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Posts Tagged ‘Bologna’

Martedì 27 marzo 2018

ore 21

Da Tolosa alla Mascarella.

La prima fraternita domenicana in città, con Massimo Medica responsabile dei Musei Civici d’Arte Antica di Bologna, Loris Rabiti parrocchia della Mascarella, Marco Rainini Università Cattolica Milano.

Salone Bolognini Convento San Domenico Piazza San Domenico 13 Bologna. Sede del primo convento domenicano di Bologna, dopo l’arrivo dei primi frati inviati da Domenico all’inizio del 1218, la Parrocchia della Mascarella conserva un eccezionale manufatto: la tavola della prima mensa domenicana, originariamente lunga circa sei metri, per quarantacinque centimetri di altezza, dipinta nel XIII secolo su un fronte e successivamente, nel secolo XIV, sul suo verso. Nel 1882 un restauro portò alla luce il dipinto duecentesco, coperto da uno strato di vernice. La  raffigurazione mostrava una mensa domenicana in cui San Domenico, cinto d’aureola, sedeva al centro con oltre quaranta frati ritratti intorno a lui.

Disuguaglianza: perché ci interessa? (registrazione dell’incontro di Lepida tv)

http://www.lepida.tv/video/i-marted%C3%AC-di-san-domenico-44

 

Fundrising

Mercoledì 18 aprile
Un film sul cardinale Giacomo Lercaro Italia, 2018, documentario, 72 min.

Regia Lorenzo K. Stanzani Produzione Mauro Bartoli, Lab Film.

Il film verrà presentato il 18 aprile alle ore 21.00 al cinema Perla di Bologna alla presenza del vescovo  Mons. Matteo  Maria Zuppi. Il film si avvale del ritrovamento di una ventina di film 8mm inediti riguardanti Bologna e la vita del Cardinale Giacomo Lercaro nonché centinaia di registrazione audio del Cardinale.

Per chi lo desiderasse fino al 29 marzo è possibile sostenere il film tramite crowdfunding sulla pagina www.ideaginger.it dove vi sono diverse offerte a seconda della cifra che si sceglie di dare, da 15€ in su.

 

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NATURA MORTA
La sezione Natura morta della Fototeca Zeri, costituita da 14.400 fotografie, è la più importante raccolta esistente al mondo dedicata a questo genere pittorico, punto di riferimento per gli studi storico artistici. Le fotografie documentano dipinti dal XVI al XIX secolo e comprendono, oltre alla natura morta italiana, quella olandese, fiamminga, francese, tedesca, austriaca, spagnola.
Il materiale fotografico rispecchia l’interesse e le ricerche di Federico Zeri su questo tema, culminati con la cura dei due fondamentali volumi sulla Natura morta italiana, pubblicati da Electa nel 1989.

Le fotografie sono state acquisite da Zeri nell’arco di oltre 50 anni, grazie al rapporto con case d’asta e collezionisti, agli acquisti presso gabinetti fotografici di musei e soprintendenze o all’acquisizione di archivi di altri studiosi. Gran parte delle foto riproducono opere apparse solo fugacemente sul mercato, presso case d’asta o antiquari, che oggi risultano in collezione privata o in ubicazione sconosciuta. La raccolta restituisce quindi anche una panoramica sulla fortuna della Natura morta, e l’ordinamento in cartelle trasmette particolari momenti del dibattito storico critico su questo genere.

I versi delle foto presentano in molti casi note di Zeri e di altri studiosi che riportano informazioni essenziali per la ricerca sui singoli dipinti: collocazione, provenienza, passaggi collezionistici, attribuzioni, indicazioni bibliografiche. Il sistema di catalogazione adottato permette di salvare e implementare questi dati mettendoli a disposizione degli studiosi.

Attraverso un articolato progetto di schedatura la Fondazione Federico Zeri ha provveduto alla catalogazione e digitalizzazione della sezione. Schede e immagini, integrate nel catalogo della Fototeca, costituiscono il primo repertorio online specificamente dedicato alla natura morta che consente ricerche dettagliate sulle opere e sui singoli oggetti raffigurati nei dipinti.

Di più : http://www.fondazionezeri.unibo.it/it/fototeca/fototeca-zeri/natura-morta

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Lunedì 12 marzo alle ore 17.30 alla Biblioteca dell’Archiginnasio di Bologna, sala dello Stabat Mater per la presentazione del libro di Paolo Cova saranno presenti Franco Cardini e Fabrizio Lollini

 

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Andrea Ginzburg è stato ricordato questo pomeriggio nella sede dell’Istituto Gramsci a Bologna, non distante dall’abitazione dove ha vissuto con la moglie Antonella e la figlia Anna.

Caterina e Simone, gli altri due figli di Andrea, che conobbi ragazzi, ora sono persone adulte, affettuose come erano nella prima gioventù. Carlo, il fratello maggiore di Andrea, con i capelli arruffati, assieme a Luisa Ciammitti, sua moglie, ha ascoltato ogni parola con grande attenzione.

Il ricordo delle amiche e degli amici, spesso colleghi o allievi, ora coi capelli bianchi, provenienti dalla Facoltà di Economia di Modena – fondata da Andrea Ginzburg assieme a Fernando Vianello, Salvatore Biasco, Sebastiano Brusco, Michele Salvati – è stato intriso di commozione.

Ho appreso che Andrea è stato un docente che intendeva l’insegnamento come discussione con gli allievi; che scriveva molto e acutamente di teoria economica agganciandola saldamente ai fatti; che non era interessato ad apparire; che dopo avere scritto un saggio, un articolo, un lavoro, non si curava di sapere se e dove venisse pubblicato; che scriveva sulla lavagna le formule che illustravano una teoria economica ricoprendosi di polvere di gesso e che, con disappunto dei suoi allievi, era rapido a cancellarle, come fanno i monaci buddisti dopo avere disegnato un mandala; che era cultore del pensiero di Piero Sraffa e di Antonio Gramsci; che tre anni fa aveva curato la pubblicazione degli interventi parlamentari di Vittorio Foa col quale, anche per intrecci di famiglie, era stato in grande amicizia; che aveva fatto sua questa frase di Keynes: “Se abbiamo fortuna, le nostre idee ci verranno rubate”.

Una sua amica ha ricordato che, da ragazzo, era il solo nel caseggiato di via San Carlo a Bologna a scegliere di affrontare, mentre tutti gli altri si chiudevano in casa esasperati, una vicina alcolista e che, con pazienza, riusciva a rasserenarla e a far fare i compiti al di lei figlio.

Andrea Ginzburg, e di questo ho avuto esperienza diretta, dedicava ogni attenzione al suo interlocutore.

Ho pensato che Andrea, che oltre a essere uno studioso di valore portava il cognome di una famiglia illustrissima dell’ebraismo laico e dell’antifascismo (il padre, Leone, era stato catturato dai nazisti che lo torturarono perché tradisse i propri compagni della Resistenza; tacque e venne ucciso dalle sevizie a 35 anni; la madre, Natalia, è stata una attivista politica, scrittrice e figura intellettuale di primo piano del nostro Novecento), Andrea avrebbe ben potuto esibire questo pedigree, raccontare di questa straordinaria ascendenza e, a buon diritto, farne vanto. Non accadde mai.

Io quasi non sapevo che fosse uno studioso di economia di grande valore. Quando ci si incontrava casualmente in via Irnerio, lui in bicicletta e io a piedi, era il primo a chiedere una testimonianza, un’opinione, un punto di vista. Non ci si frequentava, ma ci si sapeva amici.

In questi giorni dopo la sua morte, ripensando a quanto Andrea fosse affettuoso, elegante, curioso, acuto, moralmente e politicamente intransigente, mi è capitato di ripensare alla mia giovinezza e a quanti e a quante hanno dato a me e a tanti altri come me – fieramente somari nella scuola, ribelli, di famiglie della piccola borghesia, operaie, proletarie – l’opportunità di crescere e imparare: tante persone verso le quali provo affetto e gratitudine.

Abbiamo avuto la fortuna di vivere un periodo di grandi movimenti e di forte impegno politico e di mescolarci con persone, a volte di alcuni lustri più adulte e di profonda cultura, che aprivano la porta di casa e le ante delle biblioteche e offrivano la loro amicizia e scambiavano, da pari, i loro saperi.

Auguro a chi è giovane oggi di avere altrettanta fortuna.

Beppe Ramina

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E’ in corso a Bologna, al Mambo, la mostra  REVOLUTIJA. Da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky, una mostra in sintonia con l’anniversario della rivoluzione russa. Un evento che, oltre a cambiare il corso della storia, influenzò radicalmente anche lo sviluppo dell’arte.

Si ritiene che la storia dell’avanguardia russa abbia avuto inizio nel 1908, quando a Mosca e a San Pietroburgo si tennero esposizioni di vari giovani sovversivi che cambiarono radicalmente le fondamenta dell’arte: i fratelli Burlyuk, Larionov, Goncharova, Lentulov, solo per citarne alcuni. Negli anni che precedettero la rivoluzione del 1917, il movimento d’avanguardia si sviluppò a ritmi vertiginosi.

Molti esponenti di questa tendenza accolsero con entusiasmo la rivoluzione. Le loro idee artistiche spesso coincidevano con slogan politici, ad esempio la proposta contemplativa di Kazimir Malevic di bruciare tutti i quadri per esporre poi le loro ceneri nei musei, visto che dopo il suprematismo l’arte non esisteva. E durante le prime decisioni politiche relative all’ordine precedente la rivoluzione, questa proposta si rivelò tragicamente premonitrice.

si legge nel sito del Mambo

L’arte delle avanguardie russe è uno dei capitoli più importanti e radicali del modernismo. Il periodo compreso tra il 1910 e il 1920 ha visto nascere, come in nessun altro momento della storia dell’arte, scuole, associazioni e movimenti d’avanguardia diametralmente opposti l’uno all’altro e a un ritmo vertiginoso.
Revolutija: da Chagall a Malevich, da Repin a Kandinsky intende mettere in luce la varietà degli sviluppi artistici in Russia tra i primi del Novecento e la fine degli anni ’30 ma anche, come evidenzia Evgenia Petrova: “riportare all’attenzione non tanto della critica o degli addetti ai lavori, quanto del pubblico, artisti tipo Repin come anche Petrov-Vodkin o Kustodiev, rimasti un po’ nell’ombra a causa dell’enorme successo avuto da altri quali Chagall, Malevich o Kandinsky che pure sono presenti in mostra”.
Oltre 70 opere, capolavori assoluti provenienti dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, raccontano gli stili e le dinamiche di sviluppo di artisti tra cui Nathan Alt’man, Natal’ja Gončarova, Kazimir Malevich, Wassily Kandinsky, Marc Chagall, Valentin Serov, Aleksandr Rodčenko e molti altri, per testimoniare la straordinaria modernità dei movimenti culturali della Russia d’inizio Novecento: dal primitivismo al cubo-futurismo, fino al suprematismo e al costruttivismo.

 

Dall’alto : Il’ja Repin
17 ottobre 1905 (1907)

L’inizio del 900 la Russia era diventata la metà di arti e artisti internazionali.
Convivevano vari stili compresi i realisti di Ilia Repin. Le opere in mostra sono divise in
realismo ironico
Stile neoclassico
Jugendstil
Fauvismo
Larionov e Goncharova sono esempi di neoprimitivismo russo. Le fonti risiedevano nella tradizioni e nella ricchezza delle tradizioni popolari

Il’ja Repin
Che vastita’ 1903

Nathan Alt’man Ritratti di Anna Achmatova 1915

Natalia Goncarova Ciclista 1913

Kazimir Malevich
Composizione con la Gioconda (eclisse parziale ) 1914

Marc Chagall La passeggiata 1917

Wassily Kandinski su bianco 1920
L’Astrattismo dai Kandinski si differenzia da quello di Malevich. Kandinski voleva riprodurre il ritmo e le sensazioni .
Su bianco si riferisce al predominio del colore bianco

Nathan Alt’man Petrokommuna 1921

L’esposizione di libri di narrativa di letteratura russa

Di più:

http://www.mambo-bologna.org/mostre/mostra-238/

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Juan Martin Guevara ha presentato a Bologna il suo libro intitolato ” Il Che Mio Fratello” scritto in collaborazione con la giornalista francese Armelle Vincent che tratta del suo rapporto con Ernesto soprannominato Che. Il fratello minore del Che vive a Buenos Aires in Argentina, nazione originaria della Famiglia Guevara de la Serna e durante il regime militare ha passato quasi nove anni in galera a causa della sua attività politica contro il governo e della sua stretta parentela con il Che. Dopo la scarcerazione ha avviato una attività di commercio di sigari cubani e ha fondato l’Associazione “Sulle tracce del Che”. In questo libro svela un Che sconosciuto partendo dagli anni dell’infanzia durante i quali Ernesto ebbe gravi problemi di salute dovuti ad una strana forma di asma a quelli della adolescenza nei quali Ernesto era un ragazzo normale ma molto esuberante, divorava libri e giocava a rugby. Un ragazzo romantico e cocciuto, molto tenero con i fratelli, il prediletto di casa che si laurea a tempo di record in medicina e scrive lettere malinconiche alla Famiglia colpito dalle ingiustizie e dalle miserie viste percorrendo in motocicletta migliaia di chilometri in molti paesi della America Latina. E’ diventato una persona eccezionale: i grandi uomini sono rari ma esistono. Dopo gli appuntamenti nelle librerie ha visitato la sede di Via Battiferro delle Cucine Popolari e ha incontrato amici e giornalisti. La prima sede delle Cucine Popolari voluta da Roberto Morgantini e da sua moglie che nella primavera del 2018 inaugurerà la quarta sede ha accolto Juan Martin Guevara nello stesso modo come ogni giorno accoglie decine di persone sole o in difficoltà. Terminate le interviste e i saluti Juan Martin si è seduto a tavola per mangiare assieme a Roberto e alle tante persone che vanno in Via Battiferro per stare assieme e rifocillarsi, assistiti dai lodevoli volontari che servono a tavola e si alternano in cucina per preparare i piatti e senza i quali l’iniziativa non potrebbe andare avanti. Mentre mangiava le buone tagliatelle al ragù preparate dalle cuoche e dai cuochi volontari ha autografato volentieri molte copie del suo libro scrivendo una dedica a tutti coloro che glielo hanno chiesto. Juan Martin è venuto a Bologna e in Italia con il supporto della Associazione Italia Cuba rappresentata da Mauro Collina che lo accompagnava. Presente la Presidente provinciale dell’ANPI e numerosi giornalisti e fotografi tra i quali Mario Rebeschini, Roberta Ricci e Pasquale Spinelli. Mentre Juan Martin mangiava e autografava i libri un bel gruppo formato da donne africane e musicisti con tamburi e chitarre hanno cantato e suonato la celebre canzone Comandante Che Guevara. È stato davvero un incontro emozionante!

Umberto Faedi

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Si sono appena concluse le mostre della Biennale della fotografia dell’industria e del lavoro.

Al MAMbo Vincent Fournier ha  esplorato la finzione come se fosse una realtà parallela, alternando stile documentario e composizioni costruite. La sua opera propone un viaggio tra le utopie più rappresentative del XX e XXI secolo: l’avventura spaziale, l’architettura del futuro e l’intelligenza artificiale. Quello di Fournier è un mondo in cui si può ricordare ciò che non è ancora avvenuto, ciò che avverrà domani.

Mostra realizzata con il sostegno di New Square Gallery, Lilla.

In queste immagini Vincent Fournier osserva un astronomo russo, il capitano Boris, fra le mura domestiche e ne analizza l’abbigliamento, i suoi guanti la sua casa.  In altre foto si vedono gli osservatori  astronomici della Norvegia e il deserto di Atacama, in Cile , alcune immagini di radar disseminati in un campo e la proporzione uomo-natura, essendo di una generazione digitale la robotica è confidenziale a Fournier che fotografa la collaborazione/interazione uomo robot.

 

 

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