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Archive for dicembre 2014

…Henri Cartier Bresson ha riconosciuto il proprio debito a André Kertesz   (Budapest, 2 luglio 1894 – New York, 28 settembre 1985) , la cui opera resta un modello di grande rilevanza. La forza e l’efficacia dello sguardo di Kertesz risiedono nella sua semplicità. Egli non guarda attraverso le sue macchine bensì attraverso ciò che fotografa…(tratto da “l’immagine fotografica di Alfredo De Paz)

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…Tutto quello che abbiamo fatto, Kertész l’ha fatto prima Henri Cartier Bresson

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http://it.wikipedia.org/wiki/Bill_Viola

 

 

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Brassai, il cui vero nome era Gyula Haslaz teneva molto che gli si attribuisse un’origine transilvanica: “-Sono nato in un piccolo villaggio, prima dell’assurda spartizione e non sono ungherese, come si dice spesso, nè rumeno”. Giovanissimo, Brassai visitò Parigi con suo padre, professore di francese e conservò un ricordo sufficientemente forte tanto da stabilirvisi nel 1924, dopo gli studi a Brasso e a Budapest e una breve permanenza all’accademia delle Arti di Budapest. A partire dal 1925 prese la cittadinanza francese  e frequentò quei giovani esiliati della zona di Montparnasse, giovani che fonderanno l’arte contemporanea. Ebbe Kertesz fra i suoi collaboratori e delle notti parigine fece un libro ” Paris la Nuit “nel 1933. La scelta delle immagini che si propongono sono tratte da questo libro fotografico.

( da “L’immagine fotografica : storia, estetica, ideologie ” di Alfredo De Paz.)

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Michel du Cille 1956-2014

Du Cille

Michel du Cille, fotogiornalista del Washington Post e vincitore di tre premi Pulitzer, è morto l’11 dicembre a 58 anni. È stato colpito da un infarto mentre lavorava a un progetto sull’epidemia di ebola in Liberia.Nato a Kingston, in Giamaica, il 24 gennaio 1956, diventò giornalista negli Stati Uniti dove si trasferì con la sua famiglia negli anni settanta. Nel 1981 fu assunto dal Miami Herald con cui vinse nel 1985 il suo primo premio Pulitzer con un reportage sull’eruzione del vulcano Nevado del Ruiz in Colombia. Due anni dopo arrivò il secondo riconoscimento grazie a un progetto realizzato all’interno di una comunità di tossicodipendenti a Miami.

(ringrazio l’Internazionale da cui ho citato la fonte e le foto)

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Anche se parla di sè come un pittore mancato, l’accademia, i suoi gusti artistici , la visione educativa di molte opere d’arte che lo hanno portato fin da giovanissimo ad errare per musei, elaborando una sua personale visione, Enrico Scuro, fotografo , ha cominciato a fotografare dal 1976, Umbria Jazz, parco Lambro, in giro  a documentare gli eventi che hanno dato una sterzata all’Italia che sembrava addormentata nel ritardo di battaglie sui diritti civili e politici, divorzio, diritti paritari.

        Le sue foto sono state premiate dal Comitato Scientifico Italia per il 150 anni , in         particolare le   sue foto di Umbria Jazz,  fonte di una sua grande e meritata soddisfazione, considerato che aveva   iniziato a professare da giovanissimo nel 1972 e che  nel 1976 era già professionista con richieste di collaborazioni   di eccellenza giornalistica.
Ho intervistato qualche tempo fa il fotografo Enrico Scuro, poco prima che pubblicasse “i       ragazzi del ‘77: una storia condivisa su facebook” in cui ha raccontato che  in un primo momento ha  timidamente postato su FB alcune immagini del periodo, che lo ha visto  fotografare gli eventi del 1977 a Bologna, e, inaspettatamente ha avuto moltissimi like, contatti e ritrovato numerosi partecipanti il movimento del ’77 in giro per il mondo, mentre, forse , raccontavano a figli e nipoti la stagione del loro percorso di studi e non solo all’Università di Bologna.

Non è che tutti i fotografi siano della stessa opinione, tutt’altro, ci sono fotografi che faticano a crearsi un sito e che accettano con difficoltà il linguaggio del web a cui Enrico Scuro va incontro con spirito critico e voglia di mettersi in gioco.

Ho sempre sentito parlare del fotografo Enrico Scuro, conoscevo il suo lavoro, ma l’ho  conosciuto di  recente, per questo gli  ho chiesto se amava sentirsi definito un fotografo “del movimento”. Un fotografo professionista davanti alle etichette si ritrae , ha aggiunto che molti lo definiscono il fotografo di una generazione, lui vuole fotografare delle emozioni che riesce benissimo a trasmettere, descrivendo, nelle sue immagini, con le scale di grigio delle sue stampe perfette, quel punto delicato di rottura fra il vecchio e il nuovo e l’esitazione che anche la ribellione fatica a tralasciarsi alle spalle senza rimpianti.
Tuttavia, nei giorni scorsi, mentre metteva  ordine i suoi archivi su Parco Lambro 1976, in cui ha fotografato un girotondo in cui liberatoriamente i giovani si erano messi a nudo , alla foto che ha pubblicato su FB è arrivata una striscia verde a coprire le nudità dei bei corpi che sterzavano verso il futuro con un girotondo. Non ci volevo credere, era un pò come, con le debite distanze da Michelangelo e il suo tempo , l’azione di Daniele da Volterra nei Musei Vaticani, cito l’episodio : “nel 1564 papa Pio IV ordinò a Daniele da Volterra, allievo del Buonarroti, di “coprire le parti pudende” del Giudizio Universale, per evitare che le nudità dei personaggi potessero suscitare pensieri immorali. Così il buon Daniele mise le mutande ai nudi di Michelangelo, e per quest’impresa venne soprannominato Braghettone. Oggi sappiamo che l’intervento di Daniele non si limitò soltanto a nascondere le pudende, ma in alcuni punti il Braghettone coresse alcune parti dell’affresco”(dal sito dei Musei Vaticani).
Guardando le foto di Enrico Scuro non si ha nessun genere di sgomento, ragazzi e ragazze giovani che vogliono parlare di futuro dandosi la mano, neppure di lascivia, l’aspetto di tutti è esitante e imbarazzato, non trascuriamo che quella generazione era stata fortemente influenzata dall’educazione cattolica e sia pur con tutte le critiche del mondo, si fatica a fare rivoluzioni in un giorno, non c’è
preludio a nessun fenomeno dionisiaco, che invece è esplicito e diretto nell’utopia di Michelangelo Antonioni “Zabriskie Point”del 1969/1970 dove il regista si è dovuto allontare
dall’Italia per girare con Carlo  Ponti produttore .

Dunque la foto di Enrico Scuro è una foto storica, fa parte di un gruppo di immagini,  di documentazione dove ovviamente, non c’è ambiguità, pruriginosità, in USA l’evoluzione della pubblica morale ha avuto altre caratteristiche e altri fenomeni mai paragonabili. Ora Facebook e, come Daniele Da Volterra nel 1564, invece di mettere i baghettoni nelle pudenda dei ragazzi che nudi fanno un girotondo mette una riga per cancellare quella storia. Senza motivo.
Per l’amor del cielo, non voglio dire che la censura sia sempre inopportuna,  durante Hallowen ho visto che alcuni bambini sono stati vestiti dai genitori come Annibal Lecter (il cannibale del “silenzio degli innocenti”) con tanto di museruola di cuoio ed altro  . Per una cosa del genere se la censura è dovuta attivare si è dovuta mettere in mezzo una insegnante per dire che non si poteva assistere ad un simile spettacolo, inermi, ai danni dell’infanzia .  Ragazze desiderose di compagnia mostrano le loro parti intime tanto che  spesso sembrano nel corso di una visita ginecologica. Capita spesso di vedere dei clip su Facebook dove ci sono cose che oltrepassano non solo il comune senso di pudore  ma vanno molto oltre per non parlare di sboccatezze   che tutti abbiamo sotto gli occhi e che, francamente si fatica a tollerare.

In questi casi Facebook finge di nulla .Lo dico con amarezza perchè i social network sono una grande occasione per parlare assieme ed esprimersi con libertà, sempre relativamente al concetto che siamo tutti in un acquario di cui non siamo proprietari delle acque. (Nell’acquario di FaceB ook/Ippolita)

La censura per le bellissime immagini di Enrico Scuro non solo è inopportuna, non cancella solo dei bellissimi e giovani corpi così ardenti di aspirare ad un futuro migliore, ma è una cancellazione di un impeto e di una forza che esce dalla documentazione che diventa anche emozione.

Roberta Ricci

La mia intervista a Enrico Scuro

 

La foto di Enrico Scuro che ha suscitato la censura su Facebook

Foto di storia sociale

Il libro fotografico di Enrico Scuro

Ragazzi-500

 

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Kandisky

E’ molto attraente la politicadi google che ricorda personaggi a 360 gradi della cultura, dell’arte e della politica dedicando una giornata per il loro compleanno. Oggi è stato festeggiato quello di  Vasilij Vasil’evič Kandinski.

Kandisky 2

L’artista russo, di cui oggi google oggi ricorda la nascita, il 13 dicembre 1866 , nella sua opera capitale ” lo spirituale nell’arte” rivela una lucida coscienza che l’arte deve conseguire rispetto alla ricerca scientifica , e quindi anche tecnologica, coeva, in particolare egli ha chiaro che gli ultimi passi della fisica affermano la convertibilità reciproca della massa in energia e viceversa (Renato Barilli : il biomorfismo in Kandisky) . Una ulteriore lancia spezzata a favore di un’arte integrata nelle scienze d’epoca di cui ne descrive i corrispettivi visivi nell’energia del segno.

la chiesa rossa

 La chiesa rossa di Vassily Kandinsky 1903 , opera rivoluzionaria sia per la stesura del colore che per la visione a specchio, sprovvisto di prospettiva , una valorizzazione del patrimonio folkloristico russo.

 

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Ha avuto luogo a Bologna, nei mesi scorsi, una mostra dedicata in particolare alla “Ragazza con l’orecchino di perla” , un’occasione per parlare dell’opera di Jan Vermeer e del seicento nordico, più in generale.

La mostra ha generato qualche polemica, infatti la meraviglia di  Felsina pittrice, pareva  fosse stata trascurata e così, per porre l’accento su tutta la pittura seicentesca Genus Bononiae ha incaricato il prof. Vittorio Sgarbi alla mostra “Da Cimabue a Morandi” .

http://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cimabue-morandi-bloccate-mostra-1.442125

Ho interpellato il prof. Renato Barilli per chiedere che cosa ne pensava e perchè gli accademici si erano opposti alla mostra, così, il professore, mi ha inviato questo articolo, da lui pubblicato sul “Corriere di Bologna” e che mi ha autorizzato a pubblicare

Ho già osservato più volte che Fabio Roversi Monaco, dapprima nel ruolo di Presidente della Fondazione Carisbo, e ora nel gestire il ramo di attività museali-espositive da lui stesso poste sotto la sigla di Genus Bononiae, sta svolgendo una funzione non già sussidiaria, rispetto alle istituzioni comunali, bensì surrogatoria, visto il poco che il nostro Comune concede al settore del visivo. Ora Roversi Monaco lancia in pista la migliore delle sue iniziative, una mostra “Da Cimabue a Morandi”, che corrisponde davvero, direi al genium, prima ancora che al genus, della nostra città. E valida anche la scelta del curatore, Vittorio Sgarbi. Confesso che di fronte a questo annuncio ho provato qualche morso di invidia, dato che, un quindicennio fa, ci avevo provato anch’io, quando eravamo alle soglie dell’evento straordinario di Bologna elevata al rango di capitale europea della cultura per l’anno tondo tondo del 2.000, e mi era parso più che opportuno proporre proprio quella rassegna, quale massima espressione identitaria della Felsina pictrix. Fra l’altro, suggerivo di tenere questa rassegna proprio negli spazi dove languiscono, semi-abbandonate, le Collezioni civiche, e allora, ugualmente isolato, c’era pure il cosiddetto Museo Morandi, ora trasferito d’autorità al MAMBO, rendendo ancora più radicale il deserto che affligge un Palazzo D’Accursio inutilmente evacuato dagli uffici burocratici. Allora ebbi il caldo appoggio del braccio destro del Sindaco Vitali, Mauro Felicori, mentre l’iniziativa venne osteggiata, o giudicata irrealizzabile, da Andrea Emiliani e Eugenio Riccomini, che pure, nelle mie intenzioni, avrebbero dovuto esserne i principali esecutori. Sono ben contento che ora il progetto risorga e stia per andare in porto grazie al “decisionismo” di Roversi Monaco, in una delle sedi da lui restaurate e rilanciate quale Palazzo Fava, a due passi dal comunale Museo medievale che invece langue a secco di fondi.

   Qualche riflessione merita anche l’affidamento della curatela per la mostra a Vittorio Sgarbi, senza dubbio la scelta più appropriata compiuta da Roversi Monaco, dopo puntate a mio avviso erronee verso nomi ugualmente popolari ma di scarso spessore.

Sgarbi è il tipico figliol prodigo richiamato in patria, infatti a metà degli anni ‘70 è stato uno studente modello, presso l’allora Istituto di storia dell’arte, dove ha fatto il pieno di nozioni di cui temo che ancora oggi si valga fondamentalmente. Già allora aveva dato segni indubbi di essere un leoncino pronto a graffiare, se ne erano accorti i discendenti della grande tradizione longhiana-arcangeliana, cui Sgarbi si richiamava, ma causando il sospetto dei rappresentanti più ortodossi di quella famiglia, tanto da venirne espulso, trovando accoglienza da parte mia, che, pur essendo talvolta direttore proprio di quell’Istituto, venivo da lontano, mi sentivo rappresentante di una sorta di “legione straniera”, con accanto un altro allotrio quale il padovano Italo Zannier, e lo Sgarbi in fiore veniva a pranzo con noi nei localini dell’area di Via Zamboni, io addirittura lo misi alla prova in un ciclo di incontri didattici per i quartieri, imbastiti con l’aiuto del miglior assessore alla cultura che Bologna ha avuto nel dopoguerra, Luigi Colombari, che era in grado di dare un compenso di lire 20.000 ai giovani volonterosi pronti a cimentarsi sotto la mia guida per quelle generose prestazioni. Nel corso di tre abbondanti decenni, Sgarbi si è rivalutato, basta fare il cambio della medesima cifra in euro, se si vuole avere un suo intervento, e i conti tornano.

    Renato Barilli

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una foto del prof. Renato Barilli davanti ad una sua opera (foto di Roberta Ricci)

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