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Posts Tagged ‘Tutto il silenzio che c’era’

In previsione delle feste di Ognissanti ricordiamo le ricerche di fotografi che hanno analizzato l’assenza, è il caso di Marco Rigamonti, che qualche mese fa ha esposto il suo lavoro alla Galleria Cenacchi in Via Santo Stefano, lasciando un’impronta interessante.

“Immagini come ricordi che riaffiorano, simili a ombre tenaci. Ricordi di boschi intricati come le oscurità dell’anima, di orizzonti marini persi verso infiniti indicibili, di fiori dolenti e tenere essenze vegetali.

Con queste nuove serie di opere Rigamonti dimostra che la fotografia non è solo il momento dello scatto: essa infatti può trasformarsi in una sospensione, in una deriva nel corso del tempo. In un percorso nel passato e nella fotografia. Le sue, in effetti, sono immagini di immagini. Egli scava nel proprio archivio di fotografie compiendo, senza uscire dallo studio, una sorta di viaggio tra classificatori e contenitori. Estrae alcune serie di diapositive scattate all’epoca dell’analogico, le stampa su Polaroid 20×25 (altro materiale desueto, invecchiato) e le trasferisce su carta da acquarello (Solo fiori) oppure le duplica, sempre su Polaroid, e le lascia a macerare 24 ore nell’aceto balsamico (come fa con Paesaggi acidi), fino a ottenere immagini atmosferiche e sfumate, morbide o scavate da misteriose corrosioni. E’ come se il nostro autore volesse compiere una sorta di “verifica” non analitica (come quelle compiute invece da Ugo Mulas), bensì poetica, protesa a far emergere le immagini latenti che si sono depositate tra i suoi scatti, a rivelare ciò che rimane nonostante tutto, nonostante l’aceto che le aggredisce e le tinge di marrone. Dalla nitidezza delle immagini di partenza si arriva così a opere liberate dal compito della veduta e del resoconto paesistico. A opere per così dire “velate”, che hanno perso in definizione per guadagnare in un’altra visione, quella dell’anima e dell’immaginario. Il loro velo le ri-vela, le rende simili a piccole apparizioni sospese in un tempo indefinito, che si dispiega come un presagio, come un ricordo.”

Sospese tra apparizione e scomparsa, tra salvazione e dissoluzione appaiono anche le immagini della nuova serie Solo fiori, dedicata ai piccoli mazzi floreali abbandonati nei cassonetti dei cimiteri. Fiori non più raffigurati tra fioritura e appassimento, tra rigoglio cromatico e disfacimento, come venivano rappresentati dai pittori di vanitas del Seicento, protesi a ricordare la mortalità dell’uomo, ma anche la desiderabilità e la fragilità della bellezza…

la mostra  a cura di Jacopo Cenacchi

Testo di Gigliola Foschi

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