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Archive for the ‘Italian food and wine’ Category

 

 

foto di Roberta Ricci “alla maniera di Frida ”

Non ho ancora capito perché i ristoratori non possono stare aperti alla sera. Mi ripeto ma se la ragione principale è quella di evitare assembramenti non vedo perché altre seppur degne attività possano stare aperte. A meno che la vera ragione non sia annientare abitudini di socialità tipiche degli Italiani e questo sarebbe davvero agghiacciante. Adesso che gran parte delle regioni italiane sono gialle molti patron e gestori di locali chiedono di poter stare aperti di sera negli spazi esterni dei loro esercizi. E magari posticipare l’inizio del coprifuoco alle 23.00 per poter permettere agli avventori di cenare senza ingozzarsi.

Ovviamente ciò presuppone avere lo spazio adeguato e conforme alle norme di sicurezza e fare in modo che i clienti non disturbino o intralcino i cittadini che abitano vicino ai locali.

Sicuramente c’è assoluta necessità di essere disciplinati e rigorosi e le varie forze dell’ordine devono far rispettare le misure adottate per evitare il diffondersi dell’epidemia. Solo la disciplina e i controlli possono consentire alle attività di lavorare evitando continue interruzioni.

Per quanto riguarda il mondo del vino è urgente il ripristino del ministero competente che deve prendere misure adeguate non procrastinabili per aiutare le cantine a risollevarsi. Meno burocrazie e insulsi provvedimenti come quello di far chiudere le enoteche alle ore 18.00.

Altre realtà che vendono vini come supermercati, autogrill e negozi di alimentari perché non hanno questa restrizione? Devono essere subito corrisposti gli importi regionali per la distillazione e ci deve essere una riduzione ordinata delle rese e stoccaggio dei vini di qualità. L

a Agea ovverossia Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura, ente statale, non ha corrisposto 50 milioni di euro nonostante il termine sia scaduto il 31 Dicembre 2020. Agea funge da organismo pagatore per conto della Unione Europea dei fondi destinati ai produttori agricoli. E importanti novità vengono dal PAC – Piano Agricolo Comunitario 2021/2027 che non possono essere ignorate.

Vanno azzerati per almeno sei mesi i dazi doganali ritorsivi imposti dal collerico ex presidente Usa nei confronti dei prodotti europei destinati al mercato nordamericano. Nel contempo deve essere avviata una trattativa destinata a superare questa odiosa e assurda guerra doganale.

La promozione degli ottimi vini italiani deve avere nuovo impulso. Il taglio delle risorse destinate al Green Deal agricolo nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non va nella giusta direzione. E nemmeno la riduzione dei fondi destinati al PAC – Piano Agricolo Comunitario che comporterà un meno 10 % per gli interventi a favore delle imprese agricole italiane. Ciò mette a serio rischio il raggiungimento degli obiettivi comunitari in materia di sostenibilità e aumento della produzione agricola interna. È  necessario un ministero attivo, competente ed efficente per affrontare tutte queste tematiche fondamentali per la nostra eccellente agricoltura che ha subito con il covid l’ennesimo danno.

Umberto Faedi

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Foto di Roberta Ricci

 

I consigli comunali di Baricella, Budrio, Granarolo, Minerbio e Molinella hanno votato a favore così come il consiglio della città metropolitana di Bologna.

Il nuovo polo logistico sarà grande 70 volte la Piazza Maggiore di Bologna. Due gli insediamenti, il primo su un’area di 25 ettari dove sorgeva lo zuccherificio di San Pietro in Casale. Il secondo nel territorio fra i comuni di Altero e Malalbergo si svilupperà su 73 ettari. In una area compresa tra Altedo, Bentivoglio, Malalbergo e San Pietro in Casale la società APRC Group vuole fare un hub – centro logistico ma non è prevista l’interconnessione con la ferrovia. Questa società immobiliare francese con sede a Lione vuole stravolgere e inquinare il panorama della Bassa Bolognese.

Secondo il Centro Culturale Nuova Casa del Popolo La Casona di Ponticelli questi polo logistico porterà solo inquinamento luminoso, aumento del traffico, peggioramento della qualità dell’aria, cementificazione e lavoro precario e malpagato. La zona è l’ultima nella provincia di Bologna nella quale sono presenti risaie. L’ area è di proprietà della SIS – Società Italiana Sementi che da decenni seleziona varietà e fornisce le sementi alle risaie italiane. Sono già sparite negli anni le zone umide e quasi tutti i maceri, piantate, frutteti, vecchie valli, essiccatoi per cereali, lavori di bonifica e case coloniche.

E con la sparizione di zone umide ed edifici se ne va anche la storia e la testimonianza delle lotte delle persone che abitavano e lavoravano duramente in questo territorio. L’ ultima risaia produce e seleziona le sementi e le varietà per le risaie italiane. Non è una zona incolta come è falsamente riportato nella documentazione sottoposta ai consiglieri della città metropolitana. La città metropolitana afferma di voler valorizzare il territorio ed il paesaggio della provincia di Bologna. Ma come può farlo concedendo permessi per distruggere suolo e cementificarlo? Il beneficio supposto ipotizza assunzioni sulla carta di 1500 – 1900 addetti per il polo logistico non interconnesso con la ferrovia.

Lavoro precario e malpagato come dimostrano le tante vertenze portate avanti nel settore della logistica negli ultimi dieci anni. La prima prevedibile conseguenza di questa sciagurata scelta sarà il peggioramento della qualità dell’aria legato all’aumento del traffico su gomma. E poi la viabilità delle città limitrofe si congestionera’ ulteriormente essendo già appesantita dal traffico di camion legato al Centergross e all’Interporto. La Nuova Casa del Popolo di Ponticelli piantera’ alberi per unire le radici del passato con quelle delle generazioni future.

Umberto Faedi

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Foto tratta dal Museo dell’ovvio di Ettore Guatelli (Collecchio)

Il calo dei consumi sarà assai limitato nei prossimi 10 anni, una media dello 0,3% e comunque meno marcato rispetto al decennio 2009 – 2019. Le esportazioni dalla UE verso mercati internazionali rallenteranno ma manterranno un valore positivo intorno a uno 0,4% annualmente. Il valore è sicuramente inferiore rispetto alla media del + 5% registrato tra il 2009 e il 2019. Cambiano i consumi con una tendenza praticamente inarrestabile verso vini che costano meno. Il mercato dei vini da tavola e sfusi si svilupperà ulteriormente e visto la diminuzione seppur leggera dei consumi e delle esportazioni scenderà la produzione. Entro il 2030 in Europa si produrranno una media di 160 milioni di ettolitri con una variabilità annuale che terrà conto delle condizioni meteorologiche. Il cambiamento climatico in atto porterà ad uno spostamento dei vigneti sempre più verso il Nord Europa. La regione dello Champagne è stata considerata per decenni la regione produttiva più a nord, ma oramai da anni i vigneti sono di casa nel Sud dell’Inghilterra. In Cornovaglia  Hampshire, Kent, Surrey e Sussex ci sono molte aziene vitivinicole.

I Romani portarono la vite in Cornovaglia che prosperò fino a quando la Britannia venne abbandonata dalle legioni di Roma. Adesso la nuova frontiera del vino è la Scandinavia che è ubicata molto più in là dei 30 gradi di latitudine nord considerati finora il confine climatico estremo per coltivare la vite. Le viti che più si adattano al clima norvegese sono Cabernet Volos, Fleurtai, Merlot Kanthus, Sauvignon Kretos e Soreli tutte varietà resistenti.

Le caratteristiche dei vini sono influenzate dai mutamenti del clima che cambiano l’acidità e il profilo aromatico. Nuove tecnologie affiancate alla tradizione e all’esperienza dovranno essere impiegate per accompagnare la transizione agroenologica che è già in atto da anni.

Le chiusure forzate di HORECA e dei locali di ristorazione hanno portato ad un grande cambiamento dei tipi di consumo e delle tipologie di vini. Le vendite on line e off line sono letteralmente esplose e sempre più si affermano i vini bianchi e rosati e diminuisce il consumo di vini rossi. Si implementa la crescita della produzione e del consumo di vino biologico. Negli ultimi sette anni dal 2012 al 2019 è triplicato ed emerge una forte crescita dei cosiddetti no alcohol wines o vini non alcolici: + 20%.

I mercati principali di questi vini sono Cina, Giappone, Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Yemen, Emirati Arabi Uniti, Finlandia, Svezia, Norvegia, Olanda, Australia,  Nuova Zelanda e Stati Uniti. Aumenteranno anche i consumi di vini a bassa gradazione alcolica e gli spumanti che possono essere consumati in più occasioni. Leggero aumento della produzione e della vinificazione destinata ad altri usi quali la distillazione e prodotti trasformati ed elaborati.

Umberto Faedi

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In questi giorni si è scatenata la polemica sulla scheda di prodotto e una pubblicità lanciata dal pastificio La Molisana per propagandare un suo formato di pasta. Il pastificio La Molisana ha sede a Contrada Colle delle Alpi di Campobasso. È in attività da più di un secolo ed è passato da una impostazione artigianale ad essere un pastificio semi industriale con una produzione giornaliera di 470 tonnellate di vari formati di pasta. Il formato che ha scatenato la polemica è una conchiglia definita Abissina che è presente nel catalogo di altri marchi e pastifici. Il nome richiama alla conquista da parte del regime sabaudo fascista della Abissinia conosciuta da decenni come Etiopia. Formati di pasta in cataloghi di pastifici designati come Bengasine, Tripoline e Mafalde richiamano fatti e persone del passato. Per me sono tutti nomi tristi e tragici. Sicuramente non significa che questi pastifici abbiano nostalgie tardo imperiali e colonialiste. Nella scheda delle Tripoline c’era scritto che “il prodotto evoca luoghi lontani, esotici ed ha un sapore coloniale”. Altro commento veramente fuori luogo. Quello che era scritto nella scheda prodotto delle Abissine e che è stato cancellato dopo le polemiche e le minacce di molti consumatori di non comprare più la pasta de La Molisana era altrettanto fuori luogo.

Cosa significa “di sicuro sapore littorio”? Moltissimi non sanno nemmeno cosa sono i littori. Nella tragica e farsesca rievocazione che il famigerato regime fascista fece dell’Impero Romano si restaurarono simboli del periodo. I littori vennero istituiti al tempo di Romolo e camminavano davanti al rex e lo proteggevano con fasci di bastoni legati con strisce di cuoio intorno ad una scure. Erano il simbolo della autorità maggiore.

Cosa ci azzecca con il sapore di un tipo di pasta? Il pastificio ha emesso un comunicato scusandosi “per il riferimento che ha rievocato in maniera drammatica una pagina inaccettabile della nostra storia, ” e ha cambiato i testi delle schede descrittive di prodotto. Ciò gli rende merito davvero, ero incredulo e molto arrabbiato per una topica del genere. Evidentemente i creativi dell’agenzia di comunicazione che ha ideato le schede non conoscono bene la storia e i significati di certe parole. Il gusto littorio per le abissine a me che piace moltissimo la storia fa venire in mente i bombardamenti effettuati per mesi nel 1935 e nel 1936 a base di yprite vietata dalla Convenzione di Ginevra.

Vennero lanciati dagli aerei della aviazione fascista non solo sui soldati gas urticanti, vescicanti e bombe al fosgene. Questo trattamento littorio provocò circa 300000 morti e centinaia di migliaia di mutilati. Dimenticavo di dire che venivano sparate dai “prodi legionari delle colonne italiane” contro le truppe dell’esercito del Negus e le bande dei Ras che praticavano la guerriglia contro le truppe di occupazione littoria le famigerate pallottole dum dum tuttora vietate dalla Convenzione di Ginevra. Richiami a periodi tragici e dolorosi della nostra storia seppur causati dalla crassa ignoranza o dalla superficialità non sono a mio parere giustificabili o difendibili.

UmbertoFaedi

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Wolfango : L’uva 

Le festività natalizie limitate dal virus hanno confermato che il vino prodotto in Italia si è ben difeso rispetto agli altri paesi produttori. Le cantine hanno pagato un prezzo salato alla pandemia per cui è necessario pensare a piani di sviluppo per tutta la filiera. Nel 2020 si sono approntati nuovi regolamenti UE per fronteggiare gli iniqui dazi Usa imposti dal tronfio ormai ex presidente Trump e per reagire alle incertezze del mercato cinese.

Le cantine hanno usufruito della maggiore flessibilità delle regole OCM ed è stata avviata la distillazione di crisi. L’Italia si colloca al nono posto nel mondo tra i paesi esportatori del settore agroalimentare e al terzo posto tra quelli che nell’ultimo decennio hanno visto crescere di più le esportazioni di vino e alimentari. Il consumo di bollicine italiane è in linea con quelli del 2019 con un incremento dell’1,5 % e un + 2,7 % nel mercato estero.

Assai peggio fanno i nostri diretti concorrenti ovverosia gli odiati amati cuginastri franzosi per non parlare dei più modesti Cava iberici. In calo netto l’importazione di bollicine straniere, in questi tempi di pandemia i consumatori prediligono le bollicine autoctone. La maggiore versatilità di gamma delle bollicine italiane è in grado di reagire meglio alle dinamiche di mercato. Le feste natalizie e di inizio anno nuovo valgono il 35 % delle vendite annuali di vini spumanti. Quest’anno grazie alla GDO e ai canali off – trade e online si è mitigata notevolmente la diminuzione di consumi e degli acquisti diretti in cantina causati dal coprifuoco. Il negoziato sulla brexit concluso in extremis è un vero regalo di Natale per tutto il settore agroalimentare italiano. Si potrà continuare ad esportare nelle fredde ed inospitali terre della perfida Albione al di là del mare. Quello anglosassone è il quarto mercato commerciale per un valore complessivo pari a 3,5 miliardi di euro. Occorrerà tenere una stretta sorveglianza sul Level Playing Field che significano la parità di condizione sulla concorrenza. Il regno unito non deve discostarsi dalla regolamentazione europea attuando aiuti di stato alle proprie imprese in campo agroalimentare. E comunque un No Deal cioè senza accordo avrebbe comportato stupide barriere tariffarie come quelle messe in atto dallo spodestato presidente yankee. E pure una minore domanda interna dal mercato british e il deprezzamento già in atto della sterlina penalizzerebbe i prodotti italiani. In primis il vino che rappresenta il 25 % del totale dell’export agroalimentare italiano Oltremanica con un fatturato che ammonta a quasi un miliardo di euro.

Umberto Faedi

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