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Archive for the ‘Fotografia dell’industria e del lavoro al Mast’ Category

Anche se si è appena conclusa la Biennale della fotografia al Mast , alcune immagini saranno ancora vive in noi, Mitch Epstein, vincitore del Prix Pictet nel 2011 proprio con queste fotografie, leva il velo sul lato oscuro dell’american dream mostrando il costo di una crescita sregolata ai danni dell’ambiente e del benessere collettivo. Il suo lavoro è in vendita a prezzi da 11-35 mila euro presso la galleria Thomas Zander di Colonia, e visibile anche al Science Museum di Londra e presto in libreria per i tipi di Steidl.

 

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Si sono appena concluse le mostre della Biennale della fotografia dell’industria e del lavoro.

Al MAMbo Vincent Fournier ha  esplorato la finzione come se fosse una realtà parallela, alternando stile documentario e composizioni costruite. La sua opera propone un viaggio tra le utopie più rappresentative del XX e XXI secolo: l’avventura spaziale, l’architettura del futuro e l’intelligenza artificiale. Quello di Fournier è un mondo in cui si può ricordare ciò che non è ancora avvenuto, ciò che avverrà domani.

Mostra realizzata con il sostegno di New Square Gallery, Lilla.

In queste immagini Vincent Fournier osserva un astronomo russo, il capitano Boris, fra le mura domestiche e ne analizza l’abbigliamento, i suoi guanti la sua casa.  In altre foto si vedono gli osservatori  astronomici della Norvegia e il deserto di Atacama, in Cile , alcune immagini di radar disseminati in un campo e la proporzione uomo-natura, essendo di una generazione digitale la robotica è confidenziale a Fournier che fotografa la collaborazione/interazione uomo robot.

 

 

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Si è appena conclusa a Bologna una Biennale, unica al mondo sulla fotografia dell’industria del lavoro, sul tema si sono confrontati fotografi internazionali . Il fotografo Yukichi Watabe che ha esposto a Palazzo Poggi è giapponese e fa delle fotografie che sono relative ad una indagine poliziesca , in Giappone, un serial killer smembrava i corpi e riusciva a rimanere nel più assoluto anonimato, senza fornire nessun indizio.

Una grande indagine di polizia, fotografata da Watabe al seguito del detective incaricato,  illustrano il Giappone del 1958, dopo la ferita mortale della bomba atomica del 1945, che assicurerà il colpevole alla giustizia, mostrando la ricostruzione e la lacerazione del Paese.

 

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Alla Biennale della fotografia di Foto/industria : partecipa John Meyers con il suo servizio fotografico “Black Country” .

Al momento della sua osservazione visiva John Meyers ha 40 anni (siamo nel 1981-1982) e fotografa il corrispettivo nel territorio della signora Margaret Thatcher che con la sua politica di privatizzazione delle industrie e delle miniere crea un avanzamento del settore terziario, rendendo le precedenti attività una sorta di archeologia industriale. Si avverte il malcontento, in queste immagini ,che sono uno specchio di quegli anni .

Foto/Industria Bologna 2017
La fine delle manifatture
mostra fotografica di John Myers
a cura di Fondazione MAST

John Myers cattura uno dei cambiamenti più importanti subiti nella seconda parte del Novecento dal paesaggio e dalla società inglesi: la fine delle manifatture e l’affermarsi del mondo dei magazzini, della logistica, della vendita al dettaglio e delle distese d’asfalto. Le sue fotografie sono state scattate fra il 1981 e il 1988 nella regione dell’Inghilterra che viene chiamata Black Country, nota come “l’officina del mondo”, negli anni del declino del settore manifatturiero e della trasformazione radicale del paesaggio industriale esistente.

 

 

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Un regalo speciale la Biennale di fotoindustria a Bologna, industria ed estetica al lavoro, organizzata dal Mast di Bologna, per suggerire nuovi sguardi nel quotidiano del lavoro e della produzione.
Michele Borzoni assieme a Carlo Valsecchi e Mimmo Jodice è il contributo di un altro fotografo italiano, che presenta una ricerca sul lavoro odierno, la desolante visione delle fabbriche, delle aste fallimentari, i magazzini sterminati di Amazon o dell’Ikea, i call center il lavoro cinese in ambienti di non umana abitabilità di una vita all’insegna del solo lavoro Sotto i magnifici affreschi di Palazzo Pepoli, il cielo affrescato sopra di noi.

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Un’ospite eccezionale al MAST, dei giorni scorsi, Luce Lebart una giovane studiosa di talento che dirige l’Istituto Canadian Photagraphy e la National Gallery of Canada.
La sua conferenza, moderata da Francois Hebel, al Mast è stata sui dagherrotipi, la loro diversa storia in Europa e negli Stati Uniti. Qua in Europa infatti c’è stata la disputa Francia Nicephore Niepce e Inghilterra, Henry Fox Talbot.
Abbiamo visto i dagherrotipi incorniciati in preziose cornici ,rilegati con velluto e conservati .
Una scoperta , quella della fotografia, molto varia, noi pensiamo, ha detto Francois Hebel, ad una disputa sulla fotografia fra Talbot e Daguerre, in realtà all’immagine fotografica i pionieri degli Stati Uniti sono arrivati in modi diversi.
Luce Lebart , nella sua esperienza di studiosa  ha detto che c’erano molti brevetti in proposito, a Parigi ne ha trovato uno anche fatto da un artigiano che lavorava il cuoio.

Dice Luce Lebart : “- sono 11 mila i dagherrotipi e altri materiali che sono stati donati al “Canadien Photography Institute of the National Gallery of Canada in Ottawa” , in precedenza Luce lavorava   come direttore delle collezioni  della Società francese  di Fotografia che è allestito dalla biblioteca nazionale di Parigi.” –
I dagherrotipi osservati al MAST , per ritornare sul tema lavoro, sono stati quelli dei pionieri , la raccolta di immagini fotografiche, che sono diventare una mostra dal titolo “golden e silver” . Con un sottile strato di questi elementi nasce la fotografia con una minuscola parte di questi materiali si potevano ottenere delle fotografie. Si sono viste le foto dei cercatori d’oro, della geografia che cambiavano al territorio mettendo delle bombe per scavare finchè non trovavano le pepite.
I dagherrotipi su vetro che ci ha mostrato sono stati tutti perfettamente restaurati e restituiscono quell’aria di sfida dei primi cercatori, armati di coltelli fucili e rivoltelle consci di vivere in un territorio senza regole, se non quelle della legge del più forte.
La statua della libertà venne commissionata in occasione di un’amicizia fra USA e Francia siglata con questa statua che venne smontata in 300 scatole , a Parigi furono fatte mostre per la testa della statua e la mano con la torcia all’Exposition Universelle .
Una volta sbarcata a New York alla statua mancava la base e , visto che non c’era denaro, fu tentato il primo riuscito esperimento di crowfounding.

 

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Nell’ambito delle mostre organizzate dal MAST per la biennale della fotografia dell’industria 2017,  una mostra dedicata a Josef Kouldeka  un fotografo cecoslovacco, ingegnere, in realtà apolide, nel senso che ha sempre viaggiato. Ha lasciato la sua patria nativa a causa della sua criticità verso il regime (prima della rivoluzione di velluto) si è aggregato agli zingari per vedere il loro stile di vita che ha successivamente adottato , viaggia con un sacco a pelo tanto da spingere i suoi committenti a dire al dipendenti, mettetevi a sua disposizione perché è un grande artista. Nelle sale del Museo Civico Archeologico ci sono 40 delle sue immagini , in occasione della biennale della fotografia industriale . Le foto sono di 3 metri per uno e rappresentano i suoi rilievi per le cave , il titolo della sua mostra è “Paesaggi industriali” .
Un fotografo desidera sempre attrarre l’osservatore in un mondo , il suo mondo, che lui rende magnifico, quello di un paesaggio che ha il trattamento della calce come filo conduttore.

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