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Archive for the ‘L’Arte di far vedere l’arte’ Category

COMUNICATO STAMPA

 

Dario Gambarin


PERFORMANCE DI LANDART

19.9.2017

 

“ONU”

 

 

Un gigantesco emblema dell’Onu, l’Organizzazione mondiale delle Nazioni Unite, con all’ interno il simbolo della pace. Si intitola “ONU” l’ultima opera di Land art realizzata dall’artista Dario Gambarin, noto nel mondo per i suoi grandi ritratti eseguiti sulla terra.  “Ho inserito al posto del simbolo delle Nazioni-spiega- il celeberrimo disegno che simboleggia la pace. L’obiettivo è  richiamare l’attenzione  su quello che è  – e deve essere – il ruolo di questa organizzazione: risolvere diplomaticamente le problematiche che stanno tenendo il mondo con il fiato sospeso, risistemando gli equilibri internazionali, in primis la questione della Nord Corea e del regime di Pyongyang,  per evitare che scoppino conflitti ai quali difficilmente si potrebbe porre rimedio.

Gambarin, da sempre attento alle problematiche politico-sociali, focalizza quindi stavolta la sua attenzione sul  confronto e dialogo con lo scopo di favorire la soluzione pacifica delle controversie internazionali, mantenere la pace e promuovere il rispetto per i diritti umani.

“Anche se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel suo primo discorso al Palazzo di vetro si è scagliato contro la presunta cattiva gestione dell’Onu – conclude l’artista  – è solo a questa grande organizzazione che dobbiamo tutti guardare per una vera garanzia di pace”.

L’opera, che anticipa il 72esimo anniversario della fondazione dell’Onu, il prossimo 24 ottobre, è stata eseguita, a mano libera, con trattore ed aratro, su un terreno di 27.000 metri quadrati situato a Castagnaro, in provincia di Verona.

Per ulteriori informazioni

Foto e Video

Dario Gambarin

0039-333-8909901

dariogambarin@libero.it

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Maurizio Osti. Artista di caratteri, anche

Biblioteca civica d’arte Luigi Poletti

15 settembre 2017- 5 gennaio 2018

A cura di Carla Barbieri e Pasquale Fameli

Inaugurazione della mostra venerdì 15 alle ore 18, alla presenza dell’artista

Questa mostra nasce nell’ambito del Festivalfilosofia dedicato alle arti.

 

 

 

 

Arti e non arte, e non a caso. Al plurale perché questa indagine filosofica viene dedicata non solo al problema principe dell’estetica, vale a dire cosa sia il bello e cosa si intenda oggi per bello, ma anche a come l’arte sia andata modificandosi in questi secoli di industrializzazione e di applicazione al mondo della tecnologia.

Arte, quindi, come radice di artificio e di artigiano, parole e pratiche che richiedono entrambe la conoscenza di una serie di operazioni e regole necessarie per svolgere un’attività in cui la creatività resta parte fondante e indispensabile. Arte inscindibile dalla tèchne, per la realizzazione di oggetti che comunque con la bellezza hanno a che fare.

Maurizio Osti che ama definirsi “artista per vocazione, grafico per necessità” ci è parso essere la personificazione di questo particolare nodo. Un autore che svolge sia l’attività di artista “puro”, seguendo il suo estro in maniera disinteressata, nella realizzazione di opere che non hanno alcun altro fine se non la creazione estetica, sia, accanto e parallela, l’attività di grafico, il mestiere che ha svolto anche come insegnante della disciplina. E se la parola disciplina sottintende già l’essere stato discepolo, allievo che ha dovuto imparare una serie di norme impartite da un maestro o da una pratica che si è evoluta nel tempo, questo non significa che il “mestiere” così imparato richieda minore impegno creativo del fare artistico in sé e per sé.

La mostra, quindi, vuol far conoscere questo aspetto del lavoro di Osti; non tanto quello già noto di artista visivo che si è espresso anche nell’ambito del libro d’artista e del libro oggetto – campo nel quale la Biblioteca Poletti ha lavorato per circa vent’anni e continua a lavorare – ma quello legato alla sua meno conosciuta identità di grafico.

Con un certo orgoglio presentiamo per la prima volta questa non secondaria attività di Maurizio Osti, l’unico artista vivente autore di ben due font digitali: il carattere FF Folk, basato sui lettering eseguiti a mano da Ben Shahn, e il carattere Pomona di cui è possibile vedere la nascita fin dai primi disegni a matita realizzati dall’autore.

Due opere/installazioni ripropongono poi l’autore all’interno della sua più ampia ricerca intorno al libro.

Per queste opere, che si fronteggiano all’interno della sala di lettura, le pagine dei libri diventano la materia con la quale Osti – da sempre attratto dal fare artistico come atto sciamanico – realizza due oggetti totemici dal titolo evocativo di Lybris.

Catalogo a cura di Carla Barbieri e Pasquale Fameli, pubblicato da Pazzini Editore, 2017

Maurizio Osti è nato a Sasso Marconi (Bologna) nel 1944. Da sempre opera come artista visivo di matrice concettuale, esprimendosi anche nell’ambito del libro d’artista e del libro oggetto e partecipando a numerose mostre nazionali ed internazionali. Seppure a lungo docente di Tecniche grafiche speciali presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, meno conosciuta è la sua importante attività nel campo della grafica editoriale. Nel 1995 ricostruisce e ridisegna digitalmente il carattere FF Folk, edito nel 2003 da Font Font, massimo repertorio internazionale di settore. Ancora nel 1995 elabora anche il carattere Pomona, tuttora inedito. Gli è stato conferito il Premio Internazionale Guglielmo Marconi 2009 per l’Arte Multimediale e nel 2016 ha ricevuto la nomina a Socio Onorario AIAP (Associazione italiana design della comunicazione visiva).

Orari di apertura durante il festival:

Venerdì 15 settembre ore 09.00 – 23.00

Sabato 16 settembre ore 09.00 – 24.00

Domenica 17 settembre ore 09.00 – 20.00

Orari di apertura dal 18 settembre 2017 al 5 gennaio 2018:

Lunedì ore 14.30 – 19.00

da martedì a venerdì ore 8.30 – 13.00 ; 14.30 – 19.00

sabato ore 8.30 – 13.00

 

 

Sede della mostra: Biblioteca civica d’arte Luigi Poletti
Palazzo dei Musei
Piazza Sant’Agostino, 337
41121 Modena
Tel. 059 2033372
http://www.comune.modena.it/biblioteche
biblioteca.poletti@comune.modena.it

facebook: biblioteche.modena

twitter: bibliotecheMO

 

 

 

 

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la foto è di Patrizio Patrizi

Sono visi. Ci passiamo ogni giorno davanti. Ci chiedono:”ricordatevi, abbiate memoria, avete ancora bisogno di noi. Siamo i morti: i deportati, ammazzati,impiccati,lapida ti. Siamo i partigiani, gli antifascisti. Date retta a noi: dateci la vita. Vi serve”

Il percorso di uno dei più grandi artisti del nostro tempo, Christian Boltanski, sulle Anime, sulla Memoria, a Bologna,tra arte contemporanea, tessuto urbano e società .

Il 27 agosto alle 9 appuntamento in Piazza Maggiore, al Sacrario dei Caduti,  per una visita su alcuni luoghi in cui Boltanski ha effettuato alcune installazioni “Billboards/Tabelloni”  si farà una passeggiata in bicicletta, non agonistica.

Il giro terminerà alle 12 al Mambo dove sarà possibile rifocillarsi e , per chi lo desidera , visitare la mostra . Il percorso è ideato dall’associazione mistic media  e da Fiab (Bologna Montesole) Patrizio Patrizi.

Si faranno delle letture tratte da Nuto Revelli e Italo Calvino.

https://www.facebook.com/events/1054390684696558/ l’evento su Facebook 

http://www.comune.bologna.it/cultura/news/anime-di-luogo-in-luogo

 

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Artisti di tutto il mondo….unitevi! Al Golem cucina e dintorni di piazza San Martino 3/b-Bologna, da fine settembre ripartirà la programmazione mostre d’arte : pittura, scultura, fotografia, design si alterneranno ogni mese.

Chi fosse interessato puo’ inviare una sua presentazione con breve testo ed alcune immagini alla mail a massimoamadesi@libero.it oppure telefonare al 3337660603.

Massimo Amadesi

 

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Nella sezione “Mappe del tempo ” che fa parte della Fotografia europea di Reggio Emilia 2017, che si è chiusa nei giorni scorsi si è potuta  vedere una mostra di : Fabrica un  gruppo di fotografi dì una scuola di immagini fondata da Luciano Benetton e Oliviero Toscani , ai Chiostri di San Pietro .

Foto 1 Albino Project di Peter Hugo

Foto 2  Anoressia

Foto 3  Chen Hai Peng  e Jan Joun

Foto 4  Fabrizia Laja Abril

Foto 5  Marina Rosso “La scomparsa delle persone coi capelli rossi”

Foto 6 Nomadic America  Kitra Kahana

Foto 7 Wast land (Rave party) Piero Martinello

Foto 8 Lightering ghost Sam Irving

Foto 9 Foibe di Sharon Ritossa

 

 

 

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Da Ridò in Via Caldarese 1/2 avrà luogo una rassegna che vede tre autori confrontarsi e aderire al progetto di arte dello show room, i tre artisti sono Nadia Fantini , fotografa, Laura Fantini, pittrice che vive e lavora tra Bologna e New York e il fotografo Willy Masetti che usa da sempre la fotografia come mezzo sperimentale.

Le mostre, che sono da effettuarsi nel periodo estivo,  sono in sintonia con i progetti estivi del Comune di Bologna, ed intendono offrire altri sguardi ai turisti per consentire un’assimilazione dei luoghi d’arte della città che sono sempre attivi . All’inaugurazione sarà presente il dott. Marco Macciantelli,già Sindaco di San Lazzaro.

Inaugurazione il 12 giugno alle 18 in Via Caldarese, 1/2

 

Florilegio di Nadia Fantini (nota critica di sandro Parmeggiani) 

 

 

L’occhio di Nadia Fantini s’avvicina e si sofferma su fiori e foglie, su insetti e rane, sulla superficie di un tronco e sulla sabbia in cui il vento ha scavato ritmi e ondulazioni appena accennate, o, più raramente, si spinge lontano a cogliere le geometrie che l’uomo ha nel tempo costruito e sedimentato sulla terra, e sempre ci svela colori, forme, composizioni che escono dall’ignoto e dal mistero in cui fino ad ora la pigrizia del nostro sguardo li aveva confinati. Soprattutto, quando l’occhio di Nadia si spinge a sfiorare un tronco rugoso, segnato dalle asperità del tempo, o un intrico di foglie che non è l’esito di un’abile mano umana nel disporre una certa composizione, o ancora le increspature ossessive della sabbia, ci rendiamo conto di quanta bellezza s’annidi intorno a noi, qualcosa che abbiamo talvolta scoperto nelle opere d’arte. E ci rendiamo conto della verità intuita da Leopardi: per catturare l’infinito, il suo senso profondo, non è necessario spingere lo sguardo verso un orizzonte lontano, ma basta osservare ciò che è a noi prossimo, ciò che per definizione è finito: nel finito s’annida l’infinito.
Le fotografie di Nadia Fantini nascono da questa sua esigenza di avvicinarsi, di fare silenzio e di trattenere il respiro, quasi, di varcare la soglia di ciò che comunque potrebbe essere ritenuto ormai conosciuto, tante volte incontrato, per andare testardamente alla scoperta di ciò che di ignoto vi si cela, e che spesso si rivelerà sublime: si comporta, il suo occhio, come l’esploratore o il ricercatore che sanno che ci sono ancora luoghi o argomenti in ombra, sui quali occorre gettare luce. Da questo punto di vista, le sue immagini sono anche il diario di un percorso di iniziazione e di conoscenza personali, di scoperta della bellezza e del perenne mistero delle cose: un sentiero, lungo il quale lei si è da anni incamminata, per giungere alla “radura”, al “chiaro del bosco” dove le cose finalmente si rivelano nella loro verità. Si è detto, e a ragione, che molti hanno imparato a vedere i girasoli grazie a van Gogh, e potrei aggiungere che può capitare di essere sedotti da un mazzo di fiori che se ne sta dentro un vaso sul tavolo da lavoro non solo perché siamo a pochi centimetri, ne possiamo leggere petali, corolle, pistilli – nel mio caso specifico, l’alveare di petali di alcuni fiori d’ortensia blu –, ma anche perché sempre ritorna la memoria di un dipinto in cui quei fiori sono stati rappresentati e che abbiamo nel passato incontrato, in un museo, in una mostra, su un libro. Forse, in questo processo di avvicinamento si potrebbe correre il rischio di inoltrarsi nella terra dello stordimento, ma Nadia è molto abile nel controllare l’inquadratura e la messa a fuoco di un dettaglio, fissando l’obiettivo su un lacerto che merita di essere esaltato o su un frammento in cui le forme del reale s’accostano, s’intrecciano, rimano tra di loro, come se la mano di un artista invisibile ne avesse curato la disposizione.

Lunga è la tradizione della fotografia naturalistica. Senza considerare i reportage – si pensi solo a quelli, spesso davvero di straordinaria qualità, di National Geographic – molti fotografi si sono cimentati con l’architettura e le forme di fiori e foglie, catturati nella loro nuda essenza: si pensi, solo per fare un elenco del tutto manchevole, ai capolavori in bianco e nero di Blossfeldt, Weston, Steichen, Ansel Adams, Alvarez Bravo, Kertész, Mapplethorpe, Moriyama, Hütte. Nadia Fantini viene da un’altra esperienza – per lei la fotografia è stata l’esperienza di un’immersione nella natura, di un coinvolgimento diretto e personale che non si limitasse a inseguire e fissare la rivelazione di una forma pura – e ha imboccato una strada in cui non ha rinunciato al colore, alla sua capacità di renderci atmosfere di luce, scintillii, stordimenti, vapori. È, il suo, una sorta di rapporto personale con la natura cui lei non può rinunciare, quasi che le interessasse farsi natura, assumere un certo ritmo di respiro sincrono con quello del reale, annullare quasi il proprio intervento, non limitarsi a guardare da fuori ma avvicinarsi fino al punto estremo in cui l’occhio è giunto sull’impervio crinale oltre il quale perde la propria capacità di vedere. In queste sue immagini – esito di una luce e di un momento irripetibili – il tempo pare sospeso; nella vita reale, i fiori, più o meno lentamente, svaniscono, le foglie cadono, anche se può consolare sapere che, dentro il ciclo vitale, fiori e foglie di quel tipo torneranno in un’altra primavera, pur senza replicare esattamente l’unicità e l’irripetibilità del vivente che furono; nelle foto di Nadia, tuttavia, si respira un senso di perenne.
Sandro Parmiggiani

 

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