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Archive for the ‘Fotografia e industria’ Category

Il servizio fotografico di Nicola Ducati

Steel Life : un viaggio fotografico di Nicola Ducati nelle fonderie del Gujarat indiano

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Come è iniziato il tuo viaggio nella fotografia?
Sono una persona curiosa, lo sono sempre stato, mi sono avvicinato al mondo della fotografia per caso.
Da bambino giocavo con una vecchia macchina fotografica trovata chissà dove, l’oggetto mi ha affascinato
e da quel momento la fotografia non mi ha mai lasciato. Ho sperimentato vari approcci fotografici e ora ho scelto di dedicarmi alla fotografia di viaggio.

Il viaggio o la fotografia, cos’è al primo posto per te?
Oggi sento fotografia e viaggio come una cosa unica, non riesco a immaginarli come due elementi separati. A casa difficilmente fotografo, qualche volta solo su commissione.
L’attrazione del viaggio alimenta il sogno e l’esigenza di scoprire, il bisogno di raccontare e preservare la bellezza e l’unicità di luoghi e persone attraverso la fotografia.

Qual è un ostacolo nel tuo viaggio creativo?
L’ostacolo più grande per me oggi è rappresentato dalla standardizzazione, dalla banalizzazione delle foto dovuta al sovraccarico di informazioni e di immagini di cui tutti siamo bersaglio.
Ora solo occhi veramente allenati sono in grado di riconoscere la differenza tra un’opera che trasmette emozione ed un’immagine esteticamente interessante ma senz’anima.
Quindi la difficoltà è arrivare al cuore delle persone passando da occhi troppo stanchi.

Quale direzione vuoi che prenda il tuo lavoro in futuro?
V
oglio continuare a viaggiare alla ricerca della bellezza del mondo attraverso la diversità delle persone.
Desidero continuare a fotografare liberamente solo ciò che mi piace e che in qualche modo può parlare anche di me.
La fotografia è un linguaggio, quindi deve rimanere una libera espressione di ciò che sentiamo.
Il mio lavoro è ispirato dallo scorrere del tempo e dal desiderio di preservare una testimonianza di quei luoghi e popoli che presto lasceranno il posto alla modernità.
Popoli da radici antiche che rischiamo di non aver mai nemmeno visto. Con il mio lavoro vorrei raccontare storie di persone sconosciute,
fisicamente lontane ma umanamente vicine, creando empatia tra lo spettatore e il soggetto valorizzandone eleganza e autenticità.
Vorrei che la mia fotografia continuasse a raccontare di loro lasciando spazio all’immaginazione ed alle riflessioni.
Questa è la mia direzione. Una fotografia narrante.

Cosa ti ha dato la fotografia?
Mi ha dato tanto, mi ha fatto conoscere persone speciali e soprattutto mi ha dato il coraggio di viaggiare in luoghi remoti,
spesso scomodi, a volte pericolosi. La fotografia mi ha dato consapevolezza, mi ha fatto crescere come persona, ha colmato
l’esigenza di trovare una mia strada per provare a capire il mondo.
Mi ha dato il privilegio di vivere situazioni uniche e irripetibili. Mi ha fatto toccare la serenità di sentirsi adeguati perchè capaci di mettersi alla prova.

Cosa ti ha tolto la fotografia?
Recentemente ho scoperto un aspetto nuovo, la fotografia sa regalarti tante emozioni ma succede che alle volte ti presenti un conto spaventosamente alto.
Mi riferisco in particolare a quello che sta accandendo in Afghanistan, meta del mio ultimo viaggio. Le stesse persone che mi avevano accolto ora sono in pericolo.
In pericolo solo per avermi dato un rifugio per dormire o per avermi concesso di scattare loro una fotografia. Un velo di tristezza che vivrà per sempre in quei ritratti.
Assistere ad eventi che ci sovrastano senza poter fare nulla per loro è un peso insopportabile, un tormento che non sparisce.

Il PROGETTO STEEL LIFE – INTRO. Un viaggio fotografico nelle fonderie del Gujarat indiano. Uno scenario steampunk ci accoglie con una fumata nera e una pioggia di schegge roventi.
Un non-luogo difficilmente accessibile dove i relitti navali trovano nuova vita, gli uomini perdono il loro orizzonte e il senso della vita assume contorni indefiniti.
Un romanzo a cielo aperto sulla dignità di un destino rassegnato, scritto a due mani dal capitalismo e dal controverso sistema delle caste. Un documento che è testimonianza priva di giudizio ma che ha il fine di raccontare con le immagini e suscitare riflessioni.

IL PROGETTO STEEL LIFE – TESTO
Un viaggio al nord dell’India sul confine pakistano affacciato sul Mar Arabico. Il progetto non era premeditato,
è nato il giorno in cui sono entrato un pò incerto in queste fabbriche. Essere ammessi qui non è facile, alcune persone ben inserite nel tessuto sociale,
amici di amici ci hanno procurato un permesso speciale della proprietà e del governo locale per visitare questi enormi capannoni spaventosamente caldi.
Distese di acciaio ancora fumante, rumori assordanti e una moltitudine indaffarata, il tutto annerito dalla fuliggine del grande forno vulcano.
I camion che scaricano incessantemente grossi rottami e caricano il metallo rinnovato che è uscito dalle ceneri come una fenice nera.
All’inizio fotografare e spostarsi in questo luogo è difficile, la paura di ferirsi o di essere un pericolo per questi instancabili lavoratori è costante.
Lo spettacolo crudo e affascinante accende però l’insinto, si capisce in fretta dove mettere i piedi, quando abbassare velocemente la testa,
quando non respirare e quando proteggere gli occhi. Questo è il mondo delle fonderie e per stare qui devi sentirti un po’ corazzato,
nel corpo per contrastare i pericoli e nell’anima per accettare quello che vedi.
La vita qui ha un flusso circolare, al mattino gli operai si alzano presto, qualcuno prepara i pasti per gli altri,
qualcuno lava i vestiti di tutti. Iniziano i turni. Un formicaio di braccia e tenaglie che divorano tra le fiamme uno scafo di nave in mezza giornata.
Tutti gli uomini sono impegnati a demolire vecchi relitti provenienti da ogni parte del mondo, il metallo viene tagliato, lavorato, fuso e nuovamente trasformato.
Solo il metallo qui cambia vita e si riscatta, non accade lo stesso a questi uomini, rimangono sempre qui, sempre e ogni giorno della loro vita dal destino già scritto.
Ogni giorno fino a sera, fino a quando una acuta sirena suona l’arrivo del tramonto. Una catena umana fatta di fatica, sudore e rassegnazione. Molti gli occhi curiosi e i sorrisi amichevoli
che ho incontrato in questo limbo. Uomini da rispettare che con consapevolezza accettano che tutto questo sia l’unico futuro per loro possibile.

Nicola Ducati

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Fotografia di  Simona Isacchini

Le fotografie di Stephen Shore documentano il fascino delle città industriali americane in declino: le “steel towns”, dove l’acciaio diventava ruggine.

Da Exibart

Nel 1977 il fotografo statunitense Stephen Shore, si recò nella rust belt, la cosiddetta “cintura di ruggine” che comprendeva varie città nello stato di New York, in Pennsylvania e nell’Ohio orientale. L’intento era quello di fotografare le fabbriche, i lavoratori e le loro famiglie. Queste fotografie hanno rivelato nel tempo la rilevanza politica di un progetto multiforme che documenta il fascino delle città industriali in declino. Paesaggi, ritratti, scene d’interni: dentro e fuori la vita comune dei lavoratori delle città americane dove l’acciaio diventa ruggine, per svelarne la bellezza.

https://www.exibart.com/fotografia/il-fascino-delle-citta-industriali-in-declino-nelle-fotografie-di-stephen-shore/?fbclid=IwAR3lhUR12arRPsi8jQdGttFHL2h28GZOG_tZczvejl0O84YYsiknKKW7kx8

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Il Centro Italiano per la Fotografia ospita Gianni Berengo Gardin e la Olivetti, mostra dedicata dall’istituzione torinese e dall’Associazione Archivio Storico Olivetti, con la collaborazione del Museo Civico “P. A. Garda” di Ivrea, all’opera di uno dei più importanti fotografi italiani: Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure, 1930).

il progetto espositivo evidenzia l’intensità del rapporto professionale tra il fotografo e l’azienda di Ivrea, attraverso un’accurata selezione di oltre 70 fotografie d’epoca in bianco e nero, pubblicazioni e documenti d’archivio ripensati secondo una scelta curatoriale che delinea due nuclei: uno formale che indaga il tema del valore del progetto d’architettura (industriale, residenziale, sociale, ecc.); un secondo che più esplicitamente traduce un sistema sociale di relazioni dentro e fuori la fabbrica.

Berengo Gardin, infatti, è uno tra gli autori che ha collaborato più a lungo con la Società Olivetti, descrivendo attraverso i suoi servizi fotografici sia il valore sociale del progetto d’architettura, sia l’organizzazione di un sistema di servizi sociali e culturali che animava la fabbrica e il territorio.
La mostra intende essere anche un omaggio che i due istituti culturali dedicano all’autore in occasione dei suoi 90 anni.

Il progetto espositivo è curato da Margherita Naim e Giangavino Pazzola.

Regione: Piemonte
Luogo: CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, via delle Rosine 18
Telefono: 011/0881150
Orari di apertura: 11-19. Martedì chiuso
Costo: 10 euro; ridotto 6 euro
Dove acquistare: http://www.camera.to
Organizzatore: CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e Associazione Archivio Storico Olivetti

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La prima è la mostra legata al concorso fotografico su industria e lavoro ‘Mast Photography Grant on industry and work’, dedicato ai talenti emergenti, che presenta le opere dei cinque finalisti della sesta edizione: Chloe Dewe Mathews, Alinka Echeverría, Maxime Guyon (nella foto di apertura una sua opera), Aapo Huhta e Pablo López Luz. I cinque progetti selezionati toccano temi di grande attualità: i danni ambientali causati dall’agricoltura intensiva, il ruolo della donna tra presente e passato nell’industria cinematografica e dell’informatica, il fascino della tecnologia e del design del prodotto industriale, l’impatto dell’AI sui modi di vita tradizionali e l’omologazione indotta dall’industria globale della moda.

La seconda mostra è invece ‘Inventions’, a cura di Luce Lebart con la collaborazione di Urs Stahel, allestita nella Gallery/Foyer e che espone una selezione di fotografie d’archivio prodotte in Francia tra il 1915 e il 1938, a ricostruire la storia dell’innovazione in questo Paese testimoniando vent’anni di ricerche e invenzioni, legate dapprima alla guerra e alla difesa nazionale e poi alla vita civile e domestica.

“Ogni due anni, la Fondazione MAST, attraverso il MAST Photography Grant on Industry and Work – spiega il curatore Urs Stahel – offre a giovani fotografi l’opportunità di confrontarsi con le problematiche legate al mondo dell’industria e della tecnica, con i sistemi del lavoro e del capitale, con le invenzioni, gli sviluppi e l’universo della produzione. E spesso il loro sguardo innovativo e inedito ci costringe a scontrarci con incongruenze, fratture, fenomeni e forse perfino abissi che finora avevamo trascurato o cercato di non vedere”.

Nato nel 2007 per sostenere la ricerca sull’immagine dell’industria e del lavoro e dare voce ai talenti emergenti, il MAST Foundation for Photography Grant on Industry and Work, promosso da Fondazione MAST, consente ai giovani fotografi che vincono la borsa di studio di sviluppare un progetto su industria e lavoro e di realizzare una mostra accompagnata da un catalogo. Nel tempo il concorso ha contribuito alla creazione di una raccolta fotografica di artisti contemporanei che ora fanno parte della storica e articolata collezione di fotografia industriale della Fondazione MAST, curata da Urs Stahel.

I finalisti dell’edizione di quest’anno:
Chloe Dewe Mathews (Londra, Regno Unito, 1982) –  Nel progetto For a Few Euros More (Per qualche euro in più) indaga le dinamiche dell’agricoltura moderna, mettendo in luce questioni relative alla produzione e al consumo di cibo, allo sfruttamento delle persone e alla crisi ambientale in corso.
Il progetto è ambientato nel gigantesco Mar de Plástico, il ‘mare di plastica’ che si estende a sudovest di Almería, nella Spagna meridionale, fra il litorale e la Sierra Nevada, un’enorme distesa agro-industriale, in cui si produce la metà della frutta e verdura che andrà a riempire gli scaffali dei supermercati di tutta Europa. Partendo da questi luoghi mette in evidenza tre realtà contigue ma molto diverse che caratterizzano la zona: i polytunnel agricoli, una miniera in disuso e i set abbandonati dei film spaghetti western. Sono queste imponenti strutture e queste vestigia cadenti che fanno da sfondo all’installazione video e fotografica di Dewe Mathews e al viaggio di Maruf, il lavoratore stagionale migrante protagonista del video.

Alinka Echeverría (Città del Messico, Messico, 1981) – Nell’opera tripartita Apparent Femininity (Femminilità apparente), celebra la storia di tre figure femminili e mette in luce il ruolo delle donne nella storia del cinema e della programmazione informatica. In Grace, con un’animazione a LED creata a partire da una fotografia di Berenice Abbott, ricorda Grace Brewster Murray Hopper, che al termine della sua carriera militare aveva raggiunto il grado di ammiraglio di flottiglia della US Navy Reserve ed è stata un’informatica americana, una pioniera del computer. In Hélène, nome molto comune all’epoca del cinema muto, quando alle giovani donne della classe operaia veniva affidato il montaggio delle pellicole, l’artista onora l’abilità delle montatrici con un’installazione costituita da lastre di vetro stampate e collocate su basamenti. Infine, l’artista rende omaggio ad Ada, Ada Lovelace, o più precisamente Augusta Ada King-Noel, contessa di Lovelace, la matematica definita da molti la prima programmatrice della storia, e lo fa con un gigantesco mosaico, un collage fatto di più parti.

Maxime Guyon (Parigi, Francia, 1990) – Nel suo progetto Aircraft realizza fotografie digitali di grande fomato di strutture aereodinamiche, turboreattori, pistoni idraulici, connessioni elettriche degli aerei. Come spiega Milo Keller nel catalogo della mostra, ‘tutto è a fuoco in queste immagini, dai piani larghi al dettaglio, dallo scheletro di un’intera cabina al più piccolo rivetto. C’è una sensazione di controllo, di visione frammentata ma totale, artificiale, quasi feticista’. Nelle fotografie iperrealistiche di Guyon non ci sono indizi delle architetture industriali degli hangar e le sagome restano sospese in uno spazio senza cielo e senza tempo, concreto eppure irreale.

Aapo Huhta (Haapajärvi, Finlandia, 1985) – In Sorrow? Very Unlikely (Tristezza? Molto improbabile) esplora i modi in cui l’Intelligenza Artificiale percepisce le fotografie fatte dall’uomo. Il progetto è costituito da fotografie recenti che Huhta ha selezionato dal suo archivio personale e ha fatto interpretare dai programmi di riconoscimento delle immagini API Vision di Google e Seeing AI di Microsoft, entrambi disponibili al pubblico. Le deduzioni in tempo reale eseguite dalle rispettive IA dei programmi di riconoscimento delle immagini sono state poi trasformate in tracce audio. Il risultato è un attrito tra immagine e parola, tra mezzo fotografico e nuove tecnologie che sollevano quesiti inquietanti sul ruolo dell’uomo nel futuro scenario produttivo.

Pablo López Luz (Messico, 1979) – Nella serie Baja Moda (Bassa moda), realizzato in diverse città dell’America latina, guarda criticamente al mondo globale dell’industria della moda e al tempo stesso analizza due aspetti chiave della cultura latinoamericana contemporanea: identità e resistenza. López Luz fotografa con occhi attenti, perspicaci, i negozi di abbigliamento e le mode locali, fotografa le vetrine allestite in modo precario, ma organizzate con cura, che fanno intravedere una sorta di orgogliosa resistenza nella decisione di preservare un mestiere e uno stile di vita opponendosi alla tendenza a far confezionare abiti e scarpe nei paesi asiatici, nel rifiuto di arrendersi a nuovi modelli economici e all’imminente omologazione delle città invase dai brand internazionali.

Tratto da :

http://meccanica-plus.it/fotografia-industriale-in-mostra-a-bologna-alla-fondazione-mast_112000/

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