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Posts Tagged ‘Umberto Faedi “Il Moschetto”’

Una bruttissima notizia mi ha lasciato di stucco e molto triste mentre guardavo le notizie in tv.

Ciao Cinno pazzo !

Franco Ciani si è tolto la vita, almeno stando ai primi accertamenti e in base ad un succinto biglietto indirizzato al suo manager, lasciato nella camera d’albergo a Fidenza nel quale alloggiava da solo da alcuni giorni, e nel quale spiega i motivi del suo gesto legato a problemi economici, professionali e personali. Una cameriera dell’albergo che doveva sistemare la stanza l’ha trovato riverso senza vita e con la testa imprigionata in un sacchetto di plastica.

Pare fosse oberato da debiti e ultimamente gli avevano pignorato i diritti SIAE dei suoi vecchi successi, e purtroppo anche quelli di un nuovo pezzo che aveva scritto per Roberta Faccani, ex cantante dei Mattia Bazar.

La esclusione di questa canzone dal Festival di Sanremo lo aveva purtroppo prostrato definitivamente e lo ha portato al suicidio. Aveva cambiato l’account del suo whatsapp sostituendo la sua foto con l’immagine di un angelo, segno premonitore di quello che sarebbe successo.

Cantante, cantautore, musicista, manager, produttore e compositore, molto stravagante e simpaticissimo, era stato valorizzato e quasi adottato da Lucio Dalla e Renzo Fantini  e ribattezzato da Lucio Dalla “Cinno Pazzo” a causa dei suoi comportamenti bizzarri e imprevedibili. Amava vestirsi elegantemente, ma anche in maniera assai stravagante. Passava ore a giocare  carte al mitico Bar Margherita di Porta Saragozza, locale reso celebre da Pupi Avati, oppure al Caffè del Pescatore in Via Castiglione quasi di fronte alla storica Gelateria Pino. E io in uno o nell’altro locale passavo a prenderlo e magari si andava alla Trattoria Vito o al Ristorante Cesari dove gli altri ci aspettavano.

Era capace di sparire senza lasciare traccia magari alla vigilia di un importante appuntamento per il suo lavoro agli esordi della sua carriera, e questo faceva perdere la pazienza a Lucio e a Renzo Fantini.

Di carattere trascinante e coinvolgente, molto generoso e molto attento nel vestire, era capace di avere un giorno le tasche piene di soldi e il giorno dopo non avere il becco di un quattrino.

Gli piaceva giocare e scommettere, e chi gioca a carte o scommette sa razionalmente che è molto difficile vincere, lo so per esperienza personale. C’è stato un periodo nel quale ho giocato carte e perdevo, ma poi sono riuscito ad andare in pari.

Da allora non ho più giocato per soldi bensì per piacere con gli amici a briscola, tressette, scopone scientifico e tarocchino Bolognese. Ricordo una sera che dovevamo andare a cena da Cesari, in Via Carbonesi a Bologna.

I Cesari erano molto amici di Lucio Dalla  e Renzo Fantini , e spesso si andava a pranzo o a cena nel loro storico ristorante che è tuttora uno dei locali più valevoli per la cucina a Bologna. Franco passò a prendermi con la Dyane 6 verde di Lucio, e siccome era ed eravamo in ritardo, dopo aver svoltato a destra dai viali a Porta D’Azeglio percorse Via Tagliapietre e giunto in fondo, svolto’ a destra e imbocco’ Via Carbonesi contromano.

Il suo primo singolo da cantautore fu “Notte blu” con lato B il pezzo “Standa”.

Cominciò a frequentare Roma e la RCA che era allora la casa discografica di Lucio e progressivamente si allontanò da Bologna. Tornava sporadicamente per andare dalla sua famiglia che abitava in città e stava poco con noi, anche se era sempre strampalato, molto divertente e generoso, aveva le tasche bucate. Nel 1982 a 22 anni aveva sposato Anna Oxa, che aveva 19 anni, rinunciando alla sua carriera per dedicarsi a lei, iniziando un sodalizio sentimentale e artistico che aveva portato Anna e Fausto Leali a vincere Sanremo nel 1989 con il brano “Ti lascerò”. Un altro grande successo fu “Tutti i brividi del mondo”, nel 1986 Anna arrivò al quinto posto con “È tutto un attimo” e nel 1988 al settimo con “Quando nasce un amore”.

Il matrimonio e il sodalizio artistico con Anna si concluse nel 1992. Aveva collaborato con Marina Fiordaliso per la quale aveva scritto “Saprai” che Fiordaliso ha cantato in duo con Roby Facchinetti e Il pezzo “Il mare più grande che c’è “. Era sposato da 27 anni con Manuela Falorni, della quale era stato manager durante il periodo nel quale lei era una attrice sexy.

Ciao Cinno Pazzo, un grande abbraccio da Mosk

Umberto Faedi

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l Luneri di Smembar ha origine nella notte di San Silvestro del 1844 in Romagna nella storica “Osteria dla Marianaza” di Faenza ubicata in Via Torricelli 21, che tuttora dispensa gustose specialità romagnole abbinate ai vini del territorio.

L’idea del Luneri nasce ad un tavolo davanti a fiaschi di Sangiovese, piadina e altri manicaretti tipici della Romagna dall’immaginazione di alcuni amici riuniti per festeggiare l’anno nuovo.

Al termine delle libagioni mancavano, come spesso accadeva agli artisti, i quattrini per pagare il conto. E per saldare il conto come spesso accadeva ed è accaduto, pensiamo al grande Antonio Ligabue che pagava i suoi pasti con i suoi disegni, il pittore e scenografo Romolo Liverani ebbe lo sbuzzo di prendere un foglio e disegnare per saldare il conto.

Raffiguro’ un uomo dal vestito malridotto a cavalcioni di uno stanco ronzino, seguito da un gruppetto di amici anche essi malmessi: simboleggiava il Generale degli Smembri che si dirigeva assieme ai suoi sodali soldati malconci verso la Locanda della Miseria situata nella Città dei Debiti.

Lo Smembar è una persona buona, semplice ed umile, ma quasi sempre sconfitto dalla vita e sfortunato.

Romolo Liverani assieme ad Achille Calzi e al poeta Angelo Tartagni scrisse una zirudela – discorso nel quale si facevano previsioni e profezie sulle stagioni e sugli avvenimenti politici. I primi lunari erano caratterizzati appunto da una zirudela o filastrocca in lingua romagnola rimata come tutti quelli stampati dopo e quelli attuali. Il primo numero e quelli editi fino al 1847 vennero intitolati Lunario Faentino, dal 1848 in poi vennero chiamati Luneri di Smember.

Successivamente si aggiunse il calendario con le indicazioni per la campagna, i suggerimenti per le coltivazioni e quali operazioni effettuare nei campi. Dal 1865  Philippe Antoine Mathieu de La Drome, inventore, astronomo e astrologo francese arricchì il Luneri con le sue previsioni astronomiche.

Ogni anno il Luneri viene stampato e diffuso e da allora e compare nelle case della Romagna. La Mortadella è uno dei simboli di Bologna assieme alle Due Torri, all’Universita’ più antica del mondo, ai 32 chilometri di  Portici.

L’antica Felsina fondata dagli Etruschi ha sviluppato nei secoli una grande tradizione gastronomica conosciuta in tutto il mondo: basti pensare ai Tortellini in brodo di cappone, alle Lasagne gialle e verdi, ai Passatelli, alla Zuppa Imperiale, continuando con la Cotoletta alla Petroniana, al Fritto Misto alla Bolognese, senza dimenticare i pregiati Vini dei Colli Bolognesi che si abbinano ai piatti e finalmente hanno il giusto riconoscimento.

Il Maestro Pasticcere petroniano Gabriele Spinelli ha voluto rendere omaggio a Bologna con un Panettone alla Mortadella.

Sfornato in edizione limitata ha richiesto sette anni per venir realizzato a causa della difficile esecuzione causata dal trovare il giusto equilibrio tra gli ingredienti. Al posto dei canditi ci sono piccoli cubetti di Mortadella, una Mortadella che si è fatto preparare appositamente dalla Macelleria Zivieri nel laboratorio di Zola Predosa, dal quale hanno origine salumi di altissima qualità.

È una Mortadella veramente speciale e artigianale di mora romagnola che ben si abbina e si integra moltissimo con l’impasto messo a punto da Gabriele Spinelli, Maestro Pasticcere in collaborazione con sua moglie e gli altri pasticceri che lavorano con lui.

Il formato è di circa 500 grammi di peso, la base è quella del panettone classico: burro, farina, zucchero, uova, lievito madre che si tramanda in pasticceria dal 1888, aroma di vaniglia, miele e sale a cui Gabriele ha aggiunto il 20% circa di Mortadella di Zivieri. Il procedimento di cottura è quello classico, e dopo 48 ore il panettone è pronto per essere divorato.

Non avendo conservanti si mantiene solo per pochi giorni dopo aver aperto la confezione. Ottimo il contrasto tra il dolce dell’impasto e la leggera e quasi delicata ma decisa nota salata data dalla Mortadella di Zivieri. Il modo migliore per apprezzarlo e di gustarlo è come componente essenziale di un aperitivo in mariage con un Pignoletto Spumante DOCG dei Colli Bolognesi e scaglie di Parmigiano Reggiano di media stagionatura. Prodotto per adesso in edizione limitata, viene proposto nel periodo natalizio e fino alla Befana in virtù di due infornate alla settimana.

Umberto Faedi

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In Italia il vino è parte della cultura e della storia del nostro paese. L’Italia veniva chiamata Enotria Tellus, da oinos che in greco significa vino.

Terra del Vino per le sue caratteristiche geografiche quasi uniche che ben si prestavano e si prestano a coltivare la vite. All’inizio Enotria connotava una parte di Italia, ovverossia il Cilento, la Basilicata Centrale e la parte della odierna Calabria che spazia ad est dall’Altopiano della Sila, a sud dall’Istmo di Catanzaro e ad ovest dal Mar Tirreno. Gli Enotri sono una antica popolazione dell’epoca preromana proveniente dalla Grecia stanziata intorno al XV Secolo a.c. nel territorio che poi da loro prese il nome.

Dionigi di Alicarnasso era un intellettuale di origine greca, trasferitosi a Roma visse durante il principato di Augusto primo imperatore romano, descrive Enotria come una terra ottima per la viticoltura, l’agricoltura, la pastorizia e l’allevamento di animali. Il libro di Emanuele Grieco non prende in esame le decine di migliaia di nomi commerciali e di fantasia che compaiono sulle etichette delle bottiglie.

Ci sono centinaia e centinaia di libri sul vino in Italia, ma finora nessuno era stato dedicato interamente alla etimologia ed al significato dei vini e dei vitigni. Nel libro viene indicata l’origine, il significato e l’anno di attestazione della parola nella lingua prima latina, poi volgare e successivamente italiana. Il volume “Vini d’Italia – Dizionario Etimologico” edito da Edizioni Lui’ di Chiusi – Siena spiega l’origine ed il significato di mille nomi dei principali vini e vitigni italiani. Milioni di appassionati e consumatori, enoturisti, centinaia di migliaia di addetti del settore e probabilmente oltre il 95 % di loro non conosce il significato e l”origine del nome del vino che bevono, degustano e comprano, dei vigneti che vanno a visitare, che coltivano, che producono, che vendono. Da Abbuoto a Zucco sono spiegati i motivi ed il significato dei nomi e l’origine che li ha determinati, a volte con più di una interessante ipotesi. Sono comprese le 332 DOC, le 74 DOCG, la prima fu l’Albana di Romagna Passito e le 118 IGT che a volte sono indicate come IGP.

Alcuni sono nomi storici, altri molto celebri e tantissimi comuni. Emanuele Grieco ha lavorato cone operatore sanitario ed è da poco in pensione. Laureato in scienze politiche, si interessa di storia locale, è appassionato per il mondo del linguaggio e per l’indagine etimologica delle parole, il significato dei nomi e dei toponimi, non solo dei vini, e ha svolto accurate ricerche di toponomastica e di onomastica  che sono sfociate in varie pubblicazioni. Seguendo questo filone ha intrapreso uno studio sulla origine ed il significato dei nomi dei vini che ha portato alla pubblicazione di questo volume.

Il libro è stato presentato al Circolo Culturale Villa Paradiso in Via Emilia Levante a Bologna. È stato un pomeriggio davvero interessante ed istruttivo, c’è sempre da imparare e in questa epoca ipertecnologica e basata sui social un libro di questo valore culturale non viene affatto travolto dalla tecnologia. Il Circolo Culturale confina casualmente con l’Osteria Vini d’Italia, una osteria storica di Bologna, che ha curato l’aperitivo seguito alla presentazione.

Un ottimo Erbaluce assai profumato e con un bellissimo colore giallo oro, molto intenso e persistente si poteva scegliere in alternativa con un ottima Lacrima di Morro d’Alba ricco di sentori di frutta rossa, elegante, morbido e assai persistente e un Gutturnio dei Colli Piacentini robusto, ricco di note speziate ma un poco sgarbato. Il libro si può acquistare a Villa Paradiso e all’Osteria Vini d’Italia e non dovrebbe mancare nelle case degli appassionati e di chi lavora nel grande universo del vino italiano. La cultura è come una vite, va annaffiata e curata e in Italia abbiamo ottimi vini che bevuti con giusto discernimento in compagnia, bere da soli è triste e deleterio, sono un ottimo patrimonio culturale.

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L’insensata guerra sui dazi intrapresa dal  presidente americano ha provocato e sta provocando effetti particolari.

La Repubblica Popolare Cinese importa dagli Usa principalmente a livello alimentare enormi quantitativi di soia e carne di maiale, e i dazi ne hanno provocato un brusco stop. Quindi nella sterminata e iperpopolata Repubblica erede di millenarie e misteriose dinastie, nonché della rivoluzione culturale di Mao Tse Tung hanno riscoperto, obtorto collo, gustosi piatti che affondano la loro origine nella notte dei tempi e esistevano assai prima del viaggio magico in Cina di Marco Polo, foresto de Venesia, fino alla Corte del Gran Khan Kubilai discendente di Gengis Khan, a Cambaluc l’odierna Pechino.

I ristoranti, i luoghi di ristoro e i chioschi di strada, nonché le massaie, hanno rispolverato le ricette a base vegetariana dei monaci dei conventi buddisti. Al posto del maiale che è onnipresente, seppure non a buon mercato nella cucina quotidiana cinese, vengono impiegate le tante verdure di cui è straricca la Cina, grande paese industriale ed altrettanto grande paese contadino con le sue innumerevoli comuni agricole.

Nei ristoranti i piatti a base di maiale vengono serviti con le ossa ricostruite con il bambu’ e viene così appagata anche la parte visiva alla faccia degli allevatori yankees, e come costoro allevano i loro maiali è meglio non saperlo.

Una notizia non buona viene dalla corte di ingiustizia, in questo caso, europea. Nei decenni l’Italia ha sempre, o quasi, ricevuto un trattamento da parente men che povero, dimenticando che l’Italia fu grande promotrice della comunità europea e che i primi accordi sulla fondazione della Unione europea vennero firmati a Roma. Solo pochi e competenti ministri dell’agricoltura italiani hanno saputo tener testa soprattutto a Francia e Germania, e più recentemente alla Spagna, che hanno sempre infierito nei confronti della nostra unica agricoltura e viticoltura.

Mario Ferrari Aggradi, Giovanni Goria e Paolo De Castro sono gli unici che hanno ottenuto risultati a nostro favore e impedito danni maggiori .

E cosi ci ritroviamo con la Germania e altri stati europei che possono commercializzare aceto di chissà quale provenienza come balsamico. Questo perché i giudici  (di Germania & C) hanno sentenziato che una azienda che non produce l’aceto in provincia di Modena o Reggio Emilia può proporre nel mercato un prodotto chiamato “aceto balsamico” a patto che non includa nel nome nessun riferimento geografico.

L’azienda tedesca Balema commercializza prodotti, quindi più di uno, a base di aceto provenienti da vini del Baden (Pinot Bianco, Muller Thurgau, Riesling e Pinot Nero le varietà più coltivate in questa teutonica land ) utilizzando la dicitura “balsamico”.

Il consorzio di Tutela dell’Aceto Balsamico di Modena aveva chiesto alla corte europea che la  Balema cessasse l’utilizzo della  denominazione aceto balsamico per i propri prodotti. La teutonica Balema ha fatto ricorso alla Corte di ingiustizia europea che ha sentenziato quanto detto prima.

Dal 2009 l’Aceto Balsamico di Modena è inserito nel registro delle IGP e non è da confondere con l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena e Reggio Emilia che gode del marchio DOP. In sostanza tutti in Europa possono produrre aceti balsamici in chissà quale modo e con chissà quali vini o mosti, basta che nelle ingannevoli etichette apposte sulle bottigliozze non compaiano le diciture geografiche Modena e Reggio Emilia.

Grazie Europa! Umberto Faedi

Ha avuto luogo al Mast, nei giorni scorsi la proiezione di un film di Stefano Liberti ed Enrico Parenti “Soyalism” (2018 )

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I dati aggiornati della vendemmia 2019 riportano una raccolta equivalente a 43 milioni di ettolitri di vino, ai quali vanno aggiunti 14,5 milioni di ettolitri di vino nuovo, non Vino Novello attenzione, ancora in fermentazione e 15,5 milioni di mosti.

Il Vigneto Italia è tutto sommato in buona salute. Alle regioni del nord appartiene oltre il 60 % del vino prodotto in Italia.

La raccolta ricalca la campagna del 2018 che fece registrare 42,9 milioni di ettolitri di vino, 15,3 di mosti e 15,3 di vini nuovi in fermentazione. Il 50 % e più risulta essere vino a denominazione con prevalenza dei vini rossi per il 53,5 %, 25,9 % sono vini IGP e pure qui prevalgono i vini rossi con il 55,2 %, i vini varietali sono appena l’1,6 %, i vini da agricoltura ed uve certificate biologiche sono il 5,8 %, il restante 22,3 % sono vini da tavola. In Emilia Romagna l’annata 2019 ha fatto registrare un calo nella raccolta che oscilla tra il 20 e il 25 %  in meno in confronto con il 2018.

La resa totale è di poco superiore agli 8 milioni di ettolitri rispetto ai 10,3, della ultima vendemmia 2018. In Romagna abbiamo il calo maggiore che arriva in certe zone fino al 32 %, ed è più marcato per le uve rosse.

In Emilia l’area che si estende da Bologna fino a Piacenza denuncia un calo medio del 15 % con una diminuzione nella raccolta per le uve a bacca bianca. Sui Colli Bolognesi è il Pignoletto, simbolo del territorio, a subire cali anche superiori. L’uva è di ottima qualità ma ce n’è meno come ci confermano il Dottor Carlo Gaggioli e sua figlia Letizia dalla Cantina sulle colline di Zola Predosa al Borgo delle Vigne.

Recentissimamente la cantina ha ricevuto il premio Qualità  – Prezzo dalla Guida del Gambero Rosso per il Merlot Colli Bolognesi e alla 21° Rassegna Interregionale dei Vini Spumanti e Frizzanti a Verona ha visto premiati tutti i tre vini che aveva presentato: Rosato Brut Spumante Letizia, Pignoletto Spumante DOCG Il Francia Brut e Pignoletto Frizzante DOCG Colli Bolognesi.

Sempre secondo il Gambero Rosso il Ristorante dell’Agriturismo Borgo delle Vigne condotto magistralmente da Letizia Gaggioli è nella TopTen dei migliori ristoranti nei dintorni di Bologna. Ottime le prospettive per le nostre esportazioni.

Di fronte ad un leggero regresso nel mercato inglese il vino italiano progredisce assai bene in Giappone con un 15,7 % in più e ancora meglio hanno fatto le nostre bollicine, soprattutto quelle di qualità con un incremento medio di oltre il 20%, e buone prospettive si aprono in Corea del Sud anche se in questa nazione il consumo di vino è ancora limitato.

I famigerati ed ingiusti dazi voluti dal presidente degli Stati Uniti stanno invece penalizzando i liquori e i distillati italiani.

Nel mercato Usa i nostri ottimi prodotti hanno una quota del 17 % e sono al terzo posto per vendite dopo Francia e Irlanda. È un vero peccato perché a differenza di chi ci precede si registra un aumento delle vendite, tendenza confermata negli ultimi dieci anni. Il mercato Usa è  il secondo per importanza per le esportazioni italiane di questi prodotti, dietro a quello tedesco che assieme a Francia e Regno Unito assorbono i due terzi della produzione dei nostri pregevoli distillati e liquori.

Umberto Faedi

Nelle foto dall’alto : la tenuta Gaggioli, il dott. Carlo Gaggioli, la raccolta dell’uva, Letizia e Carlo Gaggioli, Lorenza Gaggioli ritira il premio

 

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