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Archive for the ‘Fotografia e industria’ Category

 

 

Il Centro Italiano per la Fotografia ospita Gianni Berengo Gardin e la Olivetti, mostra dedicata dall’istituzione torinese e dall’Associazione Archivio Storico Olivetti, con la collaborazione del Museo Civico “P. A. Garda” di Ivrea, all’opera di uno dei più importanti fotografi italiani: Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930).

il progetto espositivo evidenzia l’intensità del rapporto professionale tra il fotografo e l’azienda di Ivrea, attraverso un’accurata selezione di oltre 70 fotografie d’epoca in bianco e nero, pubblicazioni e documenti d’archivio ripensati secondo una scelta curatoriale che delinea due nuclei: uno formale che indaga il tema del valore del progetto d’architettura (industriale, residenziale, sociale, ecc.); un secondo che più esplicitamente traduce un sistema sociale di relazioni dentro e fuori la fabbrica.

Berengo Gardin, infatti, è uno tra gli autori che ha collaborato più a lungo con la Società Olivetti, descrivendo attraverso i suoi servizi fotografici sia il valore sociale del progetto d’architettura, sia l’organizzazione di un sistema di servizi sociali e culturali che animava la fabbrica e il territorio.
La mostra intende essere anche un omaggio che i due istituti culturali dedicano all’autore in occasione dei suoi 90 anni.

Il progetto espositivo è curato da Margherita Naim e Giangavino Pazzola.

Regione: Piemonte
Luogo: CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, via delle Rosine 18
Telefono: 011/0881150
Orari di apertura: 11-19. Martedì chiuso
Costo: 10 euro; ridotto 6 euro
Dove acquistare: http://www.camera.to
Organizzatore: CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e Associazione Archivio Storico Olivetti

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La prima è la mostra legata al concorso fotografico su industria e lavoro ‘Mast Photography Grant on industry and work’, dedicato ai talenti emergenti, che presenta le opere dei cinque finalisti della sesta edizione: Chloe Dewe Mathews, Alinka Echeverría, Maxime Guyon (nella foto di apertura una sua opera), Aapo Huhta e Pablo López Luz. I cinque progetti selezionati toccano temi di grande attualità: i danni ambientali causati dall’agricoltura intensiva, il ruolo della donna tra presente e passato nell’industria cinematografica e dell’informatica, il fascino della tecnologia e del design del prodotto industriale, l’impatto dell’AI sui modi di vita tradizionali e l’omologazione indotta dall’industria globale della moda.

La seconda mostra è invece ‘Inventions’, a cura di Luce Lebart con la collaborazione di Urs Stahel, allestita nella Gallery/Foyer e che espone una selezione di fotografie d’archivio prodotte in Francia tra il 1915 e il 1938, a ricostruire la storia dell’innovazione in questo Paese testimoniando vent’anni di ricerche e invenzioni, legate dapprima alla guerra e alla difesa nazionale e poi alla vita civile e domestica.

“Ogni due anni, la Fondazione MAST, attraverso il MAST Photography Grant on Industry and Work – spiega il curatore Urs Stahel – offre a giovani fotografi l’opportunità di confrontarsi con le problematiche legate al mondo dell’industria e della tecnica, con i sistemi del lavoro e del capitale, con le invenzioni, gli sviluppi e l’universo della produzione. E spesso il loro sguardo innovativo e inedito ci costringe a scontrarci con incongruenze, fratture, fenomeni e forse perfino abissi che finora avevamo trascurato o cercato di non vedere”.

Nato nel 2007 per sostenere la ricerca sull’immagine dell’industria e del lavoro e dare voce ai talenti emergenti, il MAST Foundation for Photography Grant on Industry and Work, promosso da Fondazione MAST, consente ai giovani fotografi che vincono la borsa di studio di sviluppare un progetto su industria e lavoro e di realizzare una mostra accompagnata da un catalogo. Nel tempo il concorso ha contribuito alla creazione di una raccolta fotografica di artisti contemporanei che ora fanno parte della storica e articolata collezione di fotografia industriale della Fondazione MAST, curata da Urs Stahel.

I finalisti dell’edizione di quest’anno:
Chloe Dewe Mathews (Londra, Regno Unito, 1982) –  Nel progetto For a Few Euros More (Per qualche euro in più) indaga le dinamiche dell’agricoltura moderna, mettendo in luce questioni relative alla produzione e al consumo di cibo, allo sfruttamento delle persone e alla crisi ambientale in corso.
Il progetto è ambientato nel gigantesco Mar de Plástico, il ‘mare di plastica’ che si estende a sudovest di Almería, nella Spagna meridionale, fra il litorale e la Sierra Nevada, un’enorme distesa agro-industriale, in cui si produce la metà della frutta e verdura che andrà a riempire gli scaffali dei supermercati di tutta Europa. Partendo da questi luoghi mette in evidenza tre realtà contigue ma molto diverse che caratterizzano la zona: i polytunnel agricoli, una miniera in disuso e i set abbandonati dei film spaghetti western. Sono queste imponenti strutture e queste vestigia cadenti che fanno da sfondo all’installazione video e fotografica di Dewe Mathews e al viaggio di Maruf, il lavoratore stagionale migrante protagonista del video.

Alinka Echeverría (Città del Messico, Messico, 1981) – Nell’opera tripartita Apparent Femininity (Femminilità apparente), celebra la storia di tre figure femminili e mette in luce il ruolo delle donne nella storia del cinema e della programmazione informatica. In Grace, con un’animazione a LED creata a partire da una fotografia di Berenice Abbott, ricorda Grace Brewster Murray Hopper, che al termine della sua carriera militare aveva raggiunto il grado di ammiraglio di flottiglia della US Navy Reserve ed è stata un’informatica americana, una pioniera del computer. In Hélène, nome molto comune all’epoca del cinema muto, quando alle giovani donne della classe operaia veniva affidato il montaggio delle pellicole, l’artista onora l’abilità delle montatrici con un’installazione costituita da lastre di vetro stampate e collocate su basamenti. Infine, l’artista rende omaggio ad Ada, Ada Lovelace, o più precisamente Augusta Ada King-Noel, contessa di Lovelace, la matematica definita da molti la prima programmatrice della storia, e lo fa con un gigantesco mosaico, un collage fatto di più parti.

Maxime Guyon (Parigi, Francia, 1990) – Nel suo progetto Aircraft realizza fotografie digitali di grande fomato di strutture aereodinamiche, turboreattori, pistoni idraulici, connessioni elettriche degli aerei. Come spiega Milo Keller nel catalogo della mostra, ‘tutto è a fuoco in queste immagini, dai piani larghi al dettaglio, dallo scheletro di un’intera cabina al più piccolo rivetto. C’è una sensazione di controllo, di visione frammentata ma totale, artificiale, quasi feticista’. Nelle fotografie iperrealistiche di Guyon non ci sono indizi delle architetture industriali degli hangar e le sagome restano sospese in uno spazio senza cielo e senza tempo, concreto eppure irreale.

Aapo Huhta (Haapajärvi, Finlandia, 1985) – In Sorrow? Very Unlikely (Tristezza? Molto improbabile) esplora i modi in cui l’Intelligenza Artificiale percepisce le fotografie fatte dall’uomo. Il progetto è costituito da fotografie recenti che Huhta ha selezionato dal suo archivio personale e ha fatto interpretare dai programmi di riconoscimento delle immagini API Vision di Google e Seeing AI di Microsoft, entrambi disponibili al pubblico. Le deduzioni in tempo reale eseguite dalle rispettive IA dei programmi di riconoscimento delle immagini sono state poi trasformate in tracce audio. Il risultato è un attrito tra immagine e parola, tra mezzo fotografico e nuove tecnologie che sollevano quesiti inquietanti sul ruolo dell’uomo nel futuro scenario produttivo.

Pablo López Luz (Messico, 1979) – Nella serie Baja Moda (Bassa moda), realizzato in diverse città dell’America latina, guarda criticamente al mondo globale dell’industria della moda e al tempo stesso analizza due aspetti chiave della cultura latinoamericana contemporanea: identità e resistenza. López Luz fotografa con occhi attenti, perspicaci, i negozi di abbigliamento e le mode locali, fotografa le vetrine allestite in modo precario, ma organizzate con cura, che fanno intravedere una sorta di orgogliosa resistenza nella decisione di preservare un mestiere e uno stile di vita opponendosi alla tendenza a far confezionare abiti e scarpe nei paesi asiatici, nel rifiuto di arrendersi a nuovi modelli economici e all’imminente omologazione delle città invase dai brand internazionali.

Tratto da :

http://meccanica-plus.it/fotografia-industriale-in-mostra-a-bologna-alla-fondazione-mast_112000/

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Negli anni ’30 Andrè Kertesz, noto per le collaborazioni con riviste come “Vu” , “Art et Medecine”, “Paris Magazine” …riceve alcuni incarichi industriali da aziende che desiderano promuovere la propria immagine attraverso pubblicazioni sofisticate. Nel 1932 scatta quindi le fotografie per una brochure per la Compagnie parisienn de distribuction d’ elettricitè . Nel 1935 lancia un reportage di una ventina di fotografie destinate ad illustrare la lussuosa brochire “Les cathedrales du Vin ” per gli Etablissement Sainrapt &Brice, azienda specializzata nella produzione di tini vinicoli.

Nel 1936, assunto dall’agenzia Keystone Kertesz lascia Parigi per stabilirsi negli Stati Uniti.

L’arrivo a New York è difficile . A parte qualche imamgine pubblicata su “Vogue” e “Harper’s Bazaar” il fotografo stenta a farsi un nome tra i commitenti delle esperienze  molto lontane dalle sua pluriennale esperienza parigina.(dal catalogo della mostra curata da Matthieu Rivallin)

A partire dagli anni ’40 lo scarso interesse nei suoi confronti lo porta ad Akron in Ohio dove fotografa  gli stabilimenti della Firestone, progetta anche brochure per le aziende e le sue fotografie industriali del periodo lo portano a ricalcare il suo stile del mondo glamour .

Lo spazio espositivo di Casa Saraceni ha suggerito la totale assenza di chiodi per fissare le opere che erano appoggiate su una piccolo supporto e interrotto da questi moduli per spezzare l’uniformità

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“L’armonia nascosta vale più di quella che appare.”(Eraclito )

“…Yosuke Bandai è un artista multidisciplinare che utilizza la fotografia come principale linguaggio espressivo, associandola spesso a scultura e video.A Certain Collector B, progetto del 2016 composto da 70 immagini è un esempio perfetto di questo approccio libero e  integrato. Tutto ha inizio con una serie di oggetti abbandonati per strada . Pietre, frammenti di legno , pezzi di plastica, rifiuti, perfino insetti ed altri materiali destinati a degradarsi o a finire nel cestino della spazzatura, costituiscono gli elementi di base per la realizzazione di una serie di sculture minime e fragili. E’ un modo per salvare tutto ciò che appare inesorabilmente avviato alla sparizione , sottraendolo all’oblio,con un estremo gesto di riciclaggio.

Ma non finisce qui , poichè il processo di recupero di Bandai prevede un secondo passaggio ancor più radicale . Anzichè esporre direttamente queste composizionipolimateriche e multicolori, infatti, l’artista giapponese le riproduce con uno scanner e le presenta sotto forma di di stampe fotografiche…

Ecco ciò che scrive il curatore della mostra, Francesco Zanot  ,  nella mostra che è stata in esposizione Museo Internazionale e Biblioteca della Musica con un allestimento concavo ed etereo color verde elettrico che è disposto attorno all’osservatore, non solo gl artisti hanno esposto le loro opere ma le hanno allestite in uno scenario che avevano precedentemente scelto .

 

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La Biennale (internazionale) della fotografia industriale, 11 mostre che hanno indagato  sulla tecnosfera , foto e installazioni  , dove la ricerca si equilibra all’ambiente in cui è ospitata , in dialogo. Dall’affluenza sembra che il Mast abbia centrato l’obbiettivo, riuscire a parlare a tutti senza specialismi e formando una coscienza in materia .
Da non perdere , le mostre sono ad ingresso libero. Antropocene , al Mast, permarra’ fino a gennaio .

Con la mostra di Luigi Ghirri in una location spettacolare a Palazzo Bentivoglio in via del Borgo San Pietro, 1, a Bologna, in un sotterraneo restaurato, l’attività nelle foto d’industria del grande fotografo italiano, scomparso troppo presto, che ha saputo influenzare con la sua fotografia, la fotografia.
Le stampe sono realizzate con i colori d’epoca, il suo amico e stampatore Arrigo Ghi ne ha conservato coloristicamente le intenzioni originali.
In questo caso il modello emiliano unisce la produzione di piastrelle, le ceramiche Marazzi e il lancio di un nuovo colore (1988-1989) che documentano il lavoro di Luigi Ghirri e dove, nello spazio di una ceramica Ghirri crea still life e, ricostruisce la camera ottica , lo spazio reale e lo spazio mentale, l’illusione della fotografia in una piastrella.

…Con queste immagini Luigi Ghirri coinvolse Cuchi White e Charles Traub , artista e direttore della light Gallery a New York. Si tratta di una serie di portfolio numerati in 120 esemplari e firmati dagli autori. ..Dice Ghirri : La ceramica ha una storia che si perde nella notte dei tempi : è sempre stata un oggetto in cui si vengono a posare altri oggetti : i mobili,i gesti, le immagini, le ombre delle persone che abitano quegli spazi …questo lavoro al di là di altri significati è la ricostruzione di alcune stanze della mia memoria… (dal catalogo della mostra Luigi Ghirri) 
Il curatore  Francesco Zanot. Le mostre sono  state ad ingresso libero.

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