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Archive for the ‘Fotografia dell’industria e del lavoro al Mast’ Category

Herbs Ritt

Song Chao minatori

 

è prorogata fino a settembre la mostra Uniform al MAST

https://www.mast.org/uniform

UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK è il nuovo progetto espositivo della Fondazione MAST curato da Urs Stahel e dedicato alle uniformi da lavoro, che attraverso oltre 600 scatti di grandi fotografi internazionali mostra le molteplici tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali diversi. Nate per distinguere chi le indossa, le uniformi da un lato mostrano l’appartenenza a una categoria, a un ordinamento o a un corpo, senza distinzioni di classe e di censo, dall’altro possono evidenziare una separazione dalla collettività. Le parole italiane “uniforme” e “divisa” evocano, allo stesso tempo, inclusione ed esclusione.

UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK comprende una mostra collettiva sulle divise da lavoro nelle immagini di 44 fotografi e un’esposizione monografica di Walead Beshty, che raccoglie centinaia di ritratti di addetti ai lavori del mondo dell’arte incontrati dall’artista nel corso della sua carriera, per i quali l’abbigliamento professionale, estremamente differenziato e individualistico, rispetta una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme.

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Ha avuto luogo, nei mesi scorsi ,una mostra al MAST di Bologna, dal titolo Antropocene che ha illustrato alcuni danni causati dall’uomo all’ambiente , più che Antropocene, dicono gli autori della mostra e del film omonimo Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier si parla di Capitalocene .
La mostra del MAST ha avuto qualcosa come 160 mila visitatori un numero da record per le mostre fotografiche per di più su un tema sociale .
Nelle foto tratte dalla mostra  l’inquinamento causato nelle acque e nel territorio.

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“L’armonia nascosta vale più di quella che appare.”(Eraclito )

“…Yosuke Bandai è un artista multidisciplinare che utilizza la fotografia come principale linguaggio espressivo, associandola spesso a scultura e video.A Certain Collector B, progetto del 2016 composto da 70 immagini è un esempio perfetto di questo approccio libero e  integrato. Tutto ha inizio con una serie di oggetti abbandonati per strada . Pietre, frammenti di legno , pezzi di plastica, rifiuti, perfino insetti ed altri materiali destinati a degradarsi o a finire nel cestino della spazzatura, costituiscono gli elementi di base per la realizzazione di una serie di sculture minime e fragili. E’ un modo per salvare tutto ciò che appare inesorabilmente avviato alla sparizione , sottraendolo all’oblio,con un estremo gesto di riciclaggio.

Ma non finisce qui , poichè il processo di recupero di Bandai prevede un secondo passaggio ancor più radicale . Anzichè esporre direttamente queste composizionipolimateriche e multicolori, infatti, l’artista giapponese le riproduce con uno scanner e le presenta sotto forma di di stampe fotografiche…

Ecco ciò che scrive il curatore della mostra, Francesco Zanot  ,  nella mostra che è stata in esposizione Museo Internazionale e Biblioteca della Musica con un allestimento concavo ed etereo color verde elettrico che è disposto attorno all’osservatore, non solo gl artisti hanno esposto le loro opere ma le hanno allestite in uno scenario che avevano precedentemente scelto .

 

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 Le immagini di Albert Ranger -Patzsch , una mostra che ha avuto luogo in Pinacoteca, a Bologna,  nei mesi scorsi, in occasione della Biennale della Fotografia Industriale, evento unico al mondo e ora seguito con il dovuto riconoscimento da parte di tutti di un valore aggiunto fra le Arti. Albert Ranger -Patzsch fa parte, assieme ad August Sander uno dei più importanti fotografi della fotografia tedesca della Nuova Oggettività e nelle cento foto esposte si è potuta cogliere l’essenza della ricerca estetica affidata esclusivamente ai mezzi tecnici , le foto sono del paesaggio industriale della Ruhr e siamo a fine degli anni ’20

La Nuova Oggettività di Albert Renger-Patzsch By Giuseppe Santagata 
“Albert Renger-Patzsch nasce a Würzburg il 22 Giugno del 1897 e inizia a fotografare all’età di dodici anni. Dopo il servizio militare durante la prima guerra mondiale, studia chimica al Dresden Technical College. Nei primi anni del 1920 lavora come fotografo di stampa per il Chicago Tribune, prima di diventare un libero professionista.

Il nome di Albert Renger-Patzsch è legato indissolubilmente al libro fotografico Die Welt is shone (Il mondo è bello). Nominato professore e capo del dipartimento di fotografia pittorica della Folkwangschuledi Essen, lascia la carica dopo soli due semestri a causa dell’acquisizione nazista delle arti. Albert Renger-Patzsch èconsiderato una delle più importanti figure della fotografia dellaNuova Oggettività

Purtroppo il suo vastissimo archivio, composto da circa 18.000 negativi, è andato quasi tutto distrutto nel 1944 durante un bombardamento aereo su Essen, dove all’epoca il fotografo viveva. Ritiratosi nella cittadina di Wamel, Renger-Patzsch si avvicina negli ultimi anni alla fotografia di paesaggio senza però rinunciare alla consueta produzione di tipo tecnico.

La fotografia di Albert Renger-Patzsch

Per comprendere la pratica fotografica del fotografo tedesco dobbiamo calarci nel periodo storico della Repubblica di Weimar, tra la fine della prima guerra mondiale e l’ascesa al potere di Hitler. In questo periodo due correnti artistiche nascono in Germania: la Bauhaus e la Nuova Oggettività. Lo stile di Albert Renger-Patzsch viene profondamente influenzato dalla Nuova Oggettività per l’ossessione nei confronti degli oggetti quotidiani e la necessita di eliminare la componentistica soggettiva.”

https://fotografiaartistica.it/albert-renger-patzsch/

 

…Alla fine degli anni ’20 la rapida trasformazione della Regione della Rhur , cominciata nel XIX secolo , da ambiente rurale a cuore dell’industria siderurgica e carbonifera è più che evidente , come anche l’eccezionale sviluppo della città e della popolazione , scrive Simone Forster nel catalogo della mostra, esposta alla Pinacoteca di Bologna e organizzata dal MAST in occasione della Biennale della Fotografia Industriale  ,Albert Renger-Patzsch  visita numerosi stabilimenti della Regione per riprendere le sue fotografie . Appassionato automobilista  li raggiunge attraversando le periferie urbane e le campagne…

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Scatti di fotografi anonimi, che mai avrebbero pensato di poter partecipare a una mostra importante, fanno capolino accanto ai grandi nomi della fotografia mondiale. Del resto, come sottolinea il curatore Urs Stahel, la gran parte delle fotografie realizzate fin da quando fu inventata questa tecnica è anonima, e solo pochi artisti, come accade per ogni disciplina, riescono ad assurgere agli onori della cronaca. Ignoti, per la gran parte, sono pure i soggetti della mostra Uniform. Into the work / out of the work, perché quel che conta, in questo progetto originalissimo e di grande interesse, non sono gli individui, ma gli indumenti da lavoro, quelli che attraverso le espressioni di uso comune “colletti blu” e “colletti bianchi” identificano mansioni, ruoli, posizionamento economico di quasi tutti i lavoratori.
Non a caso il percorso della mostra si apre con quattro grandi scatti di Stephen Waddel che immortalano un operaio impegnato a stendere catrame su una strada, un’hostess con uniforme rosso fiammante, un elegante “dandy” in completo bianco e un facchino, con il suo pesante carico sulle spalle. Ognuno indossa abiti diversi ed evidentemente fa mestieri diversi, e ognuno dei 44 fotografi scelti – tra i nomi più noti, Sebastião SalgadoAugust SanderIrving Penn – contribuisce al progetto espositivo dando consapevolmente o inconsapevolmente la sua personale visione del rapporto che si instaura tra l’abito, l’uniforme o la divisa e chi li porta, senza dimenticare che nelle definizioni di uniforme e divisa sono insiti due contrapposti significati, “la prima mette in rilievo l’aspetto unificante, la seconda una dimensione divisiva: termini che rivelano inclusione ed esclusione come due azioni collegate, apparentate”, scrive il curatore  Urs Stahel.

Ingresso libero

 

https://www.mast.org/uniform

Di più:

https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2020/01/mostra-uniforme-fondazione-mast-bologna/?utm_source=Newsletter%20Artribune&utm_campaign=86b4e11107-&utm_medium=email&utm_term=0_dc515150dd-86b4e11107-153973865&ct=t%28%29&goal=0_dc515150dd-86b4e11107-153973865

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