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Archive for the ‘Mast’ Category

Negli anni ’30 Andrè Kertesz, noto per le collaborazioni con riviste come “Vu” , “Art et Medecine”, “Paris Magazine” …riceve alcuni incarichi industriali da aziende che desiderano promuovere la propria immagine attraverso pubblicazioni sofisticate. Nel 1932 scatta quindi le fotografie per una brochure per la Compagnie parisienn de distribuction d’ elettricitè . Nel 1935 lancia un reportage di una ventina di fotografie destinate ad illustrare la lussuosa brochire “Les cathedrales du Vin ” per gli Etablissement Sainrapt &Brice, azienda specializzata nella produzione di tini vinicoli.

Nel 1936, assunto dall’agenzia Keystone Kertesz lascia Parigi per stabilirsi negli Stati Uniti.

L’arrivo a New York è difficile . A parte qualche imamgine pubblicata su “Vogue” e “Harper’s Bazaar” il fotografo stenta a farsi un nome tra i commitenti delle esperienze  molto lontane dalle sua pluriennale esperienza parigina.(dal catalogo della mostra curata da Matthieu Rivallin)

A partire dagli anni ’40 lo scarso interesse nei suoi confronti lo porta ad Akron in Ohio dove fotografa  gli stabilimenti della Firestone, progetta anche brochure per le aziende e le sue fotografie industriali del periodo lo portano a ricalcare il suo stile del mondo glamour .

Lo spazio espositivo di Casa Saraceni ha suggerito la totale assenza di chiodi per fissare le opere che erano appoggiate su una piccolo supporto e interrotto da questi moduli per spezzare l’uniformità

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Scatti di fotografi anonimi, che mai avrebbero pensato di poter partecipare a una mostra importante, fanno capolino accanto ai grandi nomi della fotografia mondiale. Del resto, come sottolinea il curatore Urs Stahel, la gran parte delle fotografie realizzate fin da quando fu inventata questa tecnica è anonima, e solo pochi artisti, come accade per ogni disciplina, riescono ad assurgere agli onori della cronaca. Ignoti, per la gran parte, sono pure i soggetti della mostra Uniform. Into the work / out of the work, perché quel che conta, in questo progetto originalissimo e di grande interesse, non sono gli individui, ma gli indumenti da lavoro, quelli che attraverso le espressioni di uso comune “colletti blu” e “colletti bianchi” identificano mansioni, ruoli, posizionamento economico di quasi tutti i lavoratori.
Non a caso il percorso della mostra si apre con quattro grandi scatti di Stephen Waddel che immortalano un operaio impegnato a stendere catrame su una strada, un’hostess con uniforme rosso fiammante, un elegante “dandy” in completo bianco e un facchino, con il suo pesante carico sulle spalle. Ognuno indossa abiti diversi ed evidentemente fa mestieri diversi, e ognuno dei 44 fotografi scelti – tra i nomi più noti, Sebastião SalgadoAugust SanderIrving Penn – contribuisce al progetto espositivo dando consapevolmente o inconsapevolmente la sua personale visione del rapporto che si instaura tra l’abito, l’uniforme o la divisa e chi li porta, senza dimenticare che nelle definizioni di uniforme e divisa sono insiti due contrapposti significati, “la prima mette in rilievo l’aspetto unificante, la seconda una dimensione divisiva: termini che rivelano inclusione ed esclusione come due azioni collegate, apparentate”, scrive il curatore  Urs Stahel.

Ingresso libero

 

https://www.mast.org/uniform

Di più:

https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2020/01/mostra-uniforme-fondazione-mast-bologna/?utm_source=Newsletter%20Artribune&utm_campaign=86b4e11107-&utm_medium=email&utm_term=0_dc515150dd-86b4e11107-153973865&ct=t%28%29&goal=0_dc515150dd-86b4e11107-153973865

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Volge alla chiusura la mostra al MAST Antropocene , ad ingresso libero, bisogna prenotare ,il 5 gennaio il gran finale, una mostra che illustra una ricerca di un gruppo di scienziati che, dopo l’Olocene sostiene che siamo nell’Antropocene una era geologica in cui l’ambiente e le risorse sono nelle mani dell’uomo.
La ricerca parte da un gruppo di fotografi, Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal, che scrive la sceneggiatura dell’omonimo film, Nicholas De Pencier. Durante la proiezione del film, 88 minuti, qualcuno è uscito, la verità fa male, ma bisogna saperla.
La tecnica che è stata usata è la fotogrammetria, 250 immagini, anche di droni, montati con un software per una panoramica anche dall’alto. I continenti osservati Africa, America, Europa, Australia. Per l’Italia c’è una unica foto sulle estrazioni del marmo di Carrara con una montagna bianca che sembra tagliata come burro.
Stiamo raggiungendo i 7 miliardi e mezzo, la concentrazione dà luogo a megalopoli, oggi una città come Lagos ha 20 milioni di abitanti e non è di certo la più popolosa.
La mostra è supportata da tablet che mostrano, nei dettagli alcune storie di realtà ravvicinata. Il film inizia con un rogo,
il presidente del Kenya Uhru Kenyatt ha fatto ardere ventimila corni di elefante, la popolazione con lui, per estirpare il bracconaggio . Una scelta impensabile ma che diventa logica con le testimonianze dei kenyoti che ne parlano.
Una mostra che lascia molti strascichi e che mette sul tappeto la congestione dello sviluppo , si parla di Capitalocene .
E non è così lontano :
Quando avrete abbattuto l’ultimo albero, quando avrete pescato l’ultimo pesce, quando avrete inquinato l’ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.

Proverbio Indiano

 

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Volge alla chiusura la mostra al MAST Antropocene , ad ingresso libero, bisogna prenotare ,il 5 gennaio il gran finale, una mostra che illustra una ricerca di un gruppo di scienziati che, dopo l’Olocene sostiene che siamo nell’Antropocene una era geologica in cui l’ambiente e le risorse sono nelle mani dell’uomo.
La ricerca parte da un gruppo di fotografi, Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal, che scrive la sceneggiatura dell’omonimo film, Nicholas De Pencier. Durante la proiezione del film, 88 minuti, qualcuno è uscito, la verità fa male, ma bisogna saperla.
La tecnica che è stata usata è la fotogrammetria, 250 immagini, anche di droni, montati con un software per una panoramica anche dall’alto. I continenti osservati Africa, America, Europa, Australia. Per l’Italia c’è una unica foto sulle estrazioni del marmo di Carrara con una montagna bianca che sembra tagliata come burro.
Stiamo raggiungendo i 7 miliardi e mezzo, la concentrazione dà luogo a megalopoli, oggi una città come Lagos ha 20 milioni di abitanti e non è di certo la più popolosa.
La mostra è supportata da tablet che mostrano, nei dettagli alcune storie di realtà ravvicinata. Il film inizia con un rogo,
il presidente del Kenya Uhru Kenyatt ha fatto ardere ventimila corni di elefante, la popolazione con lui, per estirpare il bracconaggio . Una scelta impensabile ma che diventa logica con le testimonianze dei kenyoti che ne parlano.
Una mostra che lascia molti strascichi e che mette sul tappeto la congestione dello sviluppo , si parla di Capitalocene .
E non è così lontano :
Quando avrete abbattuto l’ultimo albero, quando avrete pescato l’ultimo pesce, quando avrete inquinato l’ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro.

Proverbio Indiano

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Nel 1964 dopo appena quattro anni delle sue prime fotografie , Lisetta carmi realizza uno dei più significativi reportage del dopoguerra sul tema del lavoro. La sua indagine si sofferma sul porto di Genova e sul suo rapportoprofondo, ma al tempo stesso contraddittorio con la città. Rigidamente divisa in classi sociali che vivono in aree urbane ben delimitate, la città è intrisa di moralismo cattolico nei quartieri alti e di ortodossia comunista nei quartieri operai, senza spazio nè fisico nè mentale per il dialogo. Carmi intende mostrare alla città i territori chiusi, nascosti alla vista ma sopratutto alla coscienza. Lo farà in maniera dirompente, pochi anni più tardi con il lavoro sul ghetto dove vivono i travestiti genovesi, ma è proprio con l’indagine sul porto che prende forma il suo peculiare sguardo , volto a sfidare i perbenismi   e le convenzioni senza alcuna retorica. Nell’universo maschile del lavoro operaio , Carmi porta rispetto e pudore. Da subito, è chiaro allo spettatore  eche la fotografia  è un mezzo non il fine.(Dal catalogo della mostra Giovanni Battista Martini).

 

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La Biennale (internazionale) della fotografia industriale, 11 mostre che hanno indagato  sulla tecnosfera , foto e installazioni  , dove la ricerca  è stata in equilibrio al contesto dell’ambiente in cui è  stata ospitata , in dialogo. Dall’affluenza sembra che il Mast abbia centrato l’obiettivo, riuscire a parlare a tutti senza specialismi e formando una coscienza in materia .
Le mostre hanno chiuso il 24 novembre ma  Antropocene , al Mast, permarra’ fino a gennaio .

Con la mostra di Luigi Ghirri in una location spettacolare a Palazzo Bentivoglio in via del Borgo San Pietro, 1, a Bologna, in un sotterraneo restaurato, l’attività nelle foto d’industria del grande fotografo italiano, scomparso troppo presto, che ha saputo influenzare con la sua fotografia, la fotografia.

…Ghirri fotografa la Costa Crociere tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del decennio successivo . Si concentra, in particolare su una grande nave della Compagnia Costa classica, , finita di costruire nel 1991 dalla Fincantieri di Marghera. Progettata con il contributo di importanti architetti e designer, tra cui Pierluigi Cerri, con cui Ghirri ha un caollaudato rapporto di colalborazione, Vittorio Gregoretti e Ivana Porfiri, il transatlantico batte un importante record, si tratta della prima nave italiana a superare la staza lorda del Rex del 1931.

Anzichè concentrarsi sulla scala, tuttavia, questa volta Ghirri impernia il suo lavoro su un’altra questione fondamentale , il rapporto tra dentro e fuori, fra interno ed esterno… (tratto dal catalogo della mostra curata da Francesco Zanot.

 

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La Biennale (internazionale) della fotografia industriale, 11 mostre che hanno indagato  sulla tecnosfera , foto e installazioni  , dove la ricerca si equilibra all’ambiente in cui è ospitata , in dialogo. Dall’affluenza sembra che il Mast abbia centrato l’obbiettivo, riuscire a parlare a tutti senza specialismi e formando una coscienza in materia .
Da non perdere , le mostre sono ad ingresso libero. Antropocene , al Mast, permarra’ fino a gennaio .

Con la mostra di Luigi Ghirri in una location spettacolare a Palazzo Bentivoglio in via del Borgo San Pietro, 1, a Bologna, in un sotterraneo restaurato, l’attività nelle foto d’industria del grande fotografo italiano, scomparso troppo presto, che ha saputo influenzare con la sua fotografia, la fotografia.
Le stampe sono realizzate con i colori d’epoca, il suo amico e stampatore Arrigo Ghi ne ha conservato coloristicamente le intenzioni originali.
In questo caso il modello emiliano unisce la produzione di piastrelle, le ceramiche Marazzi e il lancio di un nuovo colore (1988-1989) che documentano il lavoro di Luigi Ghirri e dove, nello spazio di una ceramica Ghirri crea still life e, ricostruisce la camera ottica , lo spazio reale e lo spazio mentale, l’illusione della fotografia in una piastrella.

…Con queste immagini Luigi Ghirri coinvolse Cuchi White e Charles Traub , artista e direttore della light Gallery a New York. Si tratta di una serie di portfolio numerati in 120 esemplari e firmati dagli autori. ..Dice Ghirri : La ceramica ha una storia che si perde nella notte dei tempi : è sempre stata un oggetto in cui si vengono a posare altri oggetti : i mobili,i gesti, le immagini, le ombre delle persone che abitano quegli spazi …questo lavoro al di là di altri significati è la ricostruzione di alcune stanze della mia memoria… (dal catalogo della mostra Luigi Ghirri) 
Il curatore  Francesco Zanot. Le mostre sono  state ad ingresso libero.

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