Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Massimo Manini regista’

Nel verde cuore dell’Umbria c’è un tempio della spiritualità

di Massimo Manini

Verso la fine degli anni ’70, all’interno di una cava sita in una piccola frazione del più giovane comune dell’Umbria, venne alla luce uno dei siti paleontologici più importanti e unici al mondo: la Foresta Fossile di Dunarobba, cinquanta tronchi perfettamente conservati allo stato ligneo, grazie all’argilla che li ricopriva.

L’improvvisa e curiosa scoperta attirò fin da subito l’attenzione di tantissima gente, che, abbandonando l’auto sul ciglio della strada e attraversando i campi per vedere la foresta, si riversò all’interno di quella che di colpo smise di essere una cava, e che non essendo ancora recintata, diventò immediatamente un’attrazione culturale. Nel giro di poco tempo si sparse la voce, arrivò la stampa, la televisione e cominciarono così ad arrivare altre persone, gruppi organizzati e scolaresche a frotte, con flussi e numeri così alti che risultò impossibile contabilizzarli.

Le foto scattate in quel periodo colpiscono ancora per la loro suggestione: ritraggono persone di tutte le età stupite di trovarsi al cospetto di quei tronchi giganti che dominavano un paesaggio dall’aspetto lunare, metafisico e surreale, che incuteva un istintivo e timoroso rispetto nei visitatori.

Quei tronchi leggermente inclinati, assomigliano a tante colonne di un antico tempio in procinto di cadere lentamente su se stesso: una sorta d’istantanea scattata milioni di anni fa, ma che ancora resiste all’usura del tempo. E quella gente accorsa per vederne le sacre macerie, assomiglia alla folla che si sposta attirata per vedere chissà quale miracolo.

Eppure qui non c’è una Madonna che piange, un sangue che si scioglie o un cespuglio che s’incendia, ma un miracolo: quello della natura. C’è qualcosa di così potente, misterioso e senza tempo, che tocca ancora più profondamente le corde emotive dell’anima di ognuno.

Questa forza attira ancora oggi le persone e le porta alla Foresta Fossile di Dunarobba, al di là del suo indiscusso valore scientifico, perché è uno dei luoghi più affascinanti e spirituali di questa regione: non è blasfemia o mancanza di rispetto per i tanti luoghi di culto presenti in Umbria, ma all’interno dell’avvallamento in cui emergono i resti di questi straordinari tronchi, c’è un’energia atavica così potente, che il suo silenzio continua a parlarci anche dopo 3 milioni di anni.

È qualcosa che ha a che fare con la voce della propria madre udita per la prima volta: è un richiamo istintivo che riconosciamo subito, che sentiamo, che ci appartiene, anche se non sappiamo identificarlo: ma è una sensazione così rassicurante, che ci porta immediatamente a fidarci di essa e ci fa stare improvvisamente bene.

Sarà per quell’idea di culla disegnata dalla conca del terreno, quell’incavo che richiama il ventre materno, ma ogni volta che dall’alto si procede per entrare nel sito, si ha la percezione che una forza ci riporti ad uno stato primordiale; ad un’altra dimensione, quella naturale di cui facciamo parte, più lontana nello spazio e nel tempo da quella che viviamo solitamente, ma sicuramente più vera e reale di quella quotidiana. È un abbraccio che ci tranquillizza, ci quieta, e ci fa sentire al sicuro.

E allora quel tempio a cui i tronchi della Foresta Fossile fanno da colonne, ci appare in tutta la sua essenza, nella più materna e mistica spiritualità: è un ritornare alle proprie origini, a se stessi e al Pianeta che ci ha dato la vita. Perché la Foresta Fossile ci ricorda da dove veniamo.

Questo suggestivo scenario fa della Foresta Fossile un Tempio della Spiritualità a maggior ragione oggi che l’uomo moderno è proiettato nel proprio futuro e ha ormai raggiunto il suo cosiddetto punto di non ritorno, rifiutandosi a priori di ascoltare i continui richiami di chi gli ha donato la vita. Questi richiami sono silenzi che urlano, gridano: sta a noi, volerli ascoltare.

Perché ogni Tempio, come ogni Madre, possiede l’innata qualità di far pensare e riflettere nel silenzio di una preghiera, anche se basta un momento per poter ritrovare se stessi. E questo è un altro buon motivo per visitare la Foresta Fossile.COSA VEDERE A TERNICOSA VEDERE IN UMBRIAFORESTA FOSSILE DUNAROBBATURISMO SOSTENIBILETURISMO UMBRIAVIAGGIARE IN UMBRIAVIAGGIARE IN UMBRIA CON BAMBINI

Massimo Manini
Biografia Massimo Manini

Autore, attore e regista nell’ambito dell’Impegno Civile. Bolognese, diplomato al Liceo Artistico della sua città, si è sempre dedicato all’attività teatrale e video/cinematografica, concentrando il suo impegno nella propedeutica teatrale (Premio ANCI 2010) e quello sul Teatro della Memoria e Impegno Civile, come riportato da importanti riviste e testate giornalistiche.
Formatosi negli anni ’70 con gruppi e attori del Living Theatre, Odin Teatret, Grotowski e Kantor, ha lavorato nei maggiori festival nazionali ed internazionali. In televisione è stato testimonial di spot pubblicitari per RAI, Mediaset, Tele Montecarlo. Nel cinema ha recitato nel film “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti. Ha diretto programmi televisivi per Rete7/ETV, conferenze ed eventi web.
Creativo e grafico, ha lavorato nel campo della pubblicità e comunicazione a 360° in campagne pubblicitarie di livello nazionale. Nel 2002, è autore assieme a Nico Maccentelli, del romanzo storico “Fòdbàl 4a Brigata”, con le prefazioni del maestro Pupi Avati e del giornalista Giorgio Comaschi. Nel 2008 è stato l’autore e interprete dei testi per lo spettacolo “Tre parti di noi”, prodotto da Aterballetto/Fondazione Nazionale
della Danza. Collaboratore con la Comunità Ebraica di Bologna, ha scritto e diretto numerosi cortometraggi sul tema dell’Olocausto. Per la sua conoscenza del cosiddetto “caso Mortara”, la storia del piccolo bambino ebreo fatto rapire nel 1858 da Papa Pio IX, ha tenuto lezioni e spettacoli su questa vicenda in diverse facoltà universitarie. Nel 2015 ha realizzato un documentario per la Regione Veneto dedicato ad un cammino intitolato ad Antonio Fogazzaro. Nel 2020, per il progetto Humbria2O finanziato dalla Regione Umbria, ha realizzato i video dei 14 musei aderenti. Dal 1 luglio 2018, è il Fondatore e Presidente di Surgente, la prima Cooperativa di Comunità dell’Umbria che gestisce la Foresta Fossile di Dunarobba, con un progetto di rilancio particolarmente innovativo e di tipo interdisciplinare.

Read Full Post »

 98  Share

Un ponte chiamato relazione. Dialogo col regista Massimo Manini

di Roberta Ricci

A partire dagli anni ’60, comincia in ogni parte del mondo una vera e propria presa di coscienza ecologica da parte di molti artisti, che verrà definita con il nome di Land Art (uso dei materiali naturali) e con Environmental Art (installazioni presso vari luoghi). Negli ultimi anni di questo inizio secolo, questa attenzione degli artisti nei confronti della natura si è trasformata in una vera e propria dedizione alla salvaguardia del territorio e del paesaggio, mettendo a disposizione delle comunità il proprio pensiero visionario. Tra le varie azioni attivate, oltre a quelle già note di Franco Arminio o di Mauro Corona, c’è quella del bolognese Massimo Manini, attore, autore e regista, che da alcuni anni, dopo essersi trasferito in Umbria, si sta dedicando a riallacciare una “relazione” tra un territorio e il sito che gestisce: la Foresta Fossile di Dunarobba (in provincia di Terni).

Conoscendo la tua dedizione al teatro civile (penso ad opere come “Bologna 2 Agosto” o “l’affaire Mortara”) cosa ti ha portato a fondare una cooperativa di comunità che si occupasse di valorizzare un sito paleontologico, allontanandoti dal lavoro finora compiuto?

Innanzitutto non mi sono affatto allontanato dal mio lavoro: anzi, l’azione ideata per valorizzare un bene straordinario come la Foresta Fossile di Dunarobba e il territorio in cui essa è sita, non è altro che l’estensione di quel Teatro della Memoria e Impegno Civile da cui provengo; non ho fatto altro che trasferire alcune dinamiche appartenenti alla scena, a quelle più quotidiane della vita reale di cui un sito e il suo territorio necessitavano. La cosa in più che aggiunge valore al lavoro svolto, è il fatto di poterlo fare con la gente della comunità, con persone del luogo che ne sono i quotidiani protagonisti. Quindi, nel
pensare un progetto di valorizzazione di un sito così importante, non ho cambiato lavoro: anzi, faccio esattamente ciò che ho sempre fatto, l’artista, ma portando la mia esperienza in un campo diverso dallo spettacolo, insieme a professionisti, archeologi, scienziati: solo con questi “attori” potevo riattivare quella relazione tra persone e ambiente di cui mi sono sempre occupato.

Ecco, era proprio qui che volevo arrivare, a questa “relazione” tra uomo e natura, che il genere umano ha incrinato a causa dell’effetto delle sue azioni. Cosa può fare un artista per salvare questa relazione?

Intanto farei una distinzione tra gli artisti che perseguono una relazione personale con la natura e gli artisti che agiscono insieme alla comunità. Sono due approcci molto diversi: nel primo c’è l’esigenza dell’individuo che mira a soddisfare la propria ricerca, nel secondo c’è una sensibilità diversa. Mettere a disposizione della gente una visione e una prospettiva nuove, significa coinvolgerle e invitarle a ri- conoscere e ri-appropriarsi del proprio territorio. Il progetto di valorizzazione della Foresta Fossile parte dall’idea di relazione mutuata dal teatro, un campo che conosco molto bene: una relazione è fatta anche di ascolto, di percezione, di “sentire e restituire le cose a pelle”. E quindi l’artista deve provare ad ascoltare le persone ma soprattutto deve trasmettere agli altri ciò di cui l’ambiente ha bisogno.

Certo, come artista ti capisco. Ma perché chi abita un territorio non sempre riesce a cogliere gli aspetti essenziali del proprio luogo?

In qualsiasi società, dove la frenesia del dover correre la fa da padrona, è facile perdere di vista l’importanza del luogo in cui viviamo, che è poi ciò che ci identifica e che ci distingue. È come non curarsi di una cosa che ci appartiene. E quindi la cosa più naturale che viene da pensare, è il vantaggio che si può trarne. La soluzione sarebbe rallentare la propria corsa e fermarsi a pensare come cambiare il rapporto con l’ambiente in cui si vive. Ma non tutti riescono o vogliono farlo. Heidegger dice “abitare è essere”, laddove per “abitare” s’intende il “costruire”. Ma il “costruire” non è concepito come “l’edificare”
un qualsiasi edificio: bensì il “progettare”, il “pensare” l’ambiente in cui si vive o si sceglie di vivere, guardandolo da un punto di vista “dinamico”. Per molti, invece, il “costruire” equivale a tirare su muri. É a quel punto che comincia a vanificarsi ogni tipo di relazione: anche con l’ambiente in cui si vive.

Il punto di vista dell’artista fa la differenza, quindi: ma non tutti sono visionari. Alphonse de Lamartine diceva: “la fotografia è più di un’arte, perché l’artista collabora con il sole”…

Se un’affermazione del genere, alla fine dell’800, poteva suonare strana, oggi non lo è più. Il ruolo dell’artista, nella società contemporanea, è fortunatamente cambiato, in quanto ormai da tempo ha smesso di essere un’entità astratta che vive in un mondo tutto suo; è invece sempre più in grado di comprendere la realtà, spesso anche meglio di altri, perché vive non solo in prima linea rispetto alla massa, ma lo fa nell’avamposto più avanzato del pensiero umano: quello della creatività, che consiste nel sapere realizzare cose che altri nemmeno immaginano: come l’idea di “collaborare con il sole”. Quando Heidegger circoscrive il concetto di abitare ed essere, partorisce altri due pensieri. Il primo è che per progettare un territorio non è necessario nascerci, ma viverlo, e quindi capirlo per ripensarlo; il secondo è che scegliere di abitare in un paese in cui non si è nati, è come adottare quel luogo, contribuendo, assieme a chi ci è cresciuto, a dargli un futuro nuovo, scevro da retaggi culturali. Come il fotografo di de Lamartine, l’artista coglie nella luce sfumature che lo proiettano oltre il luogo in cui agisce, in un futuro che gli altri non intuiscono. Quando non si appartiene ad un dato universo, è bene tenersi a distanza per osservare senza pregiudizi: solo col tempo ci si potrà avvicinare al sole senza temere di bruciarsi. É in quel momento che comincia la collaborazione: non solo con “il sole”, ma con l’intero sistema, perché pazientemente se ne fa già parte.

Tutto molto chiaro. Ma torniamo al tuo lavoro e a quel concetto di relazione che ti fa uno di quegli artisti che contribuiscono a fornire occhi nuovi con cui guardare il proprio paesaggio. Tu non sei Umbro…

È vero, sono emiliano, di Bologna, ma vivo in Umbria da 15 anni: è il mio lavoro che mi ha portato qui. Posso dire di aver capito questo territorio attraverso il rapporto con le persone che vi sono nate. Ritornando ad Heidegger, condivido l’idea che non esiste un “diritto di nascita” legato ai luoghi, ma solo un dovere di appartenenza a un “territorio che non ha confini”: quello di una “responsabile consapevolezza” o “jus culturae” che ti fa sentire cittadino ovunque. Paradossalmente, ci si può sentire di più a “casa” in quei luoghi in cui non si è nati: la realtà dei fatti, è che in molti casi, questo non solo è vero, ma è necessario per lo sviluppo di un luogo. Gli sguardi nuovi, insomma, rinnovano il paesaggio: allargano il territorio e la sua cultura. Donano ad esso quella nuova linfa che diversamente andrebbe esaurendosi. Per citare un altro grande fotografo, Ansel Adams, “Nella fotografia, non c’è solo l’immagine che hai visto, ma anche i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”. Lo stesso posso dire per la mia idea di teatro: un luogo in cui raccontare la storia di una relazione che deve ancora accadere: quella tra una Foresta e la gente del proprio territorio. D’altronde il fascino di ogni relazione, e quindi dell’arte, non è quello di costruire ponti? Ecco: io sto cercando di fare questo.

Massimo Manini è attore, autore e regista di teatro, video e cinema nell’ambito della Memoria e Impegno Civile. Dal 1997 è ideatore di progetti di educazione e propedeutica teatrale all’interno delle scuole di ogni ordine e grado. Formatosi negli anni ’70 con esponenti internazionali del teatro di ricerca, ha lavorato come attore nelle maggiori rassegne e festival nazionali e internazionali, in televisione, e produzioni cinematografiche. Ha lavorato nel campo della pubblicità e comunicazione come grafico free-lance, copywriter, e assistente di studio per campagne pubblicitarie d’importanza nazionale. Autore del romanzo storico “Fòdbal 4a Brigata”, dal 1 luglio 2018, è ideatore e presidente di Surgente, la prima Cooperativa di Comunità dell’Umbria fondata per gestire la Foresta Fossile di Dunarobba: da questa esperienza, nasce l’idea di uno studio chiamato Economia di Relazione.

COSA VEDERE A TERNICOSA VEDERE IN UMBRIAFORESTA FOSSILE DUNAROBBALAND ARTMASSIMO MANINIMASSIMO MANINI FORESTA DUNAROBBAMASSIMO MANINI REGISTATURISMO SOSTENIBILETURISMO UMBRIAVIAGGIARE IN UMBRIA

Roberta Ricci
Biografia Roberta Ricci

Pubblicista e blogger, appassionata e studiosa di fotografia, in particolare sullo studio della fotografia nelle varie applicazioni di ricerca sul linguaggio dell’immagine, si è laureata all’Università di Bologna con una tesi intitolata: “I bambini e la fotografia”. Ha diretto un ciclo di incontri e di interviste su SAT 2000 avendo tra gli ospiti il maestro Pupi Avati: ha inoltre collaborato col regista Giorgio Diritti per la realizzazione di alcuni programmi televisivi. Per realizzare alcuni importanti progetti artistici, culturali e di comunicazione riguardanti la città di Bologna, ha creato assieme ad altre personalità della cultura cittadina, l’associazione Mistic Media, un progetto di documentazione video con cui promuovere e dare voce ad autori e artisti del capoluogo felsineo.

Read Full Post »

Grazie a Radio Ventisette di Massimo Manini

In occasione della Giornata della Memoria, i bambini e le bambine della classe 4A, (scuola primaria di Vasanello -Vt), cantano la canzone ebraica ” *Gam Gam* ” e leggono *l’art.3 della Costituzione italiana* a ricordare che ” Tutti _i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali_ “.
Questa canzone è diventata uno degli “inni” più toccanti del genocidio nazista. Fu scritta da Elie Botbol, riprende il quarto versetto del testo ebraico del Salmo 23 e viene tradizionalmente cantata dagli ebrei durante lo Shabbat.

Read Full Post »

 

L”altissimo merito conferito dal Presidente della Repubblica al prof. Rolando Dondarini e alla prof.ssa Beatrice Borghi .
In cui viene riconosciuta la capacità di divulgare la Storia anche nel loro appassionante Festival della Storia , oltre che all’Università e nei luoghi di studio.
Nell’ultima settimana Bologna si è collocata come terza città d’italia per le proposte culturali , ha avuto un incremento nella sua cucina per la partecipazione accresciuta del 5% della manifestazione “Turtle’n” e ha avuto un solido incremento per le manifestazioni attinenti il Festival Francescano .
Si non bisogna dormire sugli allori però…

Gli appuntamenti per chi vuole partecipare e mettere in agenda gli eventi

https://site.unibo.it/festadellastoria/it?fbclid=IwAR2GifHpwvtaJ6_ip5kVSHF-Rdo52ykOdHHfvLSW4lZoY03LXfQQpMPzj1E

 

Il 22 ottobre nell’ambito del Festival Internazionale della Storia la presenza di Lucio Pardo che ha scritto degli aggiornamenti che seguono “Barbarie sotto le due Torri : la storia della Shoah a Bolgna” aggiornamento degli studi e delle ricerche con nuove testimonianze .

 


 

Read Full Post »

OSPITE DELL’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA
PER UN PROGETTO SULL’EROE MARIO FINZI
Lunedì 22 ottobre alle ore 15.30, sarò ospite della XV edizione della Festa Internazionale della Storia, organizzata dall’Università di Bologna, per parlare di Mario Finzi e del progetto filmico su cui sto lavorando assieme ai miei produttori, riguardante il giovane musicista ebreo che salvò tantissimi correligionari dai rastrellamenti nazisti.

L’evento che si terrà nella prestigiosa Sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio, così chiamata per via dell’esecuzione della versione definitiva dell’opera di Gioacchino Rossini diretta da Gaetano Donizzetti, mi vedrà a fianco di una persona straordinaria come Lucio Pardo, già presidente della Comunità Ebraica di Bologna, nonché docente di Ebraismo presso lo Studio Filosofico Domenicano di Bologna, che aprirà il nostro incontro parlando delle leggi razziali e della loro attuazione, a distanza di 80 anni dalla loro promulgazione. Sulla figura di Mario Finzi invece, s’incentrerà il mio intervento, che da regista nell’ambito della memoria e dell’impegno civile come ho sempre fatto, ho studiato in modo approfondito negli ultimi anni.

A moderare il tutto, una grande giornalista che stimo da sempre, Franca Silvestri, studiosa di teatro e della cultura ebraica, nonché caporedattore e webdesk dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna, che, come già avvenuto in tante precedenti, mi accompagna anche in questa nuova avventura.

In una giornata già di per sé ricca di soddisfazioni, si è aggiunto, ad impreziosire ulteriormente l’evento, l’accreditamento dell’Ordine regionale e quello dell’Ordine nazionale dei giornalisti, trasformando così, “un semplice” appuntamento accademico, in un seminario valido per la Formazione Professionale Continua dei giornalisti (professionisti e pubblicisti) iscritti all’Odg.

Read Full Post »

Older Posts »