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Archive for the ‘Arte’ Category

Incidenze Spaziali

Transizioni verso il contemporaneo: nuovi progetti per il complesso di San Barbaziano

Progetto a cura di
Piero Deggiovanni
Leonardo Regano

Periodo di esposizione
dal 22 Giugno al 14 luglio 2017
inaugurazione giovedì 22 giugno 2017 ore 16

Progetto ospitato da
LABS GALLERY
via Santo Stefano, 38 Bologna

Evento OFF  – OPENTOUR 2017

in collaborazione con
POLO MUSEALE DELL’EMILIA ROMAGNA, ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI BOLOGNA

Giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna coinvolti

Luca Bernardello
Alessandro Pastore
Lucia Fontanelli
Alena Tonelli
Emanuela Perpignano
Estelle Casali
Sathyan Rizzo
Armenia
Christina G Hadley

L’attuale edificio di San Barbaziano, tra via Barberia e Cesare Battisti, è ciò che resta di un antico complesso conventuale, le cui prime tracce risalgono al periodo romanico. Sconsacrato e ridotto a poco più di un rudere urbano, questo luogo oggi conserva nelle sue strutture, ancora visibili, i segni di un passato che l’ha visto protagonista. L’ex chiesa oggi si ritrova in una condizione di incertezza, tra un passato non sempre glorioso e un futuro che stenta ad avverarsi. Silenzioso e imponente, nonostante la sua inagibilità San Barbaziano è ancora una presenza viva sul territorio, per chi vi abita attorno, per chi passando ne sbircia l’interno, per chi sta tentando di riportarlo a un nuovo splendore.
Incidenze spaziali è una mostra collettiva che nasce come indagine su questo spazio svolta attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea. A nove giovani artisti dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, scelti dopo un attento confronto tra Leonardo Regano e Piero Deggiovanni, è stato affidato il compito di studiare questo luogo e di aprirlo verso nuovi orizzonti interpretativi. In questa doppia conduzione curatoriale, i linguaggi si sono mescolati, e hanno prodotto sette progetti che hanno portato a contatto tra loro ricerche a carattere di diversa natura, neo oggettuale, relazionale, performativo e mediale, sintesi dell’emergente panorama culturale bolognese. I risultati di questa indagine si sono espressi nelle forme più recenti del linguaggio contemporaneo, muovendosi tra video, performance, pittura, installazione e fotografia.

Incidenze spaziali è un progetto organizzato nell’ambito del programma OPENTOUR 2017, promosso dall’Accademia di Belle Arti di Bologna,  dal Polo Museale dell’Emilia Romagna, a cui oggi è affidato il compito di valorizzare quel che resta della ex chiesa in attesa del restauro, e dalla LABS Gallery, che ospiterà l’intervento degli artisti coinvolti nei suoi spazi di Via Santo Stefano, 38 tra il 22 giugno e il 14 luglio.

 

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Di fronte all’Accademia delle Belle Arti di Bologna é stata dedicata una piccola piazza a Roberto Raviola Magnus (1939-1996) di cui è stato un allievo. E’ nata così l’idea di proiettare il film che ha partecipato a Biografiafilmfestival lo scorso anno , un biopic su Magnus di Paolo Fiore Angelini. Il film parla di quanto Magnus ci fosse nei suoi personaggi, Alan Ford, Lo Sconosciuto e di come i suoi fumetti facevano parte di lui. La moglie nel film riferisce che sentiva delle voci provenire dal suo studio, anche se Magnus era solo in studio, che altri non erano che la drammatizzazione delle sue vignette . Anche Satanik é una sua creatura e compagna precedente . Il film parla di come irrompesse l’arte nella vita . Tex e i suoi paesaggi traggono ispirazione da Castel del Rio dove si era ritirato Magnus fino all’ultimo dei suoi giorni a disegnare .

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La città di Bologna ha tenuto viva la memoria di Elisabetta Sirani morta avvelenata in giovane età intitolandole una scuola, il fascino di Felsina pittrice ha varcato i confini degli Oceani e ha toccato Adelina Modesti, italiana di nascita ma australiana di adozione , la Presidentessa di Inner Wheel , Maria Luigia Casalegno, anticipando la prossima pubblicazione della docente  di Melbourne che aggiorna e arricchisce il catalogo delle opere della pittrice l’ha invitata in Italia a tenere una conferenza, la dott.ssa Sassoli ha messo a disposizione il circolo a FondAntico , una galleria di opere pregevoli, in pieno centro di Bologna.

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La critica d’arte australiana nativa italiana Adelina Modesti che ha una docenza a Melbourne parla di Elisabetta Sirani (1638-1665) pittrice bolognese morta avvelenata giovanissima e nel pieno fulgore critico della sua attività pittorica. La città di Bologna le ha intitolato una scuola, la prof.ssa Modesti fra un anno presenterà un libro sulla sua opera. Molti quadri scoperti aggiornano le ricerche sulla Sirani. La conferenza si e svolta a Fondatico in via De Pepoli , 6 l’organizzazione curata  da Inner Wheel la cui presidente Maria Luigia Casalegno ha organizzato l’incontro, assieme agli amici delle Muse, l’ospitalità della dott.ssa Tiziana  Sassoli.

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Da Ridò in Via Caldarese 1/2 avrà luogo una rassegna che vede tre autori confrontarsi e aderire al progetto di arte dello show room, i tre artisti sono Nadia Fantini , fotografa, Laura Fantini, pittrice che vive e lavora tra Bologna e New York e il fotografo Willy Masetti che usa da sempre la fotografia come mezzo sperimentale.

Le mostre, che sono da effettuarsi nel periodo estivo,  sono in sintonia con i progetti estivi del Comune di Bologna, ed intendono offrire altri sguardi ai turisti per consentire un’assimilazione dei luoghi d’arte della città che sono sempre attivi . All’inaugurazione sarà presente il dott. Marco Macciantelli,già Sindaco di San Lazzaro.

Inaugurazione il 12 giugno alle 18 in Via Caldarese, 1/2

 

Florilegio di Nadia Fantini (nota critica di sandro Parmeggiani) 

 

 

L’occhio di Nadia Fantini s’avvicina e si sofferma su fiori e foglie, su insetti e rane, sulla superficie di un tronco e sulla sabbia in cui il vento ha scavato ritmi e ondulazioni appena accennate, o, più raramente, si spinge lontano a cogliere le geometrie che l’uomo ha nel tempo costruito e sedimentato sulla terra, e sempre ci svela colori, forme, composizioni che escono dall’ignoto e dal mistero in cui fino ad ora la pigrizia del nostro sguardo li aveva confinati. Soprattutto, quando l’occhio di Nadia si spinge a sfiorare un tronco rugoso, segnato dalle asperità del tempo, o un intrico di foglie che non è l’esito di un’abile mano umana nel disporre una certa composizione, o ancora le increspature ossessive della sabbia, ci rendiamo conto di quanta bellezza s’annidi intorno a noi, qualcosa che abbiamo talvolta scoperto nelle opere d’arte. E ci rendiamo conto della verità intuita da Leopardi: per catturare l’infinito, il suo senso profondo, non è necessario spingere lo sguardo verso un orizzonte lontano, ma basta osservare ciò che è a noi prossimo, ciò che per definizione è finito: nel finito s’annida l’infinito.
Le fotografie di Nadia Fantini nascono da questa sua esigenza di avvicinarsi, di fare silenzio e di trattenere il respiro, quasi, di varcare la soglia di ciò che comunque potrebbe essere ritenuto ormai conosciuto, tante volte incontrato, per andare testardamente alla scoperta di ciò che di ignoto vi si cela, e che spesso si rivelerà sublime: si comporta, il suo occhio, come l’esploratore o il ricercatore che sanno che ci sono ancora luoghi o argomenti in ombra, sui quali occorre gettare luce. Da questo punto di vista, le sue immagini sono anche il diario di un percorso di iniziazione e di conoscenza personali, di scoperta della bellezza e del perenne mistero delle cose: un sentiero, lungo il quale lei si è da anni incamminata, per giungere alla “radura”, al “chiaro del bosco” dove le cose finalmente si rivelano nella loro verità. Si è detto, e a ragione, che molti hanno imparato a vedere i girasoli grazie a van Gogh, e potrei aggiungere che può capitare di essere sedotti da un mazzo di fiori che se ne sta dentro un vaso sul tavolo da lavoro non solo perché siamo a pochi centimetri, ne possiamo leggere petali, corolle, pistilli – nel mio caso specifico, l’alveare di petali di alcuni fiori d’ortensia blu –, ma anche perché sempre ritorna la memoria di un dipinto in cui quei fiori sono stati rappresentati e che abbiamo nel passato incontrato, in un museo, in una mostra, su un libro. Forse, in questo processo di avvicinamento si potrebbe correre il rischio di inoltrarsi nella terra dello stordimento, ma Nadia è molto abile nel controllare l’inquadratura e la messa a fuoco di un dettaglio, fissando l’obiettivo su un lacerto che merita di essere esaltato o su un frammento in cui le forme del reale s’accostano, s’intrecciano, rimano tra di loro, come se la mano di un artista invisibile ne avesse curato la disposizione.

Lunga è la tradizione della fotografia naturalistica. Senza considerare i reportage – si pensi solo a quelli, spesso davvero di straordinaria qualità, di National Geographic – molti fotografi si sono cimentati con l’architettura e le forme di fiori e foglie, catturati nella loro nuda essenza: si pensi, solo per fare un elenco del tutto manchevole, ai capolavori in bianco e nero di Blossfeldt, Weston, Steichen, Ansel Adams, Alvarez Bravo, Kertész, Mapplethorpe, Moriyama, Hütte. Nadia Fantini viene da un’altra esperienza – per lei la fotografia è stata l’esperienza di un’immersione nella natura, di un coinvolgimento diretto e personale che non si limitasse a inseguire e fissare la rivelazione di una forma pura – e ha imboccato una strada in cui non ha rinunciato al colore, alla sua capacità di renderci atmosfere di luce, scintillii, stordimenti, vapori. È, il suo, una sorta di rapporto personale con la natura cui lei non può rinunciare, quasi che le interessasse farsi natura, assumere un certo ritmo di respiro sincrono con quello del reale, annullare quasi il proprio intervento, non limitarsi a guardare da fuori ma avvicinarsi fino al punto estremo in cui l’occhio è giunto sull’impervio crinale oltre il quale perde la propria capacità di vedere. In queste sue immagini – esito di una luce e di un momento irripetibili – il tempo pare sospeso; nella vita reale, i fiori, più o meno lentamente, svaniscono, le foglie cadono, anche se può consolare sapere che, dentro il ciclo vitale, fiori e foglie di quel tipo torneranno in un’altra primavera, pur senza replicare esattamente l’unicità e l’irripetibilità del vivente che furono; nelle foto di Nadia, tuttavia, si respira un senso di perenne.
Sandro Parmiggiani

 

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Il Maestro Nino Migliori vede la sua foto nella conferenza del prof. Riccomini.

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Due anniversari nel 2017  per il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna e per l’edificio che lo ospita, il Forno del pane: il 5 maggio di 10 anni fa apriva i battenti la nuova sede dedicata agli sviluppi più recenti dei linguaggi artistici, che raccoglieva l’eredità della Galleria d’Arte Moderna di Bologna.

Un secolo fa, nel 1917, entrava in funzione il forno cittadino voluto dal sindaco Francesco Zanardi per far fronte alle difficoltà di approvvigionamento dei cittadini bolognesi nel corso della prima guerra mondiale.Per celebrare questi eventi, venerdì 5 maggio e sabato 6 maggio 2017 il museo si apre alla cittadinanza con due giornate di festa sul tema che guidò l’attività politica di Zanardi: “Pane e Alfabeto”.

Il prof. Eugenio Riccomini ha tenuto una conferenza sul pane raffigurato nell’arte : il Pane dipinto , iniziando dalla raffigurazione del pane degli antichi egizi.

Le foto in alto  ritraggono il prof. Eugenio Riccomini in occasione della presentazione  del  volume : Scritti per Eugenio. 27 testi per Eugenio Riccòmini che il figlio Marco ha curato e gli ha dedicato. Nel volume (pubblicato con il patrocinio del Comune di Bologna ed il sostegno della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna) 27 saggi sull’arte antica e moderna, molti dedicati a Bologna e all’Emilia, scritti da storici dell’arte, appartenenti a diverse generazioni, alcuni dei quali amici personali di Riccòmini.

Al centro della foto il prof. Eugenio Riccomini, a sinistra la sua assistente Lorenza , il figlio Marco dietro lui e Alighiera Peretti Poggi, curatrice e figlia di Wolfango .(foto di Roberta Ricci)

 

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