Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Fotografia i Maestri’ Category

Articolo di Alessandro Poggiani
Ha riaperto al pubblico mercoledì 20 maggio 2020 la mostra fotografica di Gianni Berengo Gardin “Come in uno specchio. Fotografie con testi d’autore” presso Forma Meravigli (via Meravigli 5) a Milano.

Gli spazi di Forma Meravigli sono stati predisposti in modo tale da permettere l’accesso dei visitatori in totale sicurezza, secondo le disposizioni per la prevenzione ed il controllo del Covid-19 nei luoghi di cultura.

È consigliato l’acquisto con prenotazione online del biglietto, che permette di scegliere la fascia oraria della visita, organizzando così gli ingressi in sicurezza.

Inoltre, la Print Room a cura di Contrasto Galleria offre una nuova opportunità per collezionisti, appassionati e per chi desidera visionare opere in vista di un possibile acquisto. Per garantire la massima sicurezza in questa fase e per offrire una visione esclusiva e personalizzata, l’accesso è su appuntamento.

Come in uno specchio. Fotografie con testi d’autore, inaugurata a Forma Meravigli lo scorso febbraio e poi sospesa a causa dell’emergenza sanitaria connessa al Covid-19, rappresenta un omaggio a Gianni Berengo Gardin – il quale ad ottobre 2020 compirà novant’anni – e nella sua città d’adozione, ovverosia Milano. Un progetto espositivo prodotto daContrastoin collaborazione conFondazione Forma per la Fotografia.

di più :

https://www.agrpress.it/fotografia/forma-meravigli-riapre-con-la-mostra-come-in-uno-specchio-fotografie-con-testi-d-autore-di-gianni-berengo-gardin-8341?fbclid=IwAR1zCE-U5opPGbbaXJaDEs8j_2OGRvoi2odU6K0rpHXDEBeNONxx27SIrPc 

Via Meravigli, 5, 20123 Milano MI

Orari: Aperto ⋅ Chiude alle ore 20

02 5811 8067

Gli orari o i servizi potrebbero variare

Telefono: 02 5811 8067

Read Full Post »

COMUNICATO STAMPA

ROBERT DOISNEAU

La street photography dell’artista parigino dal 6 marzo al 21 luglio 2020 a Bologna

Dal 6 marzo al 21 luglio 2020 Palazzo Pallavicini ospita un’importante retrospettiva dedicata al grande fotografo parigino Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1º aprile 1994) celebre per il suo approccio poetico alla street photography, autore di Le baiser de l’hôtel de ville, una delle immagini più famose della storia della fotografia del secondo dopoguerra.

LA MOSTRA

La mostra ROBERT DOISNEAU è curata dall’Atelier Robert Doisneau (Montrouge, Fr), creato da Francine Deroudille e Annette Doisneau per conservare e rappresentare le opere del fotografo, ed è organizzata da Pallavicini s.r.l. di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci in collaborazione con di Chroma photography.

Sono 143 le opere in mostra nelle prestigiose sale di Via San Felice, tutte provenienti dall’Atelier. L’esposizione è il risultato di un ambizioso progetto del 1986 di Francine Deroudille e della sorella Annette – le figlie di Robert Doisneau – che hanno selezionato da 450mila negativi, prodotti in oltre 60 anni di attività dell’artista, le immagini della mostra che ci raccontano l’appassionante storia autobiografica dell’artista.

I sobborghi grigi delle periferie parigine, le fabbriche, i piccoli negozi, i bambini solitari o ribelli, la guerra dalla parte della Resistenza, il popolo parigino al lavoro o in festa, gli scorci nella campagna francese, gli incontri con artisti e le celebrità dell’epoca, il mondo della moda e i personaggi eccentrici incontrati nei caffè parigini, sono i protagonisti del racconto fotografico di un mondo che “non ha nulla a che fare con la realtà, ma è infinitamente più interessante”. Doisneau non cattura la vita così come si presenta, ma come vuole che sia. Di natura ribelle, il suo lavoro è intriso di momenti di disobbedienza e di rifiuto per le regole stabilite, di immagini giocose e ironiche giustapposizioni di elementi tradizionali e anticonformisti.

Influenzato dall’opera di André Kertész, Eugène Atget e Henri Cartier-Bresson, Doisneau conferisce importanza e dignità alla cultura di strada, con una particolare attenzione per i bambini, di cui coglie momenti di libertà e di gioco fuori dal controllo dei genitori, trasmettendoci una visione affascinante della fragilità umana.

Le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti;

nessun regista può ricreare l’inaspettato che trovi per strada.

Robert Doisneau.

INFORMAZIONI UTILI

Date: dal 06/03/2020 al 21/07/2020

Luogo: PALAZZO PALLAVICINI

Indirizzo: Via San Felice 24, 40122 Bologna

Contatti: info@palazzopallavicini.com | cell: +39 331 347 1504

Facebook: http://www.facebook.com/palazzopallavicini

Instagram: http://www.instagram.com/palazzopallavicini/

Orari di apertura

da giovedì a domenica dalle ore 11.00 alle 20.00 chiusura biglietteria ore 19.00

Aperture straordinarie (dalle ore 11.00 alle 20.00)

1, 2, 16 e 17 giugno 2020

L’ingresso in mostra è consentito fino alle ore 19.00

Biglietti su prenotazione: https://www.palazzopallavicini.com/biglietteria/

Bookshop on-line: https://www.palazzopallavicini.com/bookshop/

TARIFFE

Intero: € 11
Ridotto: € 9 (dai 6 ai 18 anni non compiuti, over 65 con documento, studenti fino a 26 anni non compiuti con tesserino, militari con tesserino, guide turistiche con tesserino, giornalisti praticanti e pubblicisti con tesserino regolarmente iscritti all’Ordine, accompagnatori diversamente abili in compagnia del disabile, soci ICOM con tesserino, ITALO con biglietto avente come destinazione/ origine Bologna con data antecedente/successiva di massimo 3 giorni)
– Gruppi (minimo 10 persone): € 8 (1 accompagnatore gratuito)

– Scuole: € 5 (2 accompagnatori gratuiti per ogni classe)

– Bologna Welcome e Card Cultura: € 7

Giovedì Università (con tesserino): € 7
Gratuito: bambini sotto i 6 anni, disabili con certificato.
Biglietto famiglia: Genitore € 8 Minori dai 6 ai 18 anni non compiuti € 6
Biglietto Open: € 14 | Biglietto con prenotazione senza vincoli di orario e data valido fino a fine mostra

UFFICIO STAMPA

Giulia Giliberti

Email: press@palazzopallavicini.com | cell: +39 391 772 6988

Read Full Post »

Autoritratto di Pierre Mac Orlan con la Rolleiflex, tratta da P. M. O., Scritti sulla fotografia, Edizioni Medusa

Novecento francese. Lo scrittore del Porto delle nebbie era (anche) chansonnier e fotografo dilettante: Medusa ha tradotto i suoi articoli su Atget, Kertész, Willy Ronis, Germaine Krull, Berenice Abbott…

Aveva già visto tutto, capito tutto, inventato tutto» scrisse Céline a proposito di Pierre Mac Orlan (1882-1970), il cui vero nome era Pierre Dumarchey, versatile figura di bohémien, scrittore, pittore, chansonnier (suoi testi vennero interpretati da Juliette Gréco e Germaine Montéro) e reporter che si è misurato con i generi più compositi, producendo un’opera smisurata, raccolta in 25 volumi e apprezzata da intellettuali del calibro di Malraux e Queneau.
Mac Orlan è universalmente conosciuto per aver composto nel 1927 il romanzo Il porto delle nebbie che ispirerà a Carné e Prévert il film eponimo interpretato da Jean Gabin, Michèle Morgan e Michel Simon, ambientato a Le Havre anziché a Montmartre: da qui l’equivoco del titolo che nell’originale suona Le quai des brumes. Nel libro si descrivono le vicende di alcuni avventori di un locale, ispirato al leggendario Lapin Agile, che perderanno la vita in circostanze più o meno tragiche, con l’eccezione di Nelly, una prostituta che riesce nell’intento di adattarsi alle grame circostanze dell’epoca. La miseria descritta in questo romanzo è la stessa patita dall’autore, come precisa Jean-Paul Crespelle in La vita quotidiana a Montmartre ai tempi di Picasso: «Mac Orlan che passò al Bateau-Lavoir solo un inverno non aveva nessun mobile e nessun utensile: niente! Aveva avuto in omaggio da un giornale qualche pacco di copie invendute e le aveva trasformate in un letto». Lo scrittore aveva sposato nel 1912 Marguerite Luc, detta Margot, figliastra di Frédéric Gérard, il gestore del Lapin Agile, immortalata da Picasso nel celebre La femme à la corneille.
Il senso avventuroso dell’esistenza teorizzato nel curioso trattato Le petit manuel du parfait aventurier (1920) si configura come una sorta di àncora di salvezza per chi, come Mac Orlan, confessa di essere «diventato scrittore perché ero un buono a nulla» (ma in gioventù aveva lavorato come illustratore). In questo testo, richiestogli da Cendrars per le edizioni La Sirène, l’autore suddivide la categoria degli avventurieri in attivi e passivi, idealmente iscrivendosi, al pari di Stevenson e Schwob, in quella meno compromessa con i pericoli derivanti da un eccessivo vitalismo: «Un avventuriero passivo si manterrà tale solo nutrendosi copiosamente della feconda sostanza contenuta nei libri».

Da ricordare anche la mitizzazione della Legione straniera, a cui verrà dedicato un approfondito saggio, troppo sbilanciato sul versante didascalico, proposto da Medusa nel 2019, nonché il romanzo La bandera (1931).
Esce ora, sempre per i tipi di Medusa, Scritti sulla fotografia (pp. 128, € 15,00), che raccoglie una serie di articoli inediti in italiano, ben tradotti da Claudina Fumagalli, in cui Mac Orlan, fotografo dilettante, si misura da buon esegeta con l’opera di artisti dell’obiettivo come Atget, Kertész, Cartier-Bresson, Willy Ronis.

Nell’esauriente prefazione Simone Paliaga asserisce: «La fotografia fa emergere aspetti che l’occhio nudo non sarebbe in grado di cogliere e ne potenzia i tratti».

Il contrario di ciò che sosteneva Baudelaire, nonostante la consolidata amicizia con Nadar e Carjat, riguardo a una fotografia concepita come strumento di osservazione oggettiva della natura. Fedele alla rappresentazione del «fantastico sociale» – sua «insegna e orifiamma», nella definizione di Ceronetti –, Mac Orlan» intuisce la straordinaria modernità di questo mezzo espressivo, tornando a più riprese intorno ai medesimi concetti relativi a una disciplina intesa come «arte espressionista della nostra epoca», paragonabile alla canzone (parlerà, appunto, di «canzone fotografica»), nonché di un genere letterario a sé stante: «La fotografia appartiene più all’arte letteraria che all’arte pittorica». Asserirà, con una singolare visuale di ordine sincretistico che sembra prefigurare il panopticon contemporaneo: «Assistiamo alla riabilitazione di tutte le parole che terminano in grafo: fotografo, cinematografo, fonografo».
Parlando di Atget, «poeta dei crocicchi di Parigi», Mac Orlan indica che «la sua figura era inconfondibile, un po’ curva, con il suo apparecchio fotografico e il treppiede, tra la fruttivendola, l’impagliatore di sedie e il capraio con il flauto di Pan». Altrove fa il panegirico della fotografia in ambito pubblicitario e ricorda che per l’obiettivo «la luce è solo un mezzo per frugare nell’ombra, per rivelarne (…) i pericoli, le larve che la popolano e che sono i residui e i veleni della nostra combustione intellettuale».
Gli articoli si cadenzano intorno a qualche folgorante istantanea sia degli autori presi in considerazione sia dello stesso Mac Orlan. Si sente forse la mancanza di un’immagine realizzata da Willy Ronis nel libro fotografico Belleville-Ménilmontant (1954), atta ad accompagnare la nota, qui proposta, dello scrittore, ricca di toni particolarmente ispirati che rinviano al concetto di «autenticità». Mac Orlan disquisisce intorno alla rêverie del bianco e nero avvalendosi di un ristretto numero di beniamini (oltre ai nomi citati ricordiamo Man Ray, Berenice Abbott, László Moholy-Nagy, Germaine Krull, Claude Cahun, Robert Doisneau), arrivando alla conclusione che «la conoscenza fotografica del mondo è crudele».

Read Full Post »

(Fonte Ansa) Una grande mostra “Sguardi di Novecento: Giacomelli e il suo tempo” rende omaggio da oggi fino al 5 luglio al celebre fotografo di Senigallia in occasione delle ventennale della scomparsa.

A Palazzo del Duca è ospitata la sezione internazionale, a cura di ONO arte contemporanea: 20 fotografie di Mario Giacomelli sono messe a confronto con circa 90 scatti di grandi fotografi della metà del ventesimo secolo come Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, Gianni Berengo Gardin, Brassaï, Kikuji Kawada, Jacques Henri Lartigue, Herbert List, Nino Migliori, Paolo Monti, Leo Matiz, Ara Güler.

L’esposizione si ispira a The Photographer’s Eye, la grande mostra curata da John Szarkowski al MoMA di New York nel 1964, il primo vero riconoscimento internazionale per Giacomelli: da lì trae spunto per focalizzarsi sullo sviluppo di un linguaggio comune, quello della fotografia che arriva nei paesaggi urbani e rurali del secondo dopoguerra, del neorealismo e che si sposta fino alla streetphotography, alle sperimentazioni e agli astrattismi.

A Palazzetto Baviera gli eredi Giacomelli propongono “Sguardi di Novecento a Senigallia. L’Associazione Misa, per una fotografia artistica. Opere dal 1954 al 1958”, una selezione di opere fotografiche dei componenti dell’associazione Misa, il gruppo fotografico in cui Giacomelli mosse i primi passi, collaborando con Silvio Pellegrini, Ferruccio Ferroni, Adriano Malfagia, Alfredo Camisa, Paolo Bocci, Bruno Simoncelli, Giuseppe Cavalli, Riccardo Gambelli e Piergiorgio Branzi. Uno scorcio sull’opera del maestro senigalliese, affiancato ad artisti internazionali e italiani, anche coetanei, per far emergere lo spirito del ‘900, un secolo ricco di stimoli e denso di avvenimenti e riflessioni che hanno portato alla nascita di vari circoli fotografici, tra i quali, appunto, il gruppo Misa negli anni ’50.

Piazza del Duca, 1, 60019 Senigallia AN

tel. 366 679 7942

Read Full Post »

 Alcuni ritratti di Letizia Battaglia, dall’alto

Lanfranco Colombo direttore de “il Diaframma ”

Lawrence Ferlinghetti

Frank Zappa

Edoardo Sanguineti con caffè

Giuliana Scimè

Luigi Ghirri (incontri ad Arles)

Luigi Berlinguer con un giovanissimo Achille Occhetto

Renato Guttuso

Read Full Post »

Si è conclusa a Milano, nei giorni scorsi  a Palazzo Reale la mostra di Letizia Battaglia .
A Milano Letizia fu l’inizio dell’attività di fotografa  , scatti su Pasolini per poi stabilizzare il suo centro di gravità permanente a Palermo , le ferite di Palermo , i suoi passaggi nel mondo , Utah, Russia, Turchia , New York .
Nelle foto c’è il mondo e Palermo, una città che Letizia ama come un fanciullo malato che, secondo lei,  ha ancora l’opportunità di guarire.

 

 

Read Full Post »

Leggere, apprendere, trasmettere conoscenza, sapere , comunicare, tanti concetti in oltre 70 immagini di Steve Mc Curry alle gallerie estensi di Modena che con le sue fotografie condensa lo stato della lettura e dei lettori in giro per il mondo , in varie situazioni.
In queste immagini la lettura come apprendimento e trasmissione delle conoscenze. Mentre, si è conclusa il 6 gennaio la mostra su “Cibo” di Steve Mc Curry a Forlì, musei di San Domenico, con 41 mila presenze .
La mostra Leggere, a Modena, alle gallerie Estensi , “Leggere” di Steve Mc Curry contempla tre livelli di lettura, la relazione lettura apprendimento, il lettore solo , e alcune delle copertine degli splendidi libri di Mc Curry .
Steve Mc Curry, nei video illustrativi della mostra , rivela anche la sua personale ricetta, la passione .

Immagini della mostra di Steve Mc Curry “Leggere” come apprendimento sia fra pari che fra generazioni

 

Read Full Post »

Older Posts »