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Archive for the ‘Fotografia dell’industria e del lavoro al Mast’ Category

 

 

Scatti di fotografi anonimi, che mai avrebbero pensato di poter partecipare a una mostra importante, fanno capolino accanto ai grandi nomi della fotografia mondiale. Del resto, come sottolinea il curatore Urs Stahel, la gran parte delle fotografie realizzate fin da quando fu inventata questa tecnica è anonima, e solo pochi artisti, come accade per ogni disciplina, riescono ad assurgere agli onori della cronaca. Ignoti, per la gran parte, sono pure i soggetti della mostra Uniform. Into the work / out of the work, perché quel che conta, in questo progetto originalissimo e di grande interesse, non sono gli individui, ma gli indumenti da lavoro, quelli che attraverso le espressioni di uso comune “colletti blu” e “colletti bianchi” identificano mansioni, ruoli, posizionamento economico di quasi tutti i lavoratori.
Non a caso il percorso della mostra si apre con quattro grandi scatti di Stephen Waddel che immortalano un operaio impegnato a stendere catrame su una strada, un’hostess con uniforme rosso fiammante, un elegante “dandy” in completo bianco e un facchino, con il suo pesante carico sulle spalle. Ognuno indossa abiti diversi ed evidentemente fa mestieri diversi, e ognuno dei 44 fotografi scelti – tra i nomi più noti, Sebastião SalgadoAugust SanderIrving Penn – contribuisce al progetto espositivo dando consapevolmente o inconsapevolmente la sua personale visione del rapporto che si instaura tra l’abito, l’uniforme o la divisa e chi li porta, senza dimenticare che nelle definizioni di uniforme e divisa sono insiti due contrapposti significati, “la prima mette in rilievo l’aspetto unificante, la seconda una dimensione divisiva: termini che rivelano inclusione ed esclusione come due azioni collegate, apparentate”, scrive il curatore  Urs Stahel.

Ingresso libero

 

https://www.mast.org/uniform

Di più:

https://www.artribune.com/arti-visive/fotografia/2020/01/mostra-uniforme-fondazione-mast-bologna/?utm_source=Newsletter%20Artribune&utm_campaign=86b4e11107-&utm_medium=email&utm_term=0_dc515150dd-86b4e11107-153973865&ct=t%28%29&goal=0_dc515150dd-86b4e11107-153973865

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L’insensata guerra sui dazi intrapresa dal  presidente americano ha provocato e sta provocando effetti particolari.

La Repubblica Popolare Cinese importa dagli Usa principalmente a livello alimentare enormi quantitativi di soia e carne di maiale, e i dazi ne hanno provocato un brusco stop. Quindi nella sterminata e iperpopolata Repubblica erede di millenarie e misteriose dinastie, nonché della rivoluzione culturale di Mao Tse Tung hanno riscoperto, obtorto collo, gustosi piatti che affondano la loro origine nella notte dei tempi e esistevano assai prima del viaggio magico in Cina di Marco Polo, foresto de Venesia, fino alla Corte del Gran Khan Kubilai discendente di Gengis Khan, a Cambaluc l’odierna Pechino.

I ristoranti, i luoghi di ristoro e i chioschi di strada, nonché le massaie, hanno rispolverato le ricette a base vegetariana dei monaci dei conventi buddisti. Al posto del maiale che è onnipresente, seppure non a buon mercato nella cucina quotidiana cinese, vengono impiegate le tante verdure di cui è straricca la Cina, grande paese industriale ed altrettanto grande paese contadino con le sue innumerevoli comuni agricole.

Nei ristoranti i piatti a base di maiale vengono serviti con le ossa ricostruite con il bambu’ e viene così appagata anche la parte visiva alla faccia degli allevatori yankees, e come costoro allevano i loro maiali è meglio non saperlo.

Una notizia non buona viene dalla corte di ingiustizia, in questo caso, europea. Nei decenni l’Italia ha sempre, o quasi, ricevuto un trattamento da parente men che povero, dimenticando che l’Italia fu grande promotrice della comunità europea e che i primi accordi sulla fondazione della Unione europea vennero firmati a Roma. Solo pochi e competenti ministri dell’agricoltura italiani hanno saputo tener testa soprattutto a Francia e Germania, e più recentemente alla Spagna, che hanno sempre infierito nei confronti della nostra unica agricoltura e viticoltura.

Mario Ferrari Aggradi, Giovanni Goria e Paolo De Castro sono gli unici che hanno ottenuto risultati a nostro favore e impedito danni maggiori .

E cosi ci ritroviamo con la Germania e altri stati europei che possono commercializzare aceto di chissà quale provenienza come balsamico. Questo perché i giudici  (di Germania & C) hanno sentenziato che una azienda che non produce l’aceto in provincia di Modena o Reggio Emilia può proporre nel mercato un prodotto chiamato “aceto balsamico” a patto che non includa nel nome nessun riferimento geografico.

L’azienda tedesca Balema commercializza prodotti, quindi più di uno, a base di aceto provenienti da vini del Baden (Pinot Bianco, Muller Thurgau, Riesling e Pinot Nero le varietà più coltivate in questa teutonica land ) utilizzando la dicitura “balsamico”.

Il consorzio di Tutela dell’Aceto Balsamico di Modena aveva chiesto alla corte europea che la  Balema cessasse l’utilizzo della  denominazione aceto balsamico per i propri prodotti. La teutonica Balema ha fatto ricorso alla Corte di ingiustizia europea che ha sentenziato quanto detto prima.

Dal 2009 l’Aceto Balsamico di Modena è inserito nel registro delle IGP e non è da confondere con l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena e Reggio Emilia che gode del marchio DOP. In sostanza tutti in Europa possono produrre aceti balsamici in chissà quale modo e con chissà quali vini o mosti, basta che nelle ingannevoli etichette apposte sulle bottigliozze non compaiano le diciture geografiche Modena e Reggio Emilia.

Grazie Europa! Umberto Faedi

Ha avuto luogo al Mast, nei giorni scorsi la proiezione di un film di Stefano Liberti ed Enrico Parenti “Soyalism” (2018 )

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Armin Lake , ospite della Biennale Internazionale della Fotografia d’Industria in corso a Bologna , che , grazie al MAST  raccoglie interventi fotografici documentaristici e video per l’analisi della tecnosfera , l’ambiente che si è costruito l’uomo con il suo intervento.
Una mostra che milita a favore dell’ambiente descrivendone nella bellezza l’intervento dell’uomo per servirsene.
Con la Biblioteca Universitaria Armin Lake dimostra affinità, infatti ,confinante con la sua, c’è l’esposizione permanente di Luigi Ferdinando Marsili ,che aveva intrapreso ricerche e studi che sono in continuità con Armin Lake che ha lavorato incessantemente per tre anni.
La mostra si avvale di contributi di scienziati del CNR-ISMAR ,sono esposti i risultati di ricerche scientifiche (la visita intera è stimata in 5 ore , con la durata dei film e video) .Fra i documenti esposti un aereo di proprietà Hughes che ispeziona il mare per l’estrazione di manganese mentre in origine in origine teneva a bada il territorio .
L’allestimento delle mostre rende ancora più suggestione alle ricerche, le lotte per il territorio marino e i pescatori che non riescono a coprire il loro fabbisogno di cibo, ogni esposizione è stata studiata per il contesto descritto dal materiale dalla mostra.
Non c’è un chiodo a cui sono appese le opere, questo per dare l’idea dello studio rigoroso del linguaggio visivo fra ricerca e allestimento .  La mostra è curata da Francesco Zanot.
Le mostre sono ad ingresso libero .

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Al  Mast Fino al 22 aprile ad ingresso libero.
Thomas Struth rivela, nelle sue immagini, il dietro le quinte della tecnologia , da lontano le sue squillanti e curatissime immagini ricordano alla visione un pattern armonico , constatiamo le “eccessive proliferazioni meccaniche dello spirito e della creazione umana” (dice il curatore Urs Stahel) . Una nuova e progressiva visione del mondo tecnologico.
Dice ancora il curatore che la macchina fotografica di Struth si avventura in zone proibite, quella della microchirurgia al computer , qua si vede un paziente che subisce un intervento non invasivo con una sonda.
Fino al 22 aprile ad ingresso gratuito al MAST.

 

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La Fondazione MAST ha invitato Thomas Struth, protagonista della mostra in corso nella PhotoGallery, a condividere con il pubblico i film che hanno segnato la sua formazione intellettuale e artistica e contribuito alla sua ricerca visiva – opere che ritiene rilevanti anche per le generazioni più giovani.
L’artista ha selezionato otto lungometraggi che vanno ad arricchire la programmazione di MAST rivelando al pubblico il punto di vista originale e imprevedibile di uno dei grandi autori della fotografia contemporanea.
Provenienti da contesti temporali e geografici diversi, in alcuni casi capolavori della cinematografia mondiale, i titoli selezionati da Struth, proprio come il suo lavoro, sondano temi quali le strutture sociali, il mondo fisico, l’inconscio, la mortalità e riflettono sotto vari aspetti alcuni degli interrogativi sollevati nelle sue opere, tra cui il rapporto tra natura e politica e l’idea di sviluppo tecnologico come promessa unica del progresso umano.
Anche a livello estetico, in questi film si ritrovano echi, risonanze e connessioni con tutto il lavoro fotografico di Struth – dalla serie Unconscius Places, serie di strade inquadrate con il rigore documentaristico tipico della Scuola di Düsseldorf, ai Family Portraits, ritratti di famiglie confinate nelle loro case, dalle selve lussureggianti di Paradise alle misteriose roccaforti tecnologiche di Nature & Politics esposte al MAST.

La rassegna è organizzata in collaborazione con la Cineteca di Bologna.

 

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La Fondazione MAST presenta una selezione di grandi fotografie a colori realizzate da Thomas Struth a partire dal 2007 in siti industriali e centri di ricerca di tutto il mondo, che rappresentano l’avanguardia della sperimentazione e dell’innovazione tecnologica. Artista tra i più noti della scena internazionale, Struth, nelle 25 immagini di grande formato esposte nella PhotoGallery di MAST, ci mostra luoghi solitamente inaccessibili, offrendoci uno spaccato del mondo che si cela dietro la tecnologia avanzata.

Laboratori di ricerca spaziale, impianti nucleari, sale operatorie, piattaforme di perforazione sono fotografati con minuziosa attenzione, distaccata curiosità e una spiccata sensibilità estetica. L’artista punta l’attenzione sulle macchine in quanto strumenti di trasformazione della società contemporanea e ci mostra una serie di sperimentazioni scientifiche e ipertecnologiche, di nuovi sviluppi, ricerche, misurazioni e interventi che in un momento imprecisato, nel presente o nel futuro, in modo diretto oppure mediato, faranno irruzione nella nostra vita e ne muteranno il corso. Attraverso queste opere siamo in grado di percepire tutta la complessità, la portata, la forza dei processi, ma anche di intuire il potere, la politica della conoscenza e del commercio che essi celano.

Su un versante tematico diverso, al livello 0 della Gallery, nella videoinstallazione Read This Like Seeing It For The First Time (Leggilo come se lo vedessi per la prima volta) del 2003, l’artista rappresenta il lavoro umano, la capacità propria dell’uomo di operare con la massima precisione manuale e artistica. Il video, che registra cinque lezioni di chitarra classica svolte da Frank Bungarten nell’Accademia musicale di Lucerna, illustra l’interazione puntuale tra insegnante e studenti, lo scambio necessario tra insegnamento e apprendimento, tra il dare e il ricevere.

 

APERTURE SPECIALI IN OCCASIONE DI ARTEFIERA 2019
SABATO 2 FEBBRAIO 2019,  ORE 10–24
DOMENICA 3 FEBBRAIO 2019,  ORE 10–20

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Giorgio Wolfensberger è nato nel 1945 a Zurigo, è cresciuto a Winterthur ed è morto nel 2016 in Umbria, che ha fatto della sua patria geografica e politica adottiva. Non era solo un fotografo industriale, un regista, uno specialista di slide-show, un esperto e uno scrittore per la moderna ballerina e insegnante di danza svizzera Suzanne Perrottet, straordinario investigatore di fotografie d’archivio; era anche un collezionista e fotografo dotato di un settimo senso per le cose di questo mondo. Sembra essere stato un magnete per le peculiarità della vita di tutti i giorni, le partenze dalla norma, il gioco degli oggetti, l’umoristico e il grottesco, come se i suoi occhi, il naso e le dita fossero sonde immerse nella realtà fisica. Che si tratti di un incarico per un progetto espositivo o di un libro, vagare liberamente in cerca di prede in città o in giro per la campagna, ha sempre scoperto qualcosa di insolito nel luogo comune, qualcosa di suo nel generale, qualcosa di ricco nei poveri, qualcosa di strano nella norma. Questo libro riunisce per la prima volta la sua fotografia artistica freelance, per formare un gabinetto di curiosità, un variegato cabaret di cose. A partire dalla fotografia documentaria in bianco e nero dei suoi primi anni in Italia, ha sviluppato gradualmente una foto povera ricca, divertente e colorata, una danza incantevole e pensosa di cose semplici “povere”.

-Urs Stahel

https://www.editionpatrickfrey.com/en/books/giorgio-wolfensberger-foto-povera 

 

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