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Memorial Vincenzo Galetti

La commemorazione di Vincenzo Galetti, che l’amministrazione del comune di Galliera ha voluto realizzare per mantenere vivo il nome di un suo illustre cittadino, ha ritenuto anche di inserire il monumento nel suo programma, ed io ringrazio calorosamente la sindaca Anna Vergnana per questa sensibilità e opportunità che mi è stata concessa.

Credo di non sbagliarmi dicendo che la prima idea di fare un monumento a Galetti scaturì dal dialogo tra il sindaco di allora Fausto Neri con l’architetto Reggiani che allora collaborava professionalmente col comune, demandando il sindaco, a Romano Reggiani il compito di trovare lo scultore adatto. L’idea da loro suggerita doveva in qualche modo riferirsi a forme che rimandassero alla bicicletta, poiché il decesso di Galetti avvenne durante una domenicale escursione in bicicletta con amici della sua stessa levatura. La proposta fu di collocare ed erigere la scultura nell’area prospicente il campo sportivo perché fosse in stretto rapporto con le energie vitali di cui lo sport si fa carico.

Era Romano Reggiani persona affabile, che trasmetteva gioia ed entusiasmo a chi lo avvicinava, dotato di brillanti intuizioni, di una semplicità e autenticità di relazione e grande generosità d’animo, ormai rare a trovarsi. Romano, grande amico del pittore Wolfango che si prodigò per primo nel promuovere la sua arte; che condivideva con lui i valori del genius loci della civiltà del mondo agricolo contadino, -ma ovviamente non solo quello-, propose a lui il progetto del monumento. Wolfango da maestro quale era, si rese immediatamente conto che la poetica da lui professata e praticata con un rigore pressoché assoluto in pittura, poco si addiceva alla possibilità di realizzare in un linguaggio scultoreo aderente ai tempi, la celebrazione di una persona come Galetti che nell’ultimo decennio assunse la presidenza dell’Ente Fiere di Bologna, segno inequivocabile di un trapasso al mondo manageriale di una società ormai in larga parte industrializzata.

Wolfango aveva visto degli abbozzi di miei disegni di matrice costruttivista e minimalista di un progetto di monumento alla bicicletta mai realizzato e mai portato a termine che a suo parere poteva essere sviluppato e cogliere lo spirito adatto per la scultura monumentale richiesta da Reggiani. Il nostro ventennale sodalizio, la profonda stima e amicizia che ci legava, le nostre collaborazioni avvenute e soprattutto la nostra abitudine ad un confronto sempre improntato alla massima lealtà e verità, pur praticando modelli estetici completamente diversi, furono le ragioni che mi spinsero in tempi ristrettissimi alla realizzazione del bozzetto tridimensionale.

Per quel che mi riguarda preferisco la dicitura Memorial a monumento, quest’ultima, mi si associa alla pesantezza dei monumenti in bronzo della tradizione, per lo più realizzati attraverso una somiglianza mimetica al soggetto da celebrare, con la certezza di cadere sul finire degli anni ’80 in una retorica scultorea per me, non più proponibile. Vincenzo Galetti come è emerso dagli interventi che mi hanno preceduto è sotto questo aspetto una figura esemplare di questo processo di emancipazione compiuto e testimoniato dal suo vissuto politico. Galetti attraverso le sue multiformi qualità sempre ancorate ad una coscienza critica propositiva e dinamica del PCI, dotato di una brillante intelligenza, ha attraversato si potrebbe dire, tutte le fasi di una cultura che da agricola si è celermente trasformata in industriale con tutte le metamorfosi sociali, politiche, estetiche che questa consapevolezza comportava.

Questo per me era il quadro sintetico di riferimento che avrei dovuto rappresentare.

Il Memorial doveva avere una base elissoidale, poiché l’ellisse è la forma geometrica che esprime la sintesi armoniosa delle forze contrastanti che muovono e governano la realtà e la vita, fatta di contraddizioni, antinomie sociali, politiche, etniche, sessuali, espressione delle forze cosmiche del movimento degli astri che persistono da miliardi e miliardi di anni. Un presupposto imprescindibile era la narrazione di un processo formale scultoreo che partendo dalla base elissoidale posta direttamente sul piano terra e risolta attraverso un mosaico con tessere di tipo industriale di colori primari, avrebbe contenuto forme tridimensionali variamente articolate in altezza, con materiali naturali pesanti come il travertino e il marmo nero del Belgio, con una presenza massiccia di terracotta ed una specie di anfiteatro anch’esso di travertino. Direttamente sulla base sorgeva una cospiqua massa fortemente materica in terracotta che avrebbe alluso alla fisicità della terra, al solco irregolare prodotto dal vomero, in una parola alla civiltà contadina. Questa dialogava con il potere evocativo dei materiali marmorei attraverso forme compatte variamente sagomate e geometricamente definite.

Un’altra peculiarità importante sul piano progettuale del Memorial è stata la Pietra miliare. Vincenzo Galetti era deceduto sulla strada percorrendola in bicicletta. La pietra miliare segna un punto preciso del percorso, il luogo dell’evento irrimediabile. Il numero 10 che nella realtà del percorso stradale segnerebbe una distanza chilometrica, in questo caso diventava cifra simbolica, attribuzione di valore, poiché i numeri sono anche qualità dell’essere. E il numero 10 ne rappresenta la qualità massima come ci insegna la filosofia presocratica pitagorica.

Sopra questa base si sarebbero innalzate le strutture in metallo e, forme che alludono alla facoltà riflessiva, analitica e progettuale dell’uomo, che attraverso l’osservazione della natura, ne scopre le leggi e attraverso queste può progettare autonomamente una nuova realtà.

Un altro imperativo progettuale ben presente nella mia mente era l’evocazione della dinamicità; retaggio del Futurismo. Nella parte che si innalza verso il cielo dovevano comparire linee rette, intrecci filiformi, curve, geometrie piane e geometrie che delineassero strutture tridimensionali chiuse ma anche aperte. Forme primarie come il cerchio, il triangolo poiché anch’esse esprimono strutture geometriche archetipiche care agli artisti, agli studiosi di storia dell’arte, ai grafici e naturalmente anche agli architetti. Ho previsto anche una struttura che chiamerei di intrattenimento performativo che prevedeva la possibilità per chi volesse avvicinarsi, di sedersi su un tubolare orizzontale ed in quel modo il Memorial strutturalmente costruttivista entrava in relazione estetica inglobando la figura umana che entrava anch’essa nell’opera in un dialogo tra astrazione e corporeità vivente. Il Memorial, nel mio caso, ma anche nelle intenzioni di Reggiani, non doveva celebrare la morte, ma da questa fare scaturire una esuberante dimensione vitale, oggi direi una potente Viriditas che sola può contrastare la stasi della morte. Che cosa è un Memorial se non una struttura che ha il compito di superare la caducità del tempo che tutto trascina nell’oblio e mantenere vivo il nome a cui è dedicato? Realizzato il bozzetto tridimensionale, fu sottoposto al vaglio critico del prof. Eugenio Riccomini che ne confermò senza esitazione la validità e successivamente al Sindaco Fausto Neri che ne sancì la realizzazione avendo la sponsorizzazione della Lega delle Cooperative che avrebbe potuto renderne possibile l’attuazione.

I tempi strettissimi, poco più di un mese, per la realizzazione dell’opera furono sufficienti solo perché oltre la realizzazione di tutti i disegni costruttivi di mia competenza, e la direzione dei lavori ebbi la totale collaborazione dell’architetto Reggiani che mise a mia disposizione le ditte e gli artigiani che potevano servire. Alcune maestranze della Coop Costruzioni, la disponibilità de l’inzgnir Bonfiglioli come lo chiamava Romano, che mise a nostra disposizione alcuni dei suoi operai e una delle sue gru per installare la struttura metallica in acciaio realizzata nella sua industria. Un altro contributo professionale di notevole rilievo fu quello dello scultore Bruno Bandoli che realizzò oltre il modello in scala dell’anfiteatro, la massa materica in terracotta nella quale ho inciso il nome di Nino Galetti come veniva chiamato dagli amici, con un gesto elementare quasi infantile per ricordarne la sua origine in questa terra agricola testimone della millenaria civiltà contadina. Vorrei infine cogliere questa occasione che mi è stata generosamente concessa per ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla proposta lungimirante della realizzazione del Memorial che si inscrive nel progetto dell’arte che è sempre un progetto a lunga, lunghissima scadenza. Oggi ne testimoniamo insieme i primi 30 anni. Il mio intento è stato quello di realizzare un’opera che aspirasse ad essere una scultura ‘classica della tradizione moderna’. Non so se ci sono riuscito, ma queste erano e restano le mie intenzioni.

Bologna 1 giugno 2017

Maurizio Osti

 

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