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Oltre alla mostra, ora conclusa dopo una proroga, ad alcuni approfondimenti al M(useo) E(braico) di B(ologna) la mostra su Salvador Dalì ha mostrato alla città di alcune importanti sculture del grande maestro del surrealismo .

http://www.bolognawelcome.com/home/vivi/eventi/calendario-completo/dali-experience/

 

Alla sua terza edizione del festival della scienza medica è stato promosso un argomento di economia del welfare, lotta alla povertà, alla disuguaglianza , ha introdotto il giornalista Armando Massarenti presentando il premio Nobel Amartya Sen al MAst, presenti tutti i quattro Rettori o meglio tre ex dell’Università di Bologna, il prof. Fabio Alberto Roversi Monaco che con Genus Bononiae ha supportato l’evento, il prof. Ivano Dionigi, il precedente Rettore ora Presidente della Pontificia Università, e l’attuale Magnifico Rettore il prof. Ing. Francesco Ubertini.
Non era possibile fotografare o filmare o concedere posterità alla conferenza del Nobel .
Sen ha parlato della sanità e della salute universali.Il caso Kerala
La sua critica all’utilitarismo è valutare la preferenza, eguaglianza, capacità e funzionamento , un tema di Amartya Sen , una riflessione che nasce dall’economia e trova radici in Aristotele. Sen si è riferito all’esperienza del Kerala, fra i vari Stati dell’India, il Kerala ha scelto la politica di rafforzamento dell’istruzione e della Sanità per tutti. La relazione istruzione benessere fornisce una maggiore produttività, dati alla mano. L’economia è politica.  L’economia di mercato, il beneficio collettivo. La teoria di Samuel Sonner ci dice che che se si ha la conoscenza  si possono leggere più cose , anche riguardo alla salute.Il premio Nobel ha raccontato del suo interesse sulla sanità e il caso personale che gli è capitato, da ventenne una malattia che i medici (della sanità pubblica) giudicavano inguaribile è stata tenuta a bada proprio dalla sanità pubblica e dai suoi rimedi.Sanità pubblica e privata, Obama care, ma anche Canada (sistema sanitario pubblico) Cina , la relazione informazione asimmetrica sanitaria.Spesso le false notizie favoriscono atteggiamenti antieducativi, Parlando dei vaccini l’aspetto antivaccinista sembra originato dalle false notizie a riguardo. Se entro in aereo non entro nel merito di come guida il pilota, dice Amartya Sen. Non c’è stato solo l’illuminismo c’è stato un illuminato, il Buddha , anche il buon lavoro porta alla conoscenza . Già nell’869 i cinesi avevano scritto un libro sull’istruzione gratuita.

In sala Borsa a Bologna, nei giorni scorsi,  una mostra con app analogica  sulla via Emilia, prima delle app, di Giovannino Guareschi che inforcava la sua bici, esposta, e usava questo mezzo per toccare i vari luoghi della Via Emilia in cerca di notizie spedendole al direttore del suo giornale.

Ed è lì che pedalando  che scoprì gli opposti estremismi dell’ Emilia Romagna dì cui Don Camillo e Peppone li misero a nudo agli occhi del cinematografo.  All’inizio sembrava che Fernandel potesse essere il Sindaco comunista, ma poi no, era più ficcante così Gino Cervi divenne Sindaco senza essere votato e Fernandel il Don.

Realizzazione di Enrico Brighetti.

 

Prosegue al Museo della Città “Luigi Tonini” di Rimini
FRONTESPIZIO piccola rassegna di libri nuovi

Giovedì 25 maggio 2017 ore 17.30

incontro con

Giovanni Franciosi
Riviera blues
Edizioni Caosfera

Questa è la storia di Eddy Yello, giovane stilista di talento, e del suo muoversi apparentemente disinvolto nel mondo della moda, un universo corrotto dove i giochi sono condotti da personaggi di dubbia moralità. Il Dio Profitto detta le regole, calpestando umanità, tra sesso, droga e pedopornografia. Eppure il senso di colpa brucia, si insinua nella trama, dove i ricordi improvvisamente ritornano e i sogni che si rincorrono a ritmo di musica, in un on the road mozzafiato vissuto tra Milano, Parigi, New York, Riccione, Las Vegas e New Orleans.

Giovanni Franciosi è nato e cresciuto a pane, moda e musica. Profondo conoscitore di mainstream e tendenze del pianeta Fashion e Socialite nei migliori party ed happenings della scena internazionale, è stato Retail Manager di Maison italiane, francesi e americane. Personal Stylist, svezzato con i grandi della Moda italiana nella Milano da bere degli anni novanta, ha poi spiccato il volo verso le fashion week di Parigi, Londra, Tokyo e New York e i multibrand stores di Los Angeles. Dj radiofonico e cultore di blues, rock, R&B e soul americano.
http://www.cinquantuno.it

FRONTESPIZIO. Piccola rassegna di libri nuovi
Come la prima pagina interna, che di un libro fornisce gli elementi essenziali e sostanziali, questa rassegna vuole accompagnare i lettori davanti alla porta di ingresso di nuovi testi. L’etimo della parola Frontespizio (dal tardo latino frontispicium, composta di frons, frontis ‘fronte’ e del tema di specere ‘guardare’), evoca l’atto di guardare un volto, che restituisce la conoscenza delle principali espressioni e dei caratteri peculiari di una persona. Anche queste presentazioni ci faranno incontrare il volto di un libro e insieme quello del suo autore. Presentare equivale anche a declinare al presente, al qui e ora, gli infiniti argomenti legati all’arte della scrittura. La presenza in sala dell’autore è dunque un’occasione per collocare il pubblico in una inedita postazione, aggiuntiva rispetto alla lettura del libro. Conoscere le premesse dalle quali quel testo nasce, gli intenti dai cui lo scrittore è partito per costruirne l’impalcatura, offre un importante arricchimento di senso.Quando si diffuse il termine italiano “Frontespizio”, agli inizi del XVII secolo, le pagine di apertura di un libro contenevano, oltre ai nomi e ai titoli, anche un’architettura di immagini: colonne e timpani, figure allegoriche e oggetti simbolici erano disegnati e incisi a decorazione e viatico di quelle porte d’ingresso al testo.
Massimo Pulini

L’incontro, a ingresso libero, si terrà giovedì 25 maggio 2017 alle ore 17.30 nella Sala degli Arazzi del Museo della Città “Luigi Tonini” (via L. Tonini 1, Rimini)
info 0541 793851

http://www.museicomunalirimini.it

Un ricordo degli Amici di Piazza Grande a Dino Sarti

Quando morì Dino Sarti, nel febbraio del 2007, a provvedere ai costi della cerimonia funebre fu il Comune di Bologna, perché l’artista, scomparso presso l’ospedale di Bentivoglio dopo una lunga e penosa malattia, viveva da tempo in povertà e solitudine, pressoché dimenticato dalla città che più e meglio di tutti aveva contribuito a raccontare nei suoi tratti intimi, gaudenti e conviviali ma anche, tutto sommato, malinconici. La storia di Sarti, indimenticabile artefice dell’inno ufficioso — «Bologna campione» (1977) — della squadra di calcio cittadina («Il tuo avversario, tienlo presente / Al n’è mega Mandrake, non è onnipotente / Arbitro, arbitro, ma è rigore, no? / E al segnalinee, cs’al stèl a fèr?»), era iniziata negli anni ’50, nel momento in cui il nostro, allora tornitore in fabbrica, si era deciso a presentarsi, da dilettante, in alcune balere e alle Feste dell’Unità, vincendo poi un concorso per voci nuove alla radio e ottenendo una scrittura, in conseguenza, al Palace Hotel di Sankt Moritz, in Svizzera. Dal 1972 dell’esordio a 33 giri, «Bologna invece!» (ne vedete un esemplare in foto), primo di una serie di quattro album dallo stesso titolo, fino al 1991 di «Quanto zucchero?», raccolta di spiritose interviste a illustri personaggi del mondo dello spettacolo, Sarti non smise mai di celebrare, in strofe e paragrafi, la sua Bologna, da lui descritta in toni vitalisti e spumeggianti, riferendone le bellezze femminili, il correre delle stagioni sulle vecchie mura medievali e i lunghi tramonti all’ombra dolce dei colli, senza tuttavia mai perdere di vista quel senso di abbandono e malinconia pronto a intrufolarsi in quelle che Giorgio Martinelli, giornalista del «Carlino» e del mensile «Cavallo magazine», nelle note di copertina del summenzionato debutto chiamava «la vivacità, la bonomia e la simpatia tipiche dei petroniani». Calzava, a Sarti, anziché la definizione invero ambigua di cantautore dialettale, quella di artista folk, attento alle sfumature più genuine della canzone popolare, da lui riletta attingendo al grande repertorio degli chansonnier francesi — Jacques Brel, Gilbert Bécaud, Charles Aznavour — di cui era appassionatissimo, come d’altronde lo era di jazz e buone scritture. Nell’agosto del 1974, allorché il sindaco Renato Zangheri volle confezionare uno spettacolo, per i bolognesi rimasti in città, nella cornice di Piazza Maggiore, a salire sul palco fu proprio Sarti, a quei tempi, malgrado le 100.000 copie vendute di «Bologna invece», non ancora famoso quanto lo sarebbe diventato nelle stagioni successive: il pubblico, però, rispose caloroso e nel Ferragosto di 43 anni or sono ben trentamila persone affollarono il crescentone, inaugurando una consuetudine — quella del concerto ferragostano di Dino Sarti — protrattasi fino al 1987. Un altro bolognese insigne e anche lui trapassato anzitempo, il consigliere regionale Maurizio Cevenini (suicidatosi nella primavera del 2012), in occasione delle esequie di Sarti ricordò l’autore di «Tango imbezèl» con queste parole: «Piazza Maggiore 14 agosto; anche lì c’ero, fresco di diploma. Quell’estate la passai a Bologna e il Ferragosto di quell’anno fu memorabile. Erano davvero quarantamila, più della grande festa per la vittoria del referendum sul divorzio di quel 1974. […] quella sera fu indimenticabile, tenne la scena per ore il nostro caro Dino e forse non si accorse, anche se ci furono altri appuntamenti, che la sua città e il suo dialetto lo stavano abbandonando. Questa è la verità e me ne accorsi qualche anno fa quando, incontrandolo ospite di un matrimonio, mi disse che tutti i sindaci di Bologna lo avevano dimenticato. Lo diceva un po’ a tutti e oggi, nel giorno del suo funerale, guardando i muri spogli del Pantheon della Certosa, ci vergogniamo. Come capita sempre più spesso con i figli di questa terra che se ne vanno in silenzio, trascorrendo lontano dalla città gli ultimi anni della loro vita […]. At sàlut Dino, ti grànd».

Venite a trovarci al Mercato di Piazza Grande, in via Stalingrado, 97/2 — dal martedì al sabato, orario continuato 09:30 / 18:30.

Cinema Fulgor: in pubblicazione il bando europeo per la gestione

E’ in pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale europea, sulla Gazzetta ufficiale italiana, su due quotidiani locali e due nazionali, oltre che sul sito del Comune di Rimini (sezione “Bandi e gare”), la documentazione per partecipare alla procedura per la concessione della gestione del cinema Fulgor.

Il bando

Il bando rimarrà aperto sino a lunedì 26 giugno: 39 giorni, dunque, per presentare un’offerta sia tecnico-gestionale che economica, formulata sulla base di alcuni requisiti ritenuti obbligatori.

Tra questi: il vincolo di riservare ai film d’essai il 70% della programmazione, di osservare almeno 250 giornate di apertura all’anno, di sviluppare proposte a favore degli istituti scolastici e del pubblico più giovane, di realizzare progetti di valorizzazione della struttura e di attuare programmi dedicati alla diffusione della storia del cinema.

Al Comune saranno riservate almeno 10 giornate di utilizzo gratuito del cinema, mentre a cura e a spese del Concessionario saranno i lavori di finitura e la fornitura di arredi e attrezzature che a fine concessione entreranno a far parte del patrimonio pubblico.

Non sono previsti contributi da parte del Comune né un canone fisso a carico del Concessionario, ma un canone variabile che il Concessionario dovrà corrispondere solo sulla parte di ricavi annuali eccedenti la soglia di 350.000 euro. 18 anni è la durata massima della concessione, una durata ritenuta idonea per rendere sostenibili e adeguatamente redditizi i costi di investimento, quantificati in circa 400.000 mila euro, e di gestione, di cui il piano economico-finanziario fornisce una descrizione dettagliata.

Un ulteriore obbligo in capo al futuro concessionario è costituito dal termine ultimo di avvio della gestione: entro 90 giorni dalla consegna della struttura.

 

Il Fulgor

Dopo quasi dieci anni di chiusura, tra novembre e dicembre prossimi tornerà dunque a illuminarsi lo schermo del Fulgor. O, più precisamente, gli schermi del Fulgor, dal momento che il cinema più antico della città, il cinema che deve la sua fama mondiale a Federico Fellini che lo ha rappresentato in Roma e reso immortale in Amarcord, riaprirà con due sale di proiezione.

E’ questo infatti uno degli elementi strutturali di maggior rilievo introdotti dall’architetto Annio Matteini che ha progettato, per conto dell’Asp Valloni, ora Asp Valloni Marecchia, l’intervento di ristrutturazione del settecentesco Palazzo Valloni, dove, dalla fine degli anni Dieci del secolo scorso ha appunto sede, a piano terra, il Fulgor, dopo essere stato inaugurato nel novembre del 1914 nel vicino Palazzo Romagnoli.

Accanto alla sala storica, ricostruita esattamente dov’era, è stata infatti aggiunta una seconda sala, più piccola, ricavata nell’area prima occupata dal retro della farmacia, che affacciava sul Corso. Se la sala storica ha una capienza massima di 190 posti (158 in platea e 32 in galleria) e una superficie di circa 250 mq, la seconda sala ha una capienza massima di 52 posti e una superficie di 70 mq. A unirle un atrio centrale, di circa 90 mq, che ospita le funzioni di servizio: sala, bar e scala di accesso alla galleria.

Entro metà luglio saranno terminati anche i lavori di posa in opera e montaggio dell’allestimento scenografico progettato dal Maestro Dante Ferretti: pannellature policrome e balaustre decorative, cornici e lampadari a soffitto, decori e corpi illuminanti a parete, che ricreeranno un’atmosfera anni trenta di gusto, definito dallo stesso scenografo, tre volte premio Oscar, “romagnol-hollywoodiano”.

Il museo Fellini

A questo bando ne seguirà, a distanza di qualche settimana, un secondo anch’esso internazionale, che riguarderà la progettazione definitiva del Museo Fellini, un museo diffuso, che sarà articolato in 3 assi: Castel Sismondo; i tre piani superiori di Palazzo Valloni, a cui si accederà da piazzetta San Martino e dunque con ingresso separato rispetto a quello del Fulgor; e un’area urbana di circa 15.000 mq, un grande parco dell’immaginario fellinesco, chiamato “CircAmarcord”, che attraverserà e collegherà, in un percorso interattivo e multimediale, il Centro storico della città.

Info: http://www.comune.rimini.it/comune-e-citta/comune/gare-appalti-e-bandi/procedura-aperta-201734

L’Ufficio Stampa

Il cinema del lunedì

Distopia prossima ventura

Un po’ Apple, un po’ Google, un po’ Fb. I guru di un’azienda planetaria, tra Bill Gates, Steve Jobs e Mark Zuckerberg. I due capi-azienda, Eamon Bailey (un Tom Hanks in gran spolvero) e Patton Oswalt (Tom Stenton). Discorsi empatici, sul palco, a braccio, in piedi, camminando, disinvolti, a proprio agio, sorridenti, ottimisti, energizzanti. Sorseggiando da tazze da caffè sempre in mano. Microfonino che sporge dall’orecchio. Platea osannante.

Campus con tanti giovani, in un incessante fervorino produttivistico, in un’allegria leggera, ovattata e soft, ma pianificata, in mezzo alle installazioni dei computer, in una selva luccicante di schermi e tastiere. Sembra tutto facile, semplice; molto “take it easy”. Purché si proceda secondo i protocolli e determinati standard di prestazione. Ed ecco l’eroina per caso, Mae, giovane fanciulla che lavora presso un “call center”, nella condizione, precaria, degli “invisibili”.

Sino a che l’amica Annie non la tira fuori dal buco, procurandole un colloquio con l’azienda per la quale lei già lavora, “The Circle”, che, periodicamente, fa infornate di nuove assunzioni. Mae Holland è interpretata da Emma Watson, la “bella”, che ancora vediamo (nel castello incantato) mentre balla tra le braccia pelose della “bestia”; molto smorfiosa e non tanto all’altezza del compito; la quale, come entra nel cuore pulsante del giocattolino, si fa strada senza dover troppo sgomitare, per la sua naturale, innata dimestichezza con quel mondo. La frenetica, cinetica Annie (una bravissima Karen Gillan), l’accoglie, la incoraggia, l’aiuta.

La famiglia, in collegamento skipe, con babbo (Bill Paxton nella sua ultima apparizione; è mancato lo scorso 25 febbraio 2017, dopo un intervento al cuore), affetto da sclerosi multipla. La mamma Bonnie Holland (Glenne Headly) che lo assiste. L’azienda vende il prodotto della nostra epoca: l’interconnessione a tecnologia digitale; a cui aggiunge una missione (con la “e”): l’obiettivo di una trasparenza totale, di una democrazia diretta e dal basso, pretendendo che, prima alcune sperimentalmente, poi, progressivamente, il maggior numero di persone, si rendano visibili, come si usa dire, H24, in diretta, in tempo reale, ogni istante, sino al punto di escludere ogni intimità, ritenuta l’equivalente di un segreto riprovevole, in quanto indizio di qualcosa da nascondere come una colpa, invece che da tutelare, come sarebbe giusto, in quanto parte costitutiva dell’identità di ognuno.

E’ la fine di ogni privacy. L’allucinanzione dello streaming assoluto. Il totalitarismo informatico e informativo. La dittatura dell’immagine. Una democrazia distopica e dispotica. Sino all’idea di Mae, che, entrata nel gruppo apicale dell’azienda, vorrebbe indurre i governi a fruire del software di “The Circle” per far votare i propri cittadini. Una variante dell’orwelliano 1984? Piuttosto, il racconto di ciò che è, in parte, già in atto. Basta guardare all’escalation del mix di dirette e selfie. Questo il plot di “The Circle” (“Il cerchio”, 2013, Mondadori 2014), tratto dal romanzo di Dave Eggers (Boston, 12 marzo 1970), regia e sceneggiatura di James Ponsoldt (1978, Athens, Georgia, Stati Uniti).

Sino a che l’ingranaggio s’inceppa, con almeno due punti di svolta. Mae, appassionata ai kayak, pensa di farsi un giretto, tutta sola, di notte, e finisce nei guai; la telecamera la vede, provocando i soccorsi, che la salvano. Poi un ragazzo, Mercer (Ellar Coltrane), suo amico d’infanzia, viene inseguito, non virtualmente, in una specie di stalking fisico, e, preso dal panico, si getta con l’auto giù da un cavalcavia. E’ il punto di discrimine, sin troppo ovvio, tra le deriva del male e la reazione del bene, affidata al candido, ma determinato, sorriso di Mae, consigliata anche da Kalden (John Boyega), un tempo tra gli ideatori dell’azienda, poi messo da parte, per il suo non dissimulato dissenso.

Tom Hanks :Eamon Bailey

 

http://www.youtube.com/watch?v=E5iZvq78C5o