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Un ponte chiamato relazione. Dialogo col regista Massimo Manini

di Roberta Ricci

A partire dagli anni ’60, comincia in ogni parte del mondo una vera e propria presa di coscienza ecologica da parte di molti artisti, che verrà definita con il nome di Land Art (uso dei materiali naturali) e con Environmental Art (installazioni presso vari luoghi). Negli ultimi anni di questo inizio secolo, questa attenzione degli artisti nei confronti della natura si è trasformata in una vera e propria dedizione alla salvaguardia del territorio e del paesaggio, mettendo a disposizione delle comunità il proprio pensiero visionario. Tra le varie azioni attivate, oltre a quelle già note di Franco Arminio o di Mauro Corona, c’è quella del bolognese Massimo Manini, attore, autore e regista, che da alcuni anni, dopo essersi trasferito in Umbria, si sta dedicando a riallacciare una “relazione” tra un territorio e il sito che gestisce: la Foresta Fossile di Dunarobba (in provincia di Terni).

Conoscendo la tua dedizione al teatro civile (penso ad opere come “Bologna 2 Agosto” o “l’affaire Mortara”) cosa ti ha portato a fondare una cooperativa di comunità che si occupasse di valorizzare un sito paleontologico, allontanandoti dal lavoro finora compiuto?

Innanzitutto non mi sono affatto allontanato dal mio lavoro: anzi, l’azione ideata per valorizzare un bene straordinario come la Foresta Fossile di Dunarobba e il territorio in cui essa è sita, non è altro che l’estensione di quel Teatro della Memoria e Impegno Civile da cui provengo; non ho fatto altro che trasferire alcune dinamiche appartenenti alla scena, a quelle più quotidiane della vita reale di cui un sito e il suo territorio necessitavano. La cosa in più che aggiunge valore al lavoro svolto, è il fatto di poterlo fare con la gente della comunità, con persone del luogo che ne sono i quotidiani protagonisti. Quindi, nel
pensare un progetto di valorizzazione di un sito così importante, non ho cambiato lavoro: anzi, faccio esattamente ciò che ho sempre fatto, l’artista, ma portando la mia esperienza in un campo diverso dallo spettacolo, insieme a professionisti, archeologi, scienziati: solo con questi “attori” potevo riattivare quella relazione tra persone e ambiente di cui mi sono sempre occupato.

Ecco, era proprio qui che volevo arrivare, a questa “relazione” tra uomo e natura, che il genere umano ha incrinato a causa dell’effetto delle sue azioni. Cosa può fare un artista per salvare questa relazione?

Intanto farei una distinzione tra gli artisti che perseguono una relazione personale con la natura e gli artisti che agiscono insieme alla comunità. Sono due approcci molto diversi: nel primo c’è l’esigenza dell’individuo che mira a soddisfare la propria ricerca, nel secondo c’è una sensibilità diversa. Mettere a disposizione della gente una visione e una prospettiva nuove, significa coinvolgerle e invitarle a ri- conoscere e ri-appropriarsi del proprio territorio. Il progetto di valorizzazione della Foresta Fossile parte dall’idea di relazione mutuata dal teatro, un campo che conosco molto bene: una relazione è fatta anche di ascolto, di percezione, di “sentire e restituire le cose a pelle”. E quindi l’artista deve provare ad ascoltare le persone ma soprattutto deve trasmettere agli altri ciò di cui l’ambiente ha bisogno.

Certo, come artista ti capisco. Ma perché chi abita un territorio non sempre riesce a cogliere gli aspetti essenziali del proprio luogo?

In qualsiasi società, dove la frenesia del dover correre la fa da padrona, è facile perdere di vista l’importanza del luogo in cui viviamo, che è poi ciò che ci identifica e che ci distingue. È come non curarsi di una cosa che ci appartiene. E quindi la cosa più naturale che viene da pensare, è il vantaggio che si può trarne. La soluzione sarebbe rallentare la propria corsa e fermarsi a pensare come cambiare il rapporto con l’ambiente in cui si vive. Ma non tutti riescono o vogliono farlo. Heidegger dice “abitare è essere”, laddove per “abitare” s’intende il “costruire”. Ma il “costruire” non è concepito come “l’edificare”
un qualsiasi edificio: bensì il “progettare”, il “pensare” l’ambiente in cui si vive o si sceglie di vivere, guardandolo da un punto di vista “dinamico”. Per molti, invece, il “costruire” equivale a tirare su muri. É a quel punto che comincia a vanificarsi ogni tipo di relazione: anche con l’ambiente in cui si vive.

Il punto di vista dell’artista fa la differenza, quindi: ma non tutti sono visionari. Alphonse de Lamartine diceva: “la fotografia è più di un’arte, perché l’artista collabora con il sole”…

Se un’affermazione del genere, alla fine dell’800, poteva suonare strana, oggi non lo è più. Il ruolo dell’artista, nella società contemporanea, è fortunatamente cambiato, in quanto ormai da tempo ha smesso di essere un’entità astratta che vive in un mondo tutto suo; è invece sempre più in grado di comprendere la realtà, spesso anche meglio di altri, perché vive non solo in prima linea rispetto alla massa, ma lo fa nell’avamposto più avanzato del pensiero umano: quello della creatività, che consiste nel sapere realizzare cose che altri nemmeno immaginano: come l’idea di “collaborare con il sole”. Quando Heidegger circoscrive il concetto di abitare ed essere, partorisce altri due pensieri. Il primo è che per progettare un territorio non è necessario nascerci, ma viverlo, e quindi capirlo per ripensarlo; il secondo è che scegliere di abitare in un paese in cui non si è nati, è come adottare quel luogo, contribuendo, assieme a chi ci è cresciuto, a dargli un futuro nuovo, scevro da retaggi culturali. Come il fotografo di de Lamartine, l’artista coglie nella luce sfumature che lo proiettano oltre il luogo in cui agisce, in un futuro che gli altri non intuiscono. Quando non si appartiene ad un dato universo, è bene tenersi a distanza per osservare senza pregiudizi: solo col tempo ci si potrà avvicinare al sole senza temere di bruciarsi. É in quel momento che comincia la collaborazione: non solo con “il sole”, ma con l’intero sistema, perché pazientemente se ne fa già parte.

Tutto molto chiaro. Ma torniamo al tuo lavoro e a quel concetto di relazione che ti fa uno di quegli artisti che contribuiscono a fornire occhi nuovi con cui guardare il proprio paesaggio. Tu non sei Umbro…

È vero, sono emiliano, di Bologna, ma vivo in Umbria da 15 anni: è il mio lavoro che mi ha portato qui. Posso dire di aver capito questo territorio attraverso il rapporto con le persone che vi sono nate. Ritornando ad Heidegger, condivido l’idea che non esiste un “diritto di nascita” legato ai luoghi, ma solo un dovere di appartenenza a un “territorio che non ha confini”: quello di una “responsabile consapevolezza” o “jus culturae” che ti fa sentire cittadino ovunque. Paradossalmente, ci si può sentire di più a “casa” in quei luoghi in cui non si è nati: la realtà dei fatti, è che in molti casi, questo non solo è vero, ma è necessario per lo sviluppo di un luogo. Gli sguardi nuovi, insomma, rinnovano il paesaggio: allargano il territorio e la sua cultura. Donano ad esso quella nuova linfa che diversamente andrebbe esaurendosi. Per citare un altro grande fotografo, Ansel Adams, “Nella fotografia, non c’è solo l’immagine che hai visto, ma anche i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”. Lo stesso posso dire per la mia idea di teatro: un luogo in cui raccontare la storia di una relazione che deve ancora accadere: quella tra una Foresta e la gente del proprio territorio. D’altronde il fascino di ogni relazione, e quindi dell’arte, non è quello di costruire ponti? Ecco: io sto cercando di fare questo.

Massimo Manini è attore, autore e regista di teatro, video e cinema nell’ambito della Memoria e Impegno Civile. Dal 1997 è ideatore di progetti di educazione e propedeutica teatrale all’interno delle scuole di ogni ordine e grado. Formatosi negli anni ’70 con esponenti internazionali del teatro di ricerca, ha lavorato come attore nelle maggiori rassegne e festival nazionali e internazionali, in televisione, e produzioni cinematografiche. Ha lavorato nel campo della pubblicità e comunicazione come grafico free-lance, copywriter, e assistente di studio per campagne pubblicitarie d’importanza nazionale. Autore del romanzo storico “Fòdbal 4a Brigata”, dal 1 luglio 2018, è ideatore e presidente di Surgente, la prima Cooperativa di Comunità dell’Umbria fondata per gestire la Foresta Fossile di Dunarobba: da questa esperienza, nasce l’idea di uno studio chiamato Economia di Relazione.

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Roberta Ricci
Biografia Roberta Ricci

Pubblicista e blogger, appassionata e studiosa di fotografia, in particolare sullo studio della fotografia nelle varie applicazioni di ricerca sul linguaggio dell’immagine, si è laureata all’Università di Bologna con una tesi intitolata: “I bambini e la fotografia”. Ha diretto un ciclo di incontri e di interviste su SAT 2000 avendo tra gli ospiti il maestro Pupi Avati: ha inoltre collaborato col regista Giorgio Diritti per la realizzazione di alcuni programmi televisivi. Per realizzare alcuni importanti progetti artistici, culturali e di comunicazione riguardanti la città di Bologna, ha creato assieme ad altre personalità della cultura cittadina, l’associazione Mistic Media, un progetto di documentazione video con cui promuovere e dare voce ad autori e artisti del capoluogo felsineo.

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Land Art Performance

Comunicato Stampa

Performance di Land Art

OMAGGIO A BEETHOVEN

250 Anni dalla sua nascita

Dario Gambarin

Castagnaro (VR)

E’ dedicata al 250esimo anniversario della nascita di Beethoven l’ultima opera di land art dell’artista Dario Gambarin, realizzata a Castagnaro, in provincia di Verona. L’opera, che misura 25.mila metri quadrati, è il più grande ritratto esistente al mondo del sommo musicista,  eseguito con trattore, aratro ed erpice rotante  a ‘mano libera’, cioè  senza tracciamenti precedenti. “Ho voluto dedicare questo colossale ritratto all’assoluto Beethoven – spiega Gambarin – affinché il suo inno alla gioia diventi l’emblema della gioia di rivivere augurando a tutto il mondo la fine di questa terribile pandemia, confidando nell’imminente arrivo del vaccino”.

Gambarin ha realizzato in passato numerosi ritratti dedicati a personaggi di spicco, tra cui Obama papa Francesco, Biden, Fidel Castro, Leonardo da Vinci e Dante Alighieri, e a temi ambientalistici (Greta Thunberg) e di attualità (vax Coronavirus gennaio 2020), imponendosi all’attenzione dei media e delle tv di tutto il mondo.

Si ricorda che 50 anni fa, nell’ottobre del 1970, sono iniziate le riprese del famoso film di Kubrick Arancia Meccanica e la Nona di Beethoven è la colonna sonora portante del film

Informazioni

Video e Foto

Dario Gambarin

dariogambarin@libero.it

0039-333-8909901

HOMAGE to BEETHOVEN

Celebrating 250 years since Beethoven’s birth

Dario Gambarin

Castagnaro (Verona) Italy

Dario Gambarin’s most recent Land Art Performance is dedicated to the 250th anniversary of Beethoven’s birth. The work, located in Castagnaro, near Verona, Italy measures 25,000 square meters and is the largest portrait of Beethoven in the world. It was created with a tractor, plough, and rotary harrow without the aid of preparatory drawings or markings on the ground. “I dedicate this colossal portrait to the one and only Beethoven” in hopes that his “Hymn to Joy” will be the emblem of our renewed joy in life”, Gambarin said, and added: “along with the wish for an end to this terrible pandemic, as we trust in the imminent arrival of a vaccine.”

Gambarin’s portraits of leading figures have included, among others, Obama, Pope Francis, Biden, Fidel Castro, Leonardo da Vinci and Dante  Alighieri. He has also dedicated Land Art Performances to specific themes such as the environment (Greta Thunberg) and the Coronavirus itself (Vax Coronavirus, January 2020). His work has caught worldwide attention earning him international recognition.

Fifty years ago, shootings for Kubrick’s “A Clockwork Orange” began in October 1970. The main sound track for the film is Beethoven’s 9th Symphony.

Information

Videos and Photos

Dario Gambarin

dariogambarin@libero.it

0039-333-8909901

 

 

 

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Dario Gambarin

LANDART PERFORMANCE

“DANTE”
Il più grande ritratto al mondo del Sommo poeta DANTE a settecento anni della sua scomparsa per raccontare la sua straordinaria opera e la sua composita e retta personalità.

Castagnaro (Verona) – Italia

6 Settembre 2020

“Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (Divina Commedia, Inferno V°, v.103). Forse l’amore si può perdonare ma non i truffatori, gli imbroglioni, i ladri di qualsiasi parte del mondo siano.

“Non v’accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla, che vola a la giustizia sanza schermi?” (Divina Commedia, Purgatorio X°, v. 124-126)

E come dice l’artista Dario Gambarin – sembra che dopo settecento anni non sia cambiato niente. Rimane solo la speranza che l’arte, la bellezza e l’amore possa muovere il sole e tutte le altre stelle. – “L’amor che move il sole e l’altre stelle.” (Divina Commedia, Paradiso, XXXIII°, v.145)

Il ritratto di Dante ha una luce particolare su questo terreno come se il grande poeta volesse  illuminarci ed esortarci a rileggere la Divina Commedia in questo difficile periodo storico.

L’opera è di 25.000 metri quadrati, si trova a Castagnaro in Provincia di Verona (Italia), disegnata a mano libera con trattore, aratro ed erpice rotante. Dario Gambarin ha realizzato in precedenza, con le stesse modalità, opere di LANDART, trattando temi di attualità (ecologici, economici, politici e sociali) ed inoltre ritratti di numerose personalità tra cui Obama, Papa Francesco, Leonardo da Vinci, Greta Thunberg, Mandela, Martin Luther King e Joe Biden che lo hanno reso famoso in tutto il mondo.

Informazioni

Foto e Video

Dario Gambarin

Cellulare 0039-333-8909901

Mail dariogambarin@libero.it

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Un’ opera di Land Art per celebrare i 700 dalla morte di  Dante Alighieri . opera che è stata realizzata con un trattore in un campo di 25.000 metri quadrati ed è stata realizzata su un terreno agricolo a Castagnaro, Verona, dall’artista Dario Gambarin. Si tratta del più grande ritratto al mondo del sommo Poeta: sotto al profilo dell’autore anche la citazione “Amar Perdona” del celebre verso del V canto dell’Inferno.

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La realizzazione

https://www.lapresse.it/cultura/arte/land_art_con_un_trattore_realizza_il_ritratto_di_joe_biden_in_un_campo_di_grano_vicino_a_verona-2806087/video/2020-07-20/

 

COMUNICATO STAMPA

Land-art PERFORMANCE

Dario Gambarin

“FLY BIDEN FLY”

E’ dedicata a Joe Biden, candidato dei democratici alla prossime presidenziali Usa, l’ultima performance di Land-art dell’artista Dario Gambarin, intitolata “Jump e Fly”. L’opera è stata realizzata a Castagnaro in provincia di Verona su un terreno di 27mila metri quadrati, su stoppie di grano trebbiato, tracciata, a mano libera , con trattore, aratro ed erpice rotante.

Gambarin ha realizzato in precedenza con le stesse modalità ritratti sulla terra di numerose personalità, tra cui Obama e papa Francesco, Hillary Clinton che lo hanno reso famoso in tutto il mondo.

Questa volta ho scelto Joe Biden – ha spiegato l’artista – perché il suo aforisma “ My own father had always said the measure of a man wasn’t how many times or how hard he got knocked down, but how fast he got back up1“ mi ricorda quello che mio padre soleva sempre ripetermi in dialetto veneto: non importa quante volte cadi, ma quanto velocemente ti rialzi e corri più forte di prima.

1 (“Mio padre aveva sempre detto che la misura di un uomo non era
quante volte o quanto fosse stato abbattuto, ma quanto velocemente si rialzava.”Joe Biden)

INFORMAZIONI

FOTO e VIDEO

cell.: 0039-333-8909901

e-mail: dariogambarin@libero.it

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