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Posts Tagged ‘Alfredo De Paz’

…Henri Cartier Bresson ha riconosciuto il proprio debito a André Kertesz   (Budapest, 2 luglio 1894 – New York, 28 settembre 1985) , la cui opera resta un modello di grande rilevanza. La forza e l’efficacia dello sguardo di Kertesz risiedono nella sua semplicità. Egli non guarda attraverso le sue macchine bensì attraverso ciò che fotografa…(tratto da “l’immagine fotografica di Alfredo De Paz)

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…Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l’ha fatto prima Henri Cartier Bresson

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Al Dipartimento di Arti Visive, Aula Magna di santa Cristina, in Piazzetta Morandi a Bologna,  i colleghi del prof. Alfredo De Paz gli hanno dedicato una giornata di studi  per ricordarlo , ecco gli interventi di cui dovrebbero essere pubblicati  gli atti, ha moderato la giornata di studio il  prof. Renato Barilli.

prima parte

seconda parte

terza parte

quarta parte

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Nell’ambito di una collaborazione tra Mistic Media e la galleria Gomma Bicromata , situata in Via Berzantina, 12 a Porretta, dietro la Stazione, l’8 dicembre alle 17,30 avrà luogo l’inaugurazione della mostra di Dario Gambarin.

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                      Gesti e azioni pittoriche come simboli dell’esistenza 

Queste creazioni di Dario Gambarin – concepite fra il 2000 e il 2005 – ci riportano immediatamente ad una tradizione pittorica che ha lasciato segni profondi in ogni amante dell’arte contemporanea. E’ la tradizione dell’espressionismo astratto, dell’action painting, dell’informale: quella per intenderci di Jackson Pollock, di Willem De Kooning, di Jean Dubuffet, di Jean Fautrier…, per citare i primi nomi che ci sovvengono. E diciamo questo non perché egli debba essere caratterizzato come un ripetitore di passate ed illustri esperienze artistiche. In che senso? Nel senso che l’arte di Gambarin è riportabile a quelle esperienze più in senso esistenziale che in rapporto alla sua volontà estetica di collegarsi esplicitamente alle poetiche delle suddette tendenze, in lui agisce una dimensione pulsionale, energetica, perché, come ha affermato Pollock, «l’artista moderno… esprime l’energia, il movimento e altre forze interiori» (cfr. AA.VV., Jackson Pollock. Lettere, riflessioni, testimonianze, ed.it. Milano, 1991, p. 80). Tale dimensione pulsionale lo fa approdare alla pittura come modalità di esprimere la propria libertà creativa – la propria “libertà libera” di cui parlava Rimbaud – che si materializza artisticamente nella rappresentazione del reale nella prospettiva di una metamorfosi, la quale si declina in tracce e stilizzazioni altre da quelle codificate dalla realtà razionale di ogni giorno. In questa direzione, Dario Gambarin tematizza, sempre di nuovo, la propria dimensione esistenziale sul versante eccentrico e partigiano del gesto e dell’espressione, della follia e della trasgressione come forme di conoscenza; in tale prospettiva, per lui, come per i teorici dell’antipsichiatria, Basaglia, Cooper, Laing, la follia è l’altro dalla ragione, e alle follie della ragione è giusto opporre (in una prospettiva dialettica) le ragioni della follia. Ed è lo stesso artista a scrivere in alcune libere note (accompagnatorie dei suoi dipinti) che «come l’arte comprende parzialmente la follia, la follia contiene totalmente la verità dell’Arte». Ciò significa, a livello pittorico, tematizzare il Brutto contro il Bello, l’Informe contro la Forma, la dimensione “immonda” della realtà contro il nascondimento artificioso (attuato dalle Belle Arti) delle sue componenti materiche e “brutali”. Qualcuno potrebbe diagnosticare, in un’ottica formalista: deja vu. Ma ciò non può considerarsi un limite perché per ognuno di noi, la propria esistenza e la propria volontà-necessità di creare sono sempre qualcosa di unico a cui è necessario dare senso nella ripetizione universale del biologico e del sociale, del vivere, del procreare e del rapportarsi intersoggettivamente ai nostri simili. La “ripetizione” (come ci ha insegnato il filosofo Gilles Deleuze, autore di un non dimenticato Différence et répétition, Paris, 1968) è sempre differente e solo ripetendo-rifiutando, nell’Anxiety of Influence (di cui ha parlato il critico americano decostruzionista Harold Bloom nel suo studio intitolato, appunto, The Anxiety of Influence. A Theory of Poetry, New York, 1973), la lezione dei maestri e i loro imputs formali, e di sensibilità, è possibile che si dia autenticamente Creazione. In tale prospettiva, Gambarin tematizza la propria esistenza attraverso i segni forti di Munch e degli espressionisti, di Dubuffet e di Pollock, di Appel e dei “Nuovi selvaggi”, affermando implicitamente, che la creazione-ripetizione non ha limiti, sempre uguale a qualcosa di già fatto e, al contempo, sempre nuova nella propria individualità di essere unica, specchio mediato di una vita dentro/fuori dell’arte. Quadro vivente dell’artista stesso, la pittura di Gambarin è una sfida contro il buio che attraversa, in senso epocale, il nostro tempo; non per questo si presenta, tout court, come una professione forzata di ottimismo, bensì come volontà di dare ossigeno ad un mondo e ad un esistenza che sempre più ne avvertono angosciosamente la penuria. In questo senso, la sua arte-vita mi pare in sintonia (indipendentemente dalle affinità stilistiche) con ciò che diceva un maestro come Marc Rothko, il quale constatava con sorprendente lucidità: «Molteplici solitudini si uniscono casualmente in spiaggia, in strada o nel parco, solo per formare un tableau vivant dell’umana incomunicabilità. Non credo che sia mai stata questione di essere figurativi o astratti. Piuttosto si tratta di porre fine a questo silenzio e a questa solitudine, di dilatare il petto e tornare a respirare» (M Rothko,”The Romantics Were Prompted”, in Possibilities, n. 1, 1947-48, p. 84). Anche Gambarin sembra essere consapevole che l’arte avrebbe il respiro corto senza l’aria che le infonde la vita; allo stesso modo che la vita nella sua globalità (coi suoi profumi, sapori, odori, colori, sensazioni…) è in grado di prendere meglio coscienza di se stessa attraverso le metafore, i segni e la magia della creazione artistica, in quanto simbolo non .marginale della vita stessa, considerata nella multiforme fenomenologia delle sue manifestazioni.

                                                                                                          Alfredo De Paz

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Nell’ambito di una manifestazione organizzata da Mistic Media Dario Gambarin parla della realizzazione del suo lavoro

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