantessa Creonta. Ma troverai delle difficoltà. Ci sarà un portone dalla serratura arrugginita, un cane da guardia, una corda umida nel pozzo del cortile e una vecchia che spazza il camino coi seni. Eccoti un po’ di lardo, con questo ungerai la serratura e i cardini del portone. Eccoti una pagnotta, la darai al cane. La corda invece dovrai stenderla al sole e farla asciugare, e qui ci sono delle scope che darai alla vecchia. Poi entrerai nella stanza più interna e troverai tre melarance. Prendile e scappa. Quando le aprirai potrai trovare la tua donna bianca come il latte e rossa  come il sangue. Ma bada di aprire quei frutti solo accanto a una fontana.”
Il principe ringraziò e andò al castello della gigantessa. Trovò la porta con la serratura e i cardini arrugginiti e li unse. Poi trovò il cane da guardia che abbaiava, ma lui gli diede la pagnotta e il cane si mise a mangiare lasciandolo passare.
Entrò in un cortile dove c’era un pozzo, e la corda del secchio era tutta umida e ammuffita. Lui la stese al sole e la lasciò asciugare. Poi entrò in una cucina dove c’era una vecchia che, non avendo scopini, spazzava il camino con i suoi seni. Lui le diede le scope e lei lo lasciò entrare in un salone. Qui c’era la gigantessa che dormiva, e c’era anche un piedistallo con sopra tre grosse melarance. Il principe prese i frutti e scappò via, ma la gigantessa si svegliò e cominciò a chiamare aiuto:
“Vecchia, vecchia, ferma quel giovane.”
“No”, rispose la vecchia, “perché in tanti anni tu non mi hai mai dato scope per spazzare il camino, e lui sì. E io non sarò tanto sgarbata da nuocere a chi mi ha aiutato.”
“Corda, corda”, continuò la gigantessa, “srotolati e acchiappa quel giovane.”
“Non lo farò”, rispose la corda, “perché in tanti anni tu mi hai lasciato all’umido a marcire, e lui mi ha steso al sole e mi ha fatto asciugare. Non sarò sgarbata con chi è
stato gentile con me.”
“Cane, cane”, disse la gigantessa, “mordi quel giovane e portalo qui.” “Non ci penso neanche”, rispose il cane, “tu non fai che lasciarmi morire di fame, mentre lui mi ha dato una bella pagnotta da sgranocchiare. Non sarò cattivo con chi è stato buono con me.”
“Portone, portone”, urlò la gigantessa, “chiuditi e non lasciar scappare quel giovane.”
“Non lo farò”, rispose il portone, “in tanti anni tu mi hai sempre trascurato, lui invece è stato gentile e mi ha unto la serratura e i cardini, perciò adesso io lo aiuterò.”
Così dicendo il portone si spalancò e il principe riuscì a scappare e a mettersi in salvo con le sue melarance. Quando fu lontano trovò una fontana e aprì la prima melarancia.
Non appena l’ebbe fatto dal frutto uscì una fanciulla bellissima che gli chiese, con sguardo languido: “Presto, bel principe, dammi da bere, altrimenti muoio.”
Il principe non aveva nulla per raccogliere acqua, provò a farlo con le mani per versarla nella bocca della fanciulla, ma non fece a tempo e la ragazza morì.
Aprì la seconda melarancia, e da qui sbucò una fanciulla ancor più bella della prima che gli disse: “Presto, bel principe, dammi da bere, altrimenti muoio.”
Il principe cercò di raccogliere l’acqua con le mani, ma anche stavolta non fece a tempo e la fanciulla morì.
Aprì la terza melarancia, e da qui uscì una terza ragazza anche più bella delle prime due messe insieme, e questa fanciulla gli disse: “Presto, bel principe, dammi da bere, altrimenti muoio.”
Il principe allora prese una manata d’acqua e, senza tante cerimonie, gliela spruzzò in faccia, così la fanciulla si riprese. Era proprio come l’aveva sognata lui, bianca come il latte e rossa come il sangue. “Io ti sposerò, parola mia”, disse il principe, “Però prima devo andare a cercarti dei vestiti.”
Infatti la fanciulla era tutta nuda come mamma l’aveva fatta e non poteva andare in città così. Perciò il principe le chiese di nascondersi tra le foglie dell’albero accanto alla fontana, lui sarebbe andato in città a procurarle dei vestiti, poi sarebbe tornato e l’avrebbe portata con sé a palazzo.La fanciulla si nascose e il principe partì.
Poco dopo arrivò alla fonte la Brutta Saracina, che era una sguattera brutta e avida, e che era lì per prendere una brocca d’acqua. Quando la Brutta Saracina si affacciò sulla fontana vide il volto della principessa riflesso nell’acqua e pensò che fosse il proprio riflesso.
“Ma una bella come me non deve fare la sguattera, deve fare la signora!”, esclamò. Perciò buttò la brocca in terra e se ne tornò a casa senz’acqua.
La sua padrona però si arrabbiò e la rimandò alla fontana con un’altra brocca.
Di nuovo la Brutta Saracina vide il riflesso della principessa e, scambiandolo per il proprio, ruppe anche la seconda brocca e tornò a casa tutta impettita.
La padrona non volle sentire ragioni, le diede un’altra brocca e la rimandò indietro.
E stavolta, mentre la Brutta Saracina vedeva quel bel volto riflesso e lo scambiava per il proprio, la principessa non riuscì più a trattenersi e scoppiò a ridere, e allora la sguattera capì che quella bella non era lei, ma una ragazza che si nascondeva nell’albero e ne fu invidiosa.
“Come sei bella, principessa”, le disse fingendosi gentile, “e se mi permetti di pettinarti sarai ancora più bella.”La principessa non voleva scendere dall’albero, ma la Brutta Saracina tanto disse e tanto fece, che alla fine la principessa scese. E non appena l’ebbe a portata di mano, la Brutta Saracina si levò di petto uno spillone e lo conficcò in un orecchio della principessa, che morì all’istante. Ma la Saracina non si accorse che da quell’orecchio era  uscita una goccia di sangue che non appena aveva toccato terra si era trasformata in una colomba ed era volata via.
La Brutta Saracina buttò la principessa morta nella fontana, poi si spogliò e salì sull’albero. Il principe arrivò e chiamò la sua principessa.
“Dove sei, mia amata?”
“Sono quassù, come m’avevi detto tu.” “Ma com’è che prima la tua voce era dolce e adesso è aspra?”
“È arrivato il freddo e mi ha cambiato la voce.”
“E com’è che prima eri bianca come il latte e rossa come il sangue e adesso sei tutta scura?”
“È arrivato il sole e mi ha bruciato.”
“E com’è che prima eri bella e adesso sei brutta?”
“È arrivato il vento e m’ha portato via la bellezza.”
Ma comunque, lui ormai aveva promesso che se la sarebbe sposata [nelle fiabe quando un re o un principe promette qualcosa, poi è obbligato a mantenere la parola data,
qualunque cosa abbia promesso, NDR], perciò la fece vestire, se la portò a palazzo e se la sposò. Ma a palazzo, nelle cucine, tutte le mattine arrivava una colomba, e questa colomba parlava al capocuoco e gli chiedeva che facesse il principe, che intanto era diventato re,
assieme alla regina.
“Mangiano, bevono e dormono”, rispondeva il capocuoco.
E la colomba si scuoteva tutta e gli dava delle penne d’oro in cambio di un po’ di zuppa.
Alla fine il capocuoco trovò che questo fosse molto strano, perciò andò a raccontarlo al re e alla Brutta Saracina, che era diventata regina.
E la Brutta Saracina s’insospettì, perciò un giorno andò anche lei a vedere la colomba e, capito che si trattava della principessa della melarancia, prese un altro spillone e
lo conficcò nel petto della colomba. La colomba morì, ma una goccia del suo sangue cadde in giardino e subito divenne un albero di melarance.
Quest’albero si riempì di frutti magici che avevano una particolarità: se una persona in fin di vita li mangiava, subito guariva e tornava in forze.
Perciò la gente accorreva a prendere i frutti, e alla fine rimase una sola melarancia. La Brutta Saracina decise di tenersela lei per bellezza, ma arrivò una povera donna che
aveva il marito in fin di vita, e il re persuase la moglie a lasciare il frutto a quella poveretta.
Quando la donna arrivò a casa, però, vide che il marito era già morto, perciò decise di tenersi la melarancia per bellezza.
Quella era una donna molto pia, che ogni mattina andava a messa, e quando non c’era la melarancia si apriva e ne usciva la principessa, che si metteva a pulir casa, a
cucinare e a sistemare tutto, e poi tornava a nascondersi nel frutto, e quando la donna tornava a casa vedeva che i mestieri erano già stati sbrigati e non capiva chi fosse
stato. Lo raccontò al parroco, e questo le consigliò di far così: “Un mattino fai solo finta di andare a messa, però torna prima in modo da sorprendere chi è che t’aiuta.”
La donna così fece, e vide che dalla melarancia usciva una ragazza bellissima, bianca come il latte e rossa come il sangue, che si metteva a far le pulizie. La donna entrò in
casa e la principessa le raccontò la sua storia. La donna si commosse, decise di accoglierla in casa sua e, dopo averla fatta vestire come lei da contadina (perché la
fanciulla era sempre tutta nuda come mamma l’aveva fatta), la prese con sé.
La domenica seguente le due donne andarono a messa. A messa c’era anche il re, che vide la fanciulla e anche se era passato tanto tempo e lei era vestita da contadina, la
riconobbe.
Così l’attese all’uscita dalla messa e la fermò, e lei gli raccontò di come la Brutta Saracina l’avesse uccisa per due volte con lo spillone per prendere il suo posto.
Il re l’abbracciò, poi mandò a chiamare la Brutta Saracina che venne condannata al rogo indossando una camicia di pece, e quindi sposò la sua principessa bianca come il latte
e rossa come il sangue.

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L’immagine di Arthur Rackham

 

 

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