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Archive for febbraio 2014

Ridley Scott  ha completamente ripensato il genere cinematografico peplum, l’ha reso fruibile, ricco di azione, ha ricostruito  con costumi , situazioni e battaglie la quotidianità dell’antichità.

Le pugne de “Il gladiatore” sono realistiche, infatti il prof. Giovanni Brizzi , docente di Storia romana dell’Università di Bologna, già studente dell’esimio prof. Giancarlo Susini, si lancia in sperticate lodi per la contestualizzazione delle battaglie e la loro realizzazione ne “Il gladiatore”, citandole a lezione. Non è semplice, a posteriori ,descrivere le tecniche delle battaglie dei romani, come ad esempio la testuggine, oppure ipotizzare il canale pieno di combustibile per incoccare le frecce infuocate.

Ecco una grande missione del cinema :  fare rivivere la storia.

Quando ho saputo che Paul William Scott Anderson, classe 1965 si era lanciato nella difficilissima impresa nella ricostruzione  della eruzione di Pompei mi sono affascinata, un regista giovane, che aveva fatto action movies e videogiochi , come poteva lavorare realisticamente sugli archivi della memoria antica? La interpretazione che segue Anderson è quella di Plinio il Giovane,  citato all’inizio , che ha elaborato con una certa enfasi   la scrittura dello zio,Virginio Rufo, o  Plinio Il Vecchio,  che morirà scrivendo le sue memorie colpito da un sasso incandescente causato dall’eruzione mentre assieme ad altri cerca disperatamente, una via di fuga dal mare.

Anderson non è solo regista, è anche produttore , ha creduto doppiamente in questo film che porta alla luce la vita della città antica prima di questo evento.

La disposizione geografica del vulcano non è ben chiara, si sa che,  in seguito a questa esplosione la geografia della zona ha comprensibilmente  cambiato aspetto. Ciò che viviamo di Pompei è sapere che grazie alla lava che ha calcificato l’intera città noi oggi possiamo sapere come si viveva un tempo, usi, costumi, civiltà, per mezzo di questo enorme disastro.

In realtà il film inizia in Britannia, con la strage di un gruppo di Celti dedito all’allevamento dei cavalli, sopravviverà solo un bambino, che, fingendosi morto  marchierà a sangue il suo odio contro Roma.  L’imperatore Tito, che succede a Vespasiano, suo padre, è un uomo di pochi scrupoli e si comporta come un vero imperialista , nonostante che Svetonio ne parli intessendo sperticate lodi, sappiamo che il Senato romano esitava a riconoscere difetti degli ‘imperatori e preferiva imbastire delle storie che  spesso erano più enfatiche di ciò che veramente erano.  Infatti, il Talmud, altra fonte storica attendibile  , ne parla in tutt’ altro modo. Tito veniva paragonato a Nerone e il suo emissario (Kiefer Shuterland)  il senatore Corvo, era un sanguinario senza scrupoli.

Il bambino cresciuto, Milo,  giunge a Roma e diventa gladiatore trascinandosi il suo fardello d’odio e diventando un combattente di eccezionale bravura. In uno spostamento a Pompei per concorrere nell’arena (di cui a tutt’oggi permangono le vestigia)  soccorre una carrozza in panne in cui viaggia la bellissima Cassia , che, per motivi diversi da Milo è  stanca di Roma  e fa ritorno a Pompei, nella casa di suo padre che è il regnante.

Il coup de foudre assicurato , ed è l’ amore fra queste due persone così diverse che darà speranza alla morte, ed è  anche realistica la critica a Roma imperiale dei due giovani che finirà col legarli in modo appassionato.

Forse è proprio l’amore che rende possibile la visione di questo film che racconta sia pure in modo moderno una sciagura così spaventosa da cui l’umanità a tutt’oggi non trova una risposta.

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                                                  foto e recensione  di Roberta Ricci

Il film è girato a Toronto, l’esplosione del vulcano di Pompei  è avvenuta 1l 24 agosto del 79 d.C.

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Museo Alinari

Il Museo Nazionale Alinari della  Fotografia ha sede in Piazza Santa Maria Novella, 14 a Firenze.

Proprio in piazza Santa Maria Novella, a Firenze, nel suo viaggio in Italia, Stendhal ebbe quel famoso mancamento/estasi , suscitato dal rapimento estatico verso una bellezza struggente,che viene descritta a tutt’oggi come  la Sindrome di Stendhal, ed è proprio in Piazza santa Maria Novella che  si trova il Museo Nazionale Alinari.

Il Museo non è grande, c’è tuttavia una raccolta molto interessante che ci propone la visione degli avi della fotografia , dagherrotipi, stampe all’albumina, kalotipi. Una suggestione senza tempo, il laboratorio degli Alinari era articolato in una casa su veri piani, lo studio aveva il soffitto di vetro per beneficiare della luce durante le ore del giorno.

Alcune immagini sono di defunte e defunti  messi in posa per rendere eterno il loro ricordo, signore distinte, bambini che paiono addormentati, una riflessione sull’essenza stessa della fotografia.

Per consentire ai non vedenti la visione delle immagini ci sono delle tavole in rilievo che suggeriscono la palpabilità delle  riproduzioni, Leonardo Da Vinci ha barba e capelli posticci e c’è una riproduzione in rilievo di Peggy Gugghenheim con i suoi stravaganti occhiali. A causa della delicatezza delle collezioni la luce è fioca e anche chi ci vede può aiutarsi con i supporti.

Il collezionismo fotografico è degli autori di maggior rilievo, Nino Migliori (Ossidazioni) Franco Fontana, Mario Giacomelli, Paolo Gioli, Luigi Ghirri,  una piccola collezione  significativa per la storia della fotografia. Ci sono  anche alcune tavole di Muybridge “Animal Locomotion”  . Accanto alle foto da collezione ci sono alcune immagini dell’inizio del ‘900 con una pionieristica ricerca in 3d. In un piccolo canocchiale si vedono in rilievo fotografie di signorine discinte, oppure di paesaggi montani, con un effetto di rilievo sorprendente.

Per chi desidera trascorrere qualche ora in compagnia della storia della fotografia evocandone gli antichi fasti è  il posto giusto

                                            Roberta Ricci

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Elisabetta Villaggio ha presentato il suo libro “una vita bizzarra” alla Biblioteca delle donne di Bologna, letture e commenti di Donatella Allegro.

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I beni comuni e la collaborazione fra i cittadini : verso una cittadinanza attiva
Il convegno :

Il tesoro nascosto :

dal blog del Sindaco di Bologna

Parte da Bologna la rivoluzione civica per la cura dei beni comuni

Abbiamo provato a vincere una scommessa, quella di non lasciare lettera morta quella sussidiarietà iscritta ormai da 10 anni nella nostra Costituzione e che senza una sua traduzione pratica rischia di rimanere lettera morta o peggio una grande ipocrisia costituzionale. Abbiamo provato a vincere un’altra scommessa, quella di fare dell’apporto dei cittadini al governo della città non un fatto episodico o peggio una supplenza rispetto alle mancanze del pubblico, ma un modo normale di amministrare. L’amministrazione condivisa, ancor più intorno ai beni comuni, quei beni che non sono né del pubblico né del privato bensì sono beni di tutti e che migliorano la vita di tutti.

Abbiamo poi provato a vincere una terza scommessa: quella di scrivere delle regole che semplificano. Da sempre nella percezione comune le regole e le norme sono viste come lacci e lacciuoli, e invece noi vogliamo riscoprire attraverso il “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”, l’idea di regole come possibilità. E infine abbiamo scommesso sulla possibilità che l’amministrazione si rappresenti al cittadino attivo in modo unitario, con un unico ufficio, un unica responsabilità individuata e individuabile superando quell’immagine da commedia all’italiana in cui il rapporto fra il cittadino e l’amministrazione è rappresentato dal passaggio continuo da un telefono e una responsabilità a quell’altro per finire con un nulla di fatto.

Scommesse queste che non possiamo e non vogliamo vincere da soli, ma appunto vogliamo condividere. E che nascono dalla condivisione, dalla condivisione anche delle difficoltà, degli ostacoli, dei vincoli burocratici che le hanno fin qui impedite o limitate.

Il progetto “Le città come beni comuni” ha inteso fare dell’amministrazione condivisa il tratto distintivo del Comune di Bologna, mostrando con i fatti che l’alleanza tra cittadini e istituzioni è non solo teoricamente auspicabile, ma anche realmente possibile.

Due anni di lavoro sul campo, poi la stesura del regolamento. Partire dai problemi dei quartieri, per arrivare alla Costituzione. Partire dai problemi non solo e tanto per indicarli ma per risolverli. Per provare il gusto delle cose che cambiano davvero. Alleanza in luogo di gerarchia. Questo è stato il metodo di lavoro seguito, un metodo che dice e insegna molto, un metodo rivoluzionario, essere attivi in un periodo caratterizzato dalla disillusione, dal pessimismo e da un rapporto fra istituzioni e cittadini che troppo spesso tende alla passività e alla lamentazione reciproca.

Se c’era una città dove poteva nascere questo regolamento, lo dico con orgoglio, è Bologna. Il tema sussidiarietà è stato inserito nella Costituzione finalmente nel 2001, ma questa città ha una tradizione civica che ha anticipato ampiamente quanto è stato previsto nel 2001. Pensiamo alla tradizione dei nostri centri sociali e anziani, alle nostre associazioni, abbiamo un ricchissimo tessuto di terzo settore e volontariato, e abbiamo anche una tradizione fortissima di partecipazione alla vita del comune.

Ciò non significa che il Comune rinuncia a fare il proprio mestiere, ma che una città per migliorare ha bisogno di passare ad una amministrazione condivisa, cioè un’idea di partecipazione che dà potere ai cittadini di condividere le scelte amministrative. Le esperienze che abbiamo sono positive, cittadini che si organizzano autonomamente per dare servizi di interesse generale fanno spesso molto meglio di servizi impostati in modo burocratico. Questo ci darà anche la possibilità di aumentare l’efficacia dei nostri interventi. Il Comune quindi non rinuncia alle proprie prerogativa, ma comprende, anche in base alla nostra tradizione, che per fare meglio le cose si possono affidare direttamente ai cittadini. Nel concreto si tratta di cura dello spazio pubblico, gestione dei nostri parchi, pulizia della città, il tutto con un sostengo pieno da parte dell’Amministrazione comunale.

Grazie al lavoro che è stato fatto in questi anni l’Amministrazione ha compreso che le regole possono essere non solo dei paletti, dei vincoli, delle perdite ti tempo, ma una potenzialità. Con questo regolamento che proponiamo noi diciamo: abbiamo fatto delle regole per sostenervi e per permettervi di far le cose che proponete all’Amministrazione. Tutta le persone che lavorano in Comune avevano già questa predisposizione e con questo lavoro si riorganizzano per essere predisposti a sostenere le attività che i cittadini propongono. In concreto vuol dire non lasciare il cittadino da solo a seguire l’iter per essere autorizzato. I cittadini avranno inoltre un interlocutore unico a cui rivolgersi che semplificherà la possibilità di attuare gli interventi.

Ringrazio tutte le cittadine e i cittadini che si sono presi cura dei beni comuni della città. Il progetto è partito in tre quartieri cittadini. Oggi con il regolamento la possiamo generalizzare ed andare avanti con i progetti per la cura di tutta la città. Il termine cura è molto importante perché significa comprendiamo insieme quanto sia importante preservare del luogo in cui viviamo. Ed è molto importante rispetto anche a quello che stiamo facendo come Amministrazione per il futuro della nostra città. Bologna ha bisogno di nuove infrastrutture, di nuovi investimenti. Tutte queste infrastrutture materiali e immateriali hanno però bisogno di una città intelligente. E questo regolamento fa parte della cosa più importante di cui abbiamo bisogno, dell’innovazione civica. I nostri grandi progetti possono essere vissuti come l’occasione per migliorare la nostra convivenza civile.

E’ un’iniezione di forte energia per la nostra città che offriamo a tutti gli altri comuni. In questi mesi stiamo sempre di più chiedendo riforme al Governo, ma in quest’ottica è anche importante dimostrare che è possibile cambiare le cose a cominciare dal basso, autoriformandosi.

E in questo la differenza la fanno le persone. Per il loro grado di istruzione, per la qualità della vita in città che contribuiscono a creare. Dobbiamo uscire dall’incubo della contrapposizione tra l’individuo egoista che pensa ai suoi interessi e lo Stato, è una contrapposizione che Bologna si lascia volentieri alle spalle. Sui può condividere l’amministrazione ed essere persone. Persone che esercitano la propria libertà in modo responsabile. Bologna questo lo dimostrerà e lo offre a tutti gli altri comuni come una possibilità per cambiare le cose di cui il nostro Paese ha bisogno.

Questo è possibile a Bologna perché abbiamo il professor Marco Cammelli che è Presidente della Fondazione Del Monte e che con i suoi collaboratori da tempo lavora con noi a questa nuova esperienza di partecipazione. E’ possibile perché Labsus, laboratorio per la sussidiarietà coordinato dal professor Gregorio Arena, ha individuato Bologna come progetto pilota per questo nuovo regolamento, e lo ringrazio per questo. E’ possibile per il serbatoio di energie che è il Centro Antartide, per la collaborazione con la Soprintendenza, perché i Presidenti di Quartiere sono in prima linea e molto attivi in questo campo.

Ringrazio l’assessore Luca Rizzo Nervo per la passione con cui ha seguito questo progetto e i dirigenti e i funzionari del Comune di Bologna. Se c’è una Amministrazione che può dare molto alla riforma della pubblica amministrazione del nostro Paese è rappresentata dai dirigenti, funzionari e dipendenti del Comune di Bologna. E per questo progetto voglio ringraziare in particolare Donato Di Memmo per il lavoro che ha fatto insieme a Chiara Manaresi e Antonio Carastro.

                                                          Virginio Merola

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Intanto che il fiorentino più famoso d’Italia, Matteo Renzi,  stava componendo la lista dei Ministri , all’Università di Ferrara, sede di Cento, assieme alla Fondazione Olindo Malagodi , Fulvia Sisti, giornalista di Rai 3 , ha organizzato degli incontri sull’Aritmetica della democrazia, per invitare gli studenti alla partecipazione attiva.  La conferenza è stata tenuta dal prof. Gianfranco Pasquino.

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La mostra di Robert Capa a Firenze è un corpus di 150 immagini, scattate al seguito degli Alleati in Italia , fra il 1943 e il 1944.
Le foto sono state prestate dal Museo di Budapest che  possiede un lascito di 950 immagini di Capa.
Le fotografie sono state scattate in Sicilia, a Troina, a Cassino, a Napoli ed hanno tutte in comune gli orrori della guerra.
C’è una sottile disputa fra gli storici che sostengono che la storia non ha bisogno di essere raccontata per immagini, mentre, guardando queste fotografie ci si rende conto che non parlano solo di storia ma di società, di umanità, di relazioni. Situazioni difficilmente spiegabili con le parole, immagini che colgono aspetti profondi delle ferite inferte dalla guerra nel quotidiano delle persone.
Le foto provengono da Budapest, Robert Capa nasce lì il 22 ottobre del 1913, mentre morirà il 25 maggio del 1954 nel sud est asiatico calpestando una mina mentre fotografa.
Le foto sono precedenti alla collaborazione di Endre Ernő Friedmann , Robert Capa (era un nome che aveva lui stesso inventato ) alla collaborazione con Life, il primo contratto infatti arriverà proprio durante la permanenza , al seguito degli Alleati in Italia, di Capa.
Tra queste immagini della guerra si vedono i funerali di alcuni bambini, liceali di Napoli  fucilati dai tedeschi perchè avevano collaborato con gli americani, le espressioni delle madri sono di dolore e strazio. Ci sono alcune donne che discendono dalla collina per trovare altrove riparo, lì c’era molto fango, la loro espressione non è di timore ma dignità e compostezza nelle traversie.
Si vedono alcune immagini di chiese diroccate dai bombardamenti in cui i medici americani hanno organizzato una sala operatoria, alcuni momenti di vita quotidiana dei soldati, due soldatesse che lavorano a maglia accanto alla loro autoambulanza in attesa di essere chiamate , c’è la guida che indica le scorciatoie agli alleati .

Proseguendo la visione delle immagini, si percepisce che sono una componente importante della narrazione storica e  che la arricchiscono, impedendo che avvenga un doloroso revisionismo .

soldato tedesco prigioniero Alleati e nativi capa contadino indica la strada donna fra rovine madri di liceali

1. Prigioniero tedesco con soldato americano

2.Il benvenuto degli abitanti di Troina agli Alleati

3.Alleati davanti ad una chiesa bombardata

4. Un contadino indica una strada ad un Alleato

5. Donna  siciliana che si avventura fra le macerie

6.Napoli, le madri dei venti liceali fucilati per collaborazionismo dai tedeschi

                                                                                Roberta Ricci

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1996 – Jack Frusciante è uscito dal gruppo, regia di Enza Negroni
2001 – Paz!, regia di Renato De Maria
2003 – Cavedagne, di Bernardo Bolognesi e Francesco Merini
2008 – Beket, regia di Davide Manuli
2011 – Freakbeat, regia di Luca Pastore
2013 – BiograFreak, regia di Emanuele Angiuli

Jack Frusciante è uscito dal gruppo

Paz! di Renato De Maria

Cavedagne, di Bernardo Bolognesi e Francesco Merini

Beket di Davide Manuli

Freakbeat, regia di Luca Pastore

BiograFreak, regia di Emanuele Angiuli

L’ultimo concerto degli Skiantos

http://boblog.corrieredibologna.corriere.it/2014/02/13/freak-un-ribelle-gentile-il-video-dellultimo-concerto-degli-skiantos/
grazie al Corriere di Bologna

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