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Archive for the ‘Simonino da Trento Storia Culto Iconografia’ Category

Acclama Clitennestra:

“… per pervenire il saccheggio della città

Per servire la sua casa, riscattare i figli,

immolandone uno per salvare tutti gli altri

lo si sarebbe potuto perdonare.

Ma no! … “

La tragedia greca ci insegna che se Agamennone, avesse accettato di veder morire la figlia Ifigenia, la città sarebbe risparmiata dalla devastazione. ‘La morte di uno per la salvezza della comunità’, lo ritroviamo oggi con la stessa convinzione, anche se in ambiti e scenari non paragonabili, nei martiri della Jihad islamica, i quali, convinti di salvare i loro fratelli musulmani, si imolano facendosi saltare in aria uccidendo l’odiato nemico infedele. Clitennestra piange il mancato sacrifico di sua figlia, come se non fosse più la sua stessa carne, I martini jihadisti al grido ‘Allah è grande’ compiono un suicido per eliminare gli infedeli, anche se nell’ Islam il suicidio è condannato e il genocidio dei civili non ammesso.

In entrambi i casi, letteratura e realtà, ricorre l’allusione al sacrificio, come giustificativo di una violenza non percepita come tale; gli Jihadisti si vedono come martiri, dei santi e non come dei fanatici genocidi.

C’è un mistero nella pratica del sacrificio, quasi fosse un sottile filo conduttore che passa nelle popolazioni primitive, nella tragedia greca, nelle culture precolombiane, nei pagani, nel cristianesimo ed in tutte le società: è nella identificazione della Violenza col Sacro: dalla notte dei tempi, nel sacro tutto è benefico e giustificabile, anche la più efferata violenza, perché si è congiunti con il trascendente e si è portati alla soluzione finale della violenza devastatrice.

Nelle popolazioni primitive, la Violenza perpetuata sulla Vittima sacrificale diventa l’ imolazione sul braciere che purifica col fuoco e porta la pace; la vittima imolata, perde i connotati di appartenenza alla specie umana o animale, per diventare qualcosa di altro, ovvero in quel momento per via del sacro, attraverso la pratica rituale, la vittima prescelta non è più un uomo o un semplice animale ma assume un valore simbolico connesso con il divino. In “la Fonction du Sacrifice”, Hubert e Mauss, rivela l’importanza fondante del “carattere sacro della vittima” prescelta, animale o uomo che sia, tanto che può essere uccisa solo se ‘inverata’ di sacralità dalla comunità coinvolta.

Riportato ai giorni nostri, dall’ altare nel tempio all’altare della società reale, ritrovo nella jihad il principio ‘immolandone uno per salvare tutti gli altri’, con il suicidio spargono il sangue del nemico, indebolendolo e fiaccandolo, salvando contemporaneamente i cari fratelli musulmani.

Il recente passato ha visto nel ‘braciere sacrificale’ il popolo ebraico, nel delirio collettivo della Grande Germania per il futuro della razza ariana.

Io ritengo che i meccanismi psicologici che hanno mosso e muovono determinati fenomeni sociali, spesso massacri rivolti a target definiti, abbiano all’ interno i principi del sacrificio trasportato dalla sfera religiosa alla realtà delle società: l’ instaurarsi della la caccia al ‘caprio espiatoio’.

Il successo della propaganda di Odio di Hitler si basa proprio nella instaurazione della ‘caccia al capro espiatorio’ ( corrispettivo della vittima sacrificale nella sfera religiosa) ovvero nell’ isolare ed individuare una ‘vittima’, dalla società, su cui sfogare ed addossare tutta la violenza collettiva,( le frustrazioni, le miserie …) in nome e per conto di una sacralità individuata sul principio della razza ariana; Il gioco di Hitler fu di applicare il transfer della violenza collettiva su un obiettivo, il popolo ebraico, divenuto un ‘mostro vampiro dai tratti orrendi’, la cui uccisione può portare solo bene e prosperità alla società; infatti la Germania esce dalla prima Guerra mondiale in condizioni socio economiche disastrose, frantumata ed umiliata; occorrevano quindi fondi ed una forte spinta per la ricostruzione ergo l’ esaltazione e l’incitazione di una collettività compatta contro il massacro di un ‘colpevole’, indifeso ma opulento, è stata occasione per ottenere cospicui fondi con il benestare della collettività,( i dissidenti venivano eliminati con l’accusa di essere traditori e complici del male) indottrinata e stregata dalla propaganda sull’ idea della grande Germania e razza ariana, sacralità posta sopra ogni cosa.

L’ innesto nell’ immaginario collettivo della caccia al capro espiatoio va ricercato in determinate condizioni; situazioni di crisi e disgregazione economico sociale, assenza di un sistema giuridico strutturato mancanza di una cultura diffusa o scarsa scolarizzazione.

Per capirne il significato occorre prima individuare i principi del sacrificio nel rituale dei popoli antichi.

In primis, perché è così importante per una comunità il rituale del sacrificio?

Alcuni etnologi insistono sulla spiegazione del sacrificio come sostituzione, ove la società dirige la violenza verso una vittima relativamente indifferente, ‘sacrificabile’, una violenza che rischia di colpire i sui stessi membri, coloro che intende proteggere a tutti i costi. La violenza, infatti nei suoi molteplici aspetti si nutre facilmente di vittime sostitutive. Nel film Donnie Brasco, l’ agente infiltrato dell’ FBI, Pistone, riesce a dirottare la Violenza omicida del mafioso, dal malcapitato piccolo imbroglione in cambio di una Porche; qui lo scambio è stato una Porche in cambio di una vita. In un certo senso anche il finale delle fiabe, che ci mostrano il Lupo, l’orco o il drago che inghiottono una golosa pietra al posto del fanciullo desiderato potrebbero proprio avere un carattere sacrificale sostitutivo. Su questa linea è esemplare per portata ed importanza storico culturale, il Sacrificio di Isacco. Nella Genesi, Dio, per mettere alla prova la fede di Abramo, gli ordina di sacrificare il proprio figlio Isacco.

Abramo si reca senza esitazioni sul monte Moriah e mentre sta per compiere il gesto, con il coltello in mano, viene fermato tempestivamente da un Angelo del Signore che disse : “… Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio… Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio “ e per la seconda volta l’Angelo disse:” … poi Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”. Qui ritroviamo i canoni del rito Classico, il sacrifico come sostituzione con l’animale, per volontà divina, in quanto l’uomo è ritenuto troppo prezioso.

Questo è stato mirabilmente rappresentato dal Caravaggio nel Sacrificio di Isacco Princeton, ove tutti e quattro i protagonisti, Isacco – L’ Ariete (vittima sacrificale) e Abramo – L’Angelo ( il sacrificatore) sono uniti in un moto circolare di sguardi, che dall’uno passa all’ altro.

In ciò consiste il mito fondatore di un sistema sacrificale, ovvero il sacrificio come sostituzione, ove la vittima sacrificabile, l’animale, sostituisce in pieno l’originale obiettivo, l’uomo, ritenuto caro e prezioso, in virtù di una mediazione tra il sacrificatore e una divinità.

Non bisogna sottovalutare la funzione sociale che la vittima espiatoria ha per una collettività. Per esempio tra i Dinka (Sudan)ed i Ndembu (Zambia), vi è una vera e propria operazione di trasfert collettivo che si effettua a spese della vittima e che investe su di sé, le tensioni interne i rancori le rivalità tutte le aggressività in seno all’ intera comunità. Qui il sacrificio ha valenza reale e il problema della sostituzione si pone a livello dell’intera collettività. La vittima non è sostituita a questo o quell’ individuo, ma è sostituita e offerta a tutti i membri della società. E’ l’intera comunità che il sacrificio protegge, dalla sua stessa violenza volgendo verso l’esterno, il capro espiatoio la summa di tutte le colpe; Sempre su questa interpretazione del ruolo espiatore della vittima sacrificale, si rivolge il rito del pharmakos; la città di Atene, previdente, manteneva a sue spese un certo numero di infelici per i sacrifici di questo tipo. In caso di bisogno, cioè quando una calamità si abbatteva o minacciava di abbattersi sulla città, epidemia, carestia, invasione straniera, dissensi interni, c’era sempre un pharmakos a disposizione della collettività. La spiegazione completa del rito pharmakos risale nella spiegazione del meccanismo della vittima espiatoia. Tutti i pericoli, reali e immaginari, che minacciano la comunità vengono assimilati nel pharmakos, e distrutti con esso. Grazie alla Catarsi, generata dal rito stesso, la distruzione del pharmakos, o vittima espiatoia, diventa un bene per la società per cui non è paragonabile al gesto spontaneo dell’uomo che dà al suo cane il calcio che non osa dare alla moglie o al proprio capo.

La vittima è considerata una macchia che contamina qualsiasi cosa attorno a sé, la cui morte purifica la comunità in quanto vi riporta la tranquillità. Ecco perché il pharmakos veniva condotto un po’ dappertutto, allo scopo di drenare le impurità e accumularle sul proprio capo, dopo di che veniva cacciato o ucciso in una cerimonio in cui prendeva parte tutta la comunità. In questo rituale la forza malefica viene trasformata in benefica, grazie alla metamorfosi generata dal rito a tal punto che la parola pharmakon in greco classico significa al tempo stesso il veleno e il suo antidoto, il male e il rimedio.

Il sacrificio, nella uccisione della vittima espiatoia o sacrificale diventa prevenzione di molti mali, il sacrificio impedisce lo svilupparsi dei germi della violenza, aiuta gli uomini a tenere a bada la vendetta.

All’ interno del rito sacrificale non si uccide la vittima ma si compie un atto sacro in perfetta armonia con il trascendente, pur violento che sia. In tutte le comunità in cui si praticano i rituali sacrificali gli omicidi sono altresì, riconosciuti e puniti, ma nel sacro non si percepisce l’uccisione di una persona, ma l’ uccisione di ciò che rappresenta quel capro espiatoio ( il male, il demonio …) i quel momento , ovvero la violenza è vissuta come un atto religioso, benefico necessario e purificatore: l’ identificazione della violenza con il sacro confluisce nel sacrificio di un capro espiatoio.

Dai riti africani alla Tragedia greca, vi è un dominatore comune che rende viva l’efficacia sacrificale: è la violenza intestina, nelle sue molteplici forme, rivalità, gelosie, liti tra i clan, tra i vicini, vendette, guerre, malattie, epidemie, che il sacrificio pretende di eliminare; è l’armonia della società che esso restaura è l’ unità sociale che esso rafforza. Da ciò deriva tutto il resto. Se si affronta il sacrificio da questo suo aspetto essenziale, dalla via regia della violenza, ci accorgiamo che esso non è estraneo a nessun aspetto dell’ esistenza umana. I grandi testi cinesi riconoscono esplicitamente al sacrificio la funzione indicata da Clitennestra: “immolandone uno per salvare tutti gli altri”. Grazie ad esso le popolazioni rimangono serene e non si agitano. Esso rafforza l’ unità della nazione ( Ch’u Yu, II,2) Il Libro dei riti afferma che i sacrifici, la musica, i castighi e le leggi hanno uno stesso ed unico fine, che è quello di unire i cuori e di stabilire l’ ordine. Il sacrificio non è una comune e spontanea violenza in quanto ha in sé il sacro e l’adesione della intera collettività.

Alcune società hanno preso a sistematizzare l’ immolazione di certe categorie di esseri umani, ritenuti ottimali allo scopo di proteggerne altre. Come vengono scelte le vittime? Le vittime sacrificabili non appartengono alla società ne sono ai margini o esterni: schiavi, prigionieri, donne, bambini, animali in quanto non hanno alcun potere, non sono vendicabili ed è verosimile pensare che con la loro morte la violenza finisca, ovvero dal rito non si genera altra violenza, altrimenti il rito ha fallito. Per questo non si uccide un componente importante all’ interno della comunità. Il sacrificio ha funzioni preventive della violenza, ed è tipico delle società prive di un sistema giuridico strutturato, mentre La Giustizia ha funzioni detentive della violenza è tipico delle società con un sistema giuridico strutturato; Oggi il magistrato ha sostituto il sacerdote.

 

L’ INNESTO DELLA PERSECUZIONE: LA CACCIA AL CAPRO ESPIATORIO

 

… “Pertanto quando un nemico non ci sia occorre costruirlo “Umberto Eco 2011.

 

Il sacro giustifica ogni forma di violenza perpetuata, su una persona o su un intero popolo, cosi il meccanismo salvifico del capro espiatorio è diventato una vera e propria PERSECUSIONE per determinate categorie di persone ( le donne, gli stranieri) o per le minoranze religiose, impotenti di fronte al proprio massacro, come ha tristemente dimostrato la storia durante l’ epoca della ‘caccia alle streghe’ e delle epurazioni etniche.

I meccanismi della persecuzione sono un fatto reale, concreto, attuale, non rinchiuso nell’ambito religioso, che ha attraversato l’umanità nei vari secoli e culture diverse, proprio perchè Il sacrificio è una violenza senza rischio di vendetta; Senza vendetta significa che la vittima sacrificale è la sola a poter essere colpita senza pericolo, dato che non ci sarà nessuno a sposarne la causa.

Dalla vittima scarificale alla la caccia al capro espiatorio, il poeta francese Guillaume de Machaut , verso la metà del XIV secolo scriveva il suo Jugement dou Roy, un poema in stile cortese, ove descrive una catastrofe avvenuta nella città in cui vive, sui segni nel cielo, da cui piovono pietre, di intere città distrutte ove” gli uomini muoiono in gran quantità”, ma interessate nell’ esordio, descrive come il male identificato con il ‘Giudeo’, venga annientato, su indicazione divina, grazie allo sterminio: ” … Giudea la svergognata/ Malvagia e sleale, / Che odia il bene ed ama il male, …/ Che pozzi, fiumi e fontane/ Che erano chiare e sane/ In molti luoghi avvelenarono / Per cui tanti le loro vittime finirono/ … Per cui certo, dieci volte centomila / …Ma colui che in alto siede e lontano vede, / Che tutto governa e tutto provvede, … lo fece manifesto / E a tutti sapere/ Difatti tutti gli ebrei furono distrutti /Impiccati gli uni cotti gli altri / Chi affogato chi decapitato / Con ascia o con spada … /

Questo testo letterario, una ricostruzione poetica di fatti realmente accaduti, si rivela interessante in quanto scandisce in modo mirabile l’ intera sequenza logico-temporale della caccia al capro espiatoio: dalla devastazione apocalittica, alla individuazione del male su indicazione divina, “ Giudea la svergognata”, ergo, su volere del divino, si passa alla eliminazione del male stesso, “Difatti tutti gli ebrei furono distrutti “ ; il poeta deve ammettere che la pace desiderata non arrivò subito dopo la morte dei “ giudei traditori” ma questo non fa testo per l’ immaginario collettivo dell’ epoca. La distruzione degli ebrei è vista come un atto salvifico, positivo e qui non si tratta di propaganda ma di mera testimonianza di una forma mentis che vede instaurare nell’immaginario collettivo popolare e letterario, lo stereotipo dell’ebreo “corruttore”, “avvelenatore” e “complottista”, in seguito ampiamente sfruttato dalla propaganda nazista.

Per la caccia al capro espiatorio , strega o “giudeo” che sia, di massacri ve ne furono alquanti soprattutto nell’ Europa del nord, ove l’emergere nella coscienza collettiva di antiche paure e concezioni del tutto irrazionali portò a stabilire un terribile legame tra la natura demoniaca della pestilenza e gli ebrei o le streghe, quali strumenti materiali della sua diffusione.

Su questa scia la Francia del 1320, in seguito ad una pesante carestia, vide una vera e propria crociata contro gli ebrei infedeli, sfociando in massacri di massa senza alcun intervento da parte dei poteri ufficiali.

In Germania dopo la morte di Federico II, iniziò un periodo di sanguinose persecuzioni che culminarono durante gli anni della peste e continuarono fino al XVI secolo; L’assenza di un potere centrale forte permise anche il diffondersi di un movimento detto degli “assassini di ebrei”, i cui esponenti giravano per le città dell’Alsazia, della Svevia e della Franconia attaccando e razziando le comunità ebraiche

 

 

I PARADIGMI DEL SACRIFICIO:

 

1- L’individuazione della VITTIMA: la vittima non è mai vendicabile;

2- Funzione del SACRIFICATORE: opera la violenza in quanto atto sacro

3- Il sostegno della VIOLENZA COLLETTIVA: Occorre il consenso collettivo, che riconosca al sacrificio il suo ruolo sacro catartico e purificatore

 

I PARADIGMI NELLA PERSECUZIONE:

 

4- La VITTIMA: la vittima non appartiene alla comunità è un ‘estraneo’ – uno ‘straniero’

5- Il PERSECUTORE: individua il target ed opera per la sua distruzione

6- La VIOLENZA COLLETTIVA: il consenso collettivo, riconosce l’eliminazione del target come un bene necessario.

 

IL MECCANISMO DELLA PERSECUZIONE: Analisi del CASO SIMONINO – Trento 1475

I RUOLI giocati nella PERSECUZIONE del caso Simonino, sono protagonisti stessi di una tragedia, consumata nel crudo teatro della vita:

Il CAPRO ESPIATOrIO: piccola la comunità ebraica ( 3 famiglie )

Il PERSECUTORE: Il Principe Vescovo Johannes Hinderbach

LA VIOLENZA COLLETTIVA: la cittadinanza di Trento sotto la giurisdizione dell’imperatore Federico III

 

 

Retroscena DEI FATTI : Correva l’ anno 1475 quando viene ritrovato il corpo di un bambino e subito si pensa al piccolo Simone Lomferdorm, figlio d’un conciapelli, scomparso da alcuni giorni. Il ritrovamento porta scompiglio e agitazione nella cittadina e tempestiva arriva l’accusa alla comunità ebraica, di aver rapito e ucciso il piccolo Simone per usarne il sangue durante la Pasqua. Ottenuta una confessione su tortura, i poveri accusati vengono brutalmente sterminati. Il Principe Vescovo deus ex machina di tutto il processo inquisitorio e del massacro, beneficerà dei beni sequestrati alla malcapitata comunità ebraica. Nonostante ne fu vietato il culto dalla sede Pontifica di Roma, Simonino fu acclamato santo a furor di popolo sotto la pressione incessante del principe Vescovo. In epoca recente, per volontà del Vescovo Roger, vi è stata una revisione del Caso Simonino, e dalla documentazione sul processo, è venuta alla luce la verità di confessioni estorte con la tortura.

L’ accusa del sangue è riconosciuto un falso ideologico come l’ investitura della santità, ormai priva di fondamento.

1) LA VITTIMA: la vittima è uno ‘straniero’ inoltre non è vendicabile

La piccola comunità ebraica, benestante minoranza religiosa, era composta da 16 persone circa: tre capofamiglia, un medico e due banchieri i rispettivi congiunti e qualche domestico. Del gruppo spicca la personalità di una donna la più anziana, che resistette alle torture.

Nessuno avrebbe rivendicato le loro morti, in quanto esponenti di un popolo considerato ‘deicida’e dunque estranei alla comunità cristiana. Non si era in terre del papato, per cui la piccola comunità diventa un appetibile ‘preda’ per i beni da espropriare.

 

2) IL SACRIFICATORE: Il principe vescovo Johannes Hinderbach uomo politico ambizioso, legato all’imperatore Federico III, non si fece scrupoli nel massacrare una piccola comunità che volle lui stesso in città, per poi espropriarne i beni. Il Vescovo è stato il responsabile dell’accusa, della morte e soprattutto della Propaganda fondamentale per creare l’Odio collettivo, il consenso cittadino contro il malcapitato capro espiatorio. Per aumentare la portata del pubblico, il principe Vescovo o papale, che intendeva far chiaro ad una faccenda controversa già all’ epoca. si avvalse di ogni mezzo, fra cui la scoperta della stampa, pubblicando una falsa e distorta ricostruzione coronata con illustrazioni che presentano come mostri, blasfemi e assassini i componenti della comunità ebraica. La propaganda si dimostrò altamente efficace a tal punto che il culto del santo ebbe un notevole successo pur essendo fondato su assurdità: fantomatici miracoli e l’identificazione con la crocifissione di Cristo. Hinderbach punta sulla santificazione del piccolo Simone, come leva fondamentale per giustificare il massacro perpetuato, osteggiando persino le indagini dell’ inviato papale non incline a credere a tale macchinazione.

3) LA VIOLENZA COLLETTIVA: La cittadinanza di Trento prese parte riconoscendosi unanime nell’ odio per i condannati e contribuendo allo sviluppo isterico del Santo Simonino.

 

Luisa Troncanetti

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Una delle mostre più importanti dell’anno “L’invenzione del colpevole ” a Trento , prima chiusa per il lockdown poi fortunatamente riaperta presenta un caso mediatico , l’episodio è stato studiato e raccontato dalla bolognese Gemma Volli che, supportata da padre Igino Rogger , ha trovato la chiarezza .

La mostra è visibile al Museo Diocesano di Trento , fino a settembre, ed è la storia del caso di Simonino da Trento , bimbo trovato morto e del cui oomicidio vennero incolpati gli ebrei della città, di omicidio rituale, inesistente  pratica .

Nel crescendo di accuse sono state trascurate altre piste, come quella del maniaco…

Il caso , montato ad arte dal principe vescovo Johannes Hinderbach (Rauschenberg, 1418 – Trento, 1486), che in tutta la vicenda ebbe un ruolo preponderante. Colto, carismatico, intelligente (fu tra i primi a intuire le potenzialità politiche della stampa), abile manovratore, Hinderbach avviò un’azione che la studiosa Daniela Rando definisce “sistematica e ‘scientifica’”, e la prima opera su Simonino che s’incontra nell’iter espositivo, la Historie von Simon zu Trient di Albrecht Kunne (Duderstadt, 1435 circa – ?, post 1520), presente con una riproduzione dei quattordici fogli che la compongono (l’incunabolo originale si trova alla Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera) e che raccontano tutta la storia di Simonino, fornisce un interessante esempio dell’abilità di Hinderbach nel porre la stampa a servizio della sua causa.

La Historie di Kunne fu stampata a Trento il 6 settembre del 1475, è una semplice narrazione della successione degli eventi (il rapimento, l’omicidio rituale, l’occultamento del cadavere, il rinvenimento, le atroci condanne degli ebrei) ed era parte della strategia di diffusione elaborata da Hinderbach, che aveva pensato a contenuti variamente indirizzati: un trattato De Simone puero tridentino, elaborato da Giovanni Mattia Tiberino e destinato al pubblico colto, il libello di Kunne che invece era rivolto a un pubblico più vasto, e i testi di argomento giuridico che avevano lo scopo di sostenere la causa della canonizzazione di Simonino presso gli ambienti pontifici.

Papa Sisto IV mandò un suo emissario ad indagare sul caso, il domenicano Giovanni Battista Dè Giudici, che non trovò nulla , ma ormai la propaganda e il culto era così avviata che era impossibile fermarla in un crescendo di culto e iconografia a lui dedicato.

“Sono occorsi quasi quattrocento anni perché la Chiesa cancellasse un culto che, nei secoli, ha alimentato il pregiudizio antisemita, con l’aggravante d’aver sfruttato il corpo d’un incolpevole bambino morto, non si sa come, nella Pasqua del 1475.

Quasi quattrocento anni dalla data della beatificazione del povero Simonino da Trento, ma quattrocentonovanta se si considera che, fin dal ritrovamento del suo corpo, il piccolo fu considerato martire d’una presunta e mai provata barbarie ebraica, ed eletto santo a furor di popolo, benché non sia mai stato canonizzato dalla Chiesa cattolica, malgrado le insistenze di molti: Simone Lomferdorm, figlio d’un conciapelli di Trento, rinvenuto privo di vita in una roggia della città, fu da subito al centro d’una forte e morbosa venerazione popolare, divenne beato nel 1588 e tale rimase fino al 1965, quando le ricerche storiche avviate in quel torno d’anni accertarono che quel culto era fondato sul niente, e la Santa Sede decise pertanto di sopprimerlo.

Per la prima volta, questa fosca vicenda è protagonista d’una mostra, intitolata L’invenzione del colpevole. Il “caso” di Simonino da Trento dalla propaganda alla storia, allestita nelle sale del Museo Diocesano Tridentino e curata dalla direttrice dell’istituto, Domenica Primerano, con Domizio Cattoi, Lorenza Liandru e Valentina Perini: un percorso che ricostruisce la storia di Simonino, il grottesco e tremendo processo che si concluse con le condanne a morte di moltissimi innocenti, l’avviamento della poderosa macchina della propaganda messa in moto per diffondere il culto ed esacerbare gli animi contro gli ebrei, la fortuna di Simonino nella religiosità popolare attraverso i secoli, e l’abrogazione del culto che ha chiuso la plurisecolare vicenda.

Oggi, possiamo bollare quest’ultima come un clamoroso falso che ha portato masse di fedeli ad adorare quello che Domenica Primerano chiama “un santo abusivo”, malgré lui. Un percorso che unisce una rigorosa ricostruzione storica a un’accurata selezione d’opere d’arte, avvalendosi peraltro, in modo coinvolgente, di mezzi tecnologici che consentono al pubblico di calarsi nella realtà della Trento del Quattrocento.

La sequenza degli eventi ha inizio la sera del 23 marzo del 1475, giovedì santo, quando Simonino non rientra a casa (?)  e i genitori denunciano la sua scomparsa alle autorità: trascorrono due giorni d’attesa, finché il 26, giorno della Pasqua, il principale esponente della comunità ebraica di Trento, Samuele da Norimberga, di professione prestatore, si presenta dal podestà Giovanni de Salis per segnalare l’avvenuta scoperta del corpo esanime dell’infante.

Già nei giorni precedenti s’era però diffusa la voce che a rapire il bambino fossero stati gli ebrei: un’antica leggenda, le cui prime attestazioni certe risalgono al XII secolo, attribuiva agli ebrei l’usanza di sacrificare, il giorno della Pasqua, bambini cristiani sottratti con la forza ai genitori con lo scopo di rievocare la crocifissione di Cristo e di adoperare il sangue della vittima per scopi rituali e curativi.

È il cosiddetto omicidio rituale ebraico, un costume che, tuttavia, non è mai stato storicamente acclarato, e ch’è sempre stato bollato dalla storiografia più accorta come un’autentica invenzione antisemita, un mito folkloristico priva di qualsiasi consistenza, una maldicenza calunniosa non sostenuta da alcun riscontro nella realtà.

Le autorità trentine del Quattrocento si dimostrano però propense a dar ascolto alla vox populi, tanto che Samuele da Norimberga viene tratto in arresto, e assieme a lui finiscono sotto processo diversi esponenti della piccola comunità ebraica di Trento. Il procedimento giudiziario ricorre ampiamente alla pratica della tortura, anche al di là del dovuto e oltre le quantità che le prassi del tempo prescrivono (tanto che la moglie di Samuele, Brunetta, con tutta probabilità morirà in carcere a causa dei tormenti…(dal catalogo della mostra)

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