Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Racconti’ Category

Jana Molza da tempo segue alcuni progetti , che le sono familiari, infatti,  ha ricevuto in eredità nelle carte d’archivio da lei recuperate novelle e storie di un antenato , favole che ha trascritto e messo in pagine ornate da lei stessa, facendo un lavoro certosino di grafica e scrittura. La vita di Jana Molza è una enciclopedia di racconti, di creatività, di bambole che cuce a mano con piccoli punti. La sua cucina è creativa tutto ciò che fa è impastato da mani piccole e sapienti. La sua pittura è stata premiata ripetutamente e lei novantenne, continua a raccontare quel tempo che scorre accanto a noi e di cui lei continua a racocntare il flusso.

Abbiamo visto come il percorso della Via Emilia sia ricco di contributi, di naivetè, di poesia , Pietro Ghizzardi vinse il premio Campiello nel 1977 “Mi richordo anchora ” un nuovo Folengo , in questo percorso a suo modo Jana Molza dà la sua impronta con i suoi quadri, l’operosità instancabile che mette in forma il tempo.

 

nella terzultima foto  la contessa Molza spiega che suo padre , ingegnere, aveva inventato un contenitore per i dischi, prima del 1930.

Read Full Post »

Anno 2392
Mi chiamo Ben Starbuck, nato a Londra 42 anni fa. Sono al comando dell’astronave Essex. Grazie alla nuova tecnologia ESP, che consente scorciatoie subliminari, stiamo atterrando su Kepler-22, nella
costellazione del Cigno. Come certamente sapete, si tratta di un avvenimento dalla straordinaria importanza. La prima volta che, con  assoluta certezza, ci troviamo al cospetto di una forma di vita
intelligente, probabilmente di una qualche forma di civiltà. Anche se, a dirla tutta, alcuni ricercatori divergono su quest’ultimo punto… ma di questo parleremo dopo.
Il sistema di bordo mi avverte che mancano circa 22 minuti al contatto, quindi cerco di rilassarmi.
Mi torna in mente mio padre, un diplomatico dell’Unione. Con lui quando ero adolescente ho fatto bellissimi viaggi. Penso sia per questo che mi è venuta la voglia d’avventura, lo spirito dell’esploratore. Più precisamente fu la frustrazione dovuta a Hemingway.
Mi spiego meglio. Come dicevo, grazie al particolare lavoro di mio padre, ci spostavamo spesso nei cinque continenti e, naturalmente capitava di visitare luoghi bellissimi, come Venezia, Siviglia, Parigi, Cuba, parchi Africani, Caraibi, luoghi ameni nei posti più remoti, insomma…
spessissimo mi imbattevo in irritanti targhette che attestavano che l’intrepido giornalista e scrittore era stato li, prima di noi. Persino a Stresa, sul lago Maggiore, dove avevo abitato con mia madre.
Nell’ingenuità’ tipica di quei teneri anni, la presi come un sopruso, una violazione; col tempo, una sfida. Crescendo decisi di esplorare nuovi mondi extraterrestri. Penso che il desiderio di surclassare Ernest, nel
dipingere con grandi reportage, quei territori stucchevoli, nello stupore di svelare per primo località incontaminate, abbia giocato un ruolo fondamentale.
Finalmente mi avvisano che siamo in prossimità dell’atterraggio. Quello che appare, dopo aver attraversato un denso strato di nuvole, e’ un pianeta incantevole e inquietante. Tra lembi di vapore, che fuggono veloci, intravedo un mondo prevalentemente coperto d’acqua. costellato
da rare isole, oasi di dimensioni varie, difficili da definire da questa distanza.
Il portellone non ha finito di scorrere che vedo venirmi incontro il capitano Carlos Santiago, una vecchia conoscenza. Prima che possa dispormi a salutarlo, mi abbraccia calorosamente.
– Ciao Ben, spero che tu abbia fatto un buon viaggio. –
– Non male, tranquillo e piacevole, come al solito. Qui piuttosto non è cambiato nulla, immagino. Rispetto al rapporto intendo. – – No certo. Tutto come prima. Nessuno ha mai oltrepassato il Limes della nostra mega cupola magnetica, anche se le condizioni lo permetterebbero, come ben sai. All’esterno continuano ad apparirci queste creature, che noi abbiamo chiamato Olegh. Appaiano all’improvviso, a una distanza di un centinaio di metri. All’inizio, come miraggi creati dal calore dell’aria, tremolanti come ectoplasmi, poi
avvicinandosi sembrano assumere un aspetto umano. Quando finalmente te li trovi di fronte, ti rendi conto che sono in tutto uguali a noi. Uomini e donne, vestiti a volte in modi buffi, vagamente retro’. Ti guardano con uno sguardo dolce, curioso, che ti mette a disagio. Non parlano, non
dicono nulla.
Qualcuno afferma di aver stabilito un qualche rapporto telepatico, ma non ci sono riscontri naturalmente. Se hai letto il rapporto saprai che è stato citato”Solaris”, un romanzo del XX secolo di Stanisław Lem. Il
grande Andrej Tarkovskij ne fece un film, come saprai… Comunque, in effetti ci sono delle analogie.
C’è chi ha avanzato l’ipotesi che gli Olegh siano solo proiezioni del pianeta; forse l’unico, vero essere vivente, razionale e intelligente, che esista qui. Un autentico organismo, con una qualche coscienza. Si
ipotizza che usi queste proiezioni, queste creature, fin troppo a nostra immagine e somiglianza, per comunicare. –
– Però si tratta di persone vere, almeno questo e’ appurato, credo? – – Si certo, sono state fatte tutte le analisi: sembrano in tutto uguali a noi. Ed e’ questo che inquieta, che veramente ci fa dubitare. L’atmosfera esterna e’ molto simile a quella terrestre, anche questo e anomalo. Ci troviamo in prossimità del polo sud e la temperatura e’ piuttosto rigida.
Sul pianeta compaiono continuamente nuove isole, poi lentamente sembrano dissolversi. Osservandole con i satelliti apparentemente sembrano come quelle terrestri, ma quando vai ad ingrandire, tutto
diventa nebuloso, indefinito. Non ci sono disturbi ottici, ne alterazioni atmosferiche, lo abbiamo verificato naturalmente, piuttosto sembra una condizione oggettiva; come se la materia di cui son composte fosse densa e gassosa, in continua lenta metamorfosi. – – Certo, ho letto tutti i rapporti naturalmente. Non vedo l’ora di verificare tutto personalmente. Ora penso di riposarmi un poco. Tra
quarantotto ore sarà il gran giorno. –
– Ti sei offerto volontario, avrai valutato i rischi…? – – Sicuramente. Qualcosa mi dice che non accadrà nulla di grave. Almeno per quel che riguarda la mia incolumità fisica. – – Si… Certo. Con i tuoi studi di antropologia e psicologia di gruppo sei il più adatto a questa missione, complimenti per il coraggio comunque. Da parte nostra abbiamo predisposto tutto quello che ci è possibile per che concerne la localizzazione e le comunicazioni. Capirai però che non può dipendere solo da noi.-
Primo giorno
Mi accompagnano al Limes. Carlos aziona un comando e compare un’apertura, con un leggero sibilo. Dall’esterno Entra un vento gelido che mi inquieta.
– Bene, buona fortuna allora, e… come si dice in questi casi: teniamoci in contatto.-
– Speriamo. Voglio dire, spero sia possibile, ma non ti preoccupare vedrai che tornerò tutto intero. Ne sono sicuro. –
Attraverso la soglia con un certo timore. È normale penso. Per fortuna la tuta termica mi protegge dalla temperatura di soli sei gradi. Trascino il mio trolley come un turista qualsiasi. L’aria e leggera e pungente, con poca umidità. Si sta bene. Non passano che pochi minuti, e in lontananza scorgo  tre sagome. Prendono forma lentamente, nella leggera foschia marina. Avvicinandomi, riconosco le sembianze umane.
Sono tre donne di una bellezza inquietante. Alte e conturbanti, come uscite da un trailer di moda, Vestono pellicce che coprono corpi sinuosi.
Ninfe di una saga nordica
– Salve Ben, mi chiamo Sylvie. Loro sono Gesebel e Offra. –
– Salve a voi. Come sai il mio nome?-
– Tu me lo hai detto. L’ho letto nel tuo pensiero, dott. Ben Starbuck
immagino? –
Le stringo la mano con un leggero disagio.
– Cominciamo bene, imbarazzante direi. –
Un sorriso splendido e malizioso, lo sguardo dai riflessi metallici, mi disarmano.
– Bene, noi abbiamo uno yacht che ci aspetta. Vieni con noi? –
Guarda il mio trolley.
– Certo. –
– Ne ero sicura. Sento in te una grande curiosità. Anche per noi è lo
stesso.–
– Non è una minaccia? –
Ridono.
– Stai tranquillo, non ti succederà nulla di spiacevole. Siamo un
popolo pacifico, e civile. –
Lo yacht in realtà e’ una nave bianca avorio di sessanta metri; blu, sotto la linea di galleggiamento, le finiture in lucente metallo. Un design accattivante e sorprendentemente moderno. Sul ponte ci salutano un ventina di persone, in maggioranza ragazze. Tutti con un aspetto giovanile e aitante. Mi sconcertano, ho l’impressione di essere parte di una saga da comix, o di una qualche mitologia scandinava, con protagonisti personaggi col fisico da supereroi. Tutto e’ troppo perfetto, come in una fiction.
Sylvie mi presenta i compagni di viaggio, tutti con nomi che
riecheggiano quelli di antiche culture terrestri: Saffira, Zamora, Esther, Sharon, Miriam, Bethel, Judith, Ruth, Kelvin, Morbius, Astrid, Hannah, Ruben, David, Artie, Matteo…
Sono accolto con molto calore a affabilità, come uno di loro. Un ronzio e il natante si alza, comincia a muoversi lentamente. In breve acceleriamo senza sforzo e rumore, sottintendendo una tecnologia evoluta, probabilmente a levitazione anti-g.
Vedo enormi iceberg scorrere lentamente attraverso le ampie vetrate della sala. Brillano di un celeste intenso, quasi innaturale, alla luce bianca del sole. Appaiono come finzione, una video istallazione di un artista del XX secolo, tanto sono ipnotici e ripetitivi. Con sinistra bellezza sfilano ripetitivi, senza fine.
– Cos’è che ti turba tanto? –
Il viso splendido di Sylvie mi sta davanti, gli occhi suadenti, fissi sui miei.
– Niente, mi ero perso nei miei pensieri. –
– Lo sai che non possono esserci segreti tra noi. So cosa ti turba,
cosa non ti convince… –
Mi decido a parlare.
– Da noi, sul nostro pianeta, esiste l’evoluzione delle specie. Per farla breve se una qualsiasi essere vivente, si sposta dal suo ambiente, magari su un’isola poco distante, non avendo più contatti con i suoi simili, bastano poche migliaia di anni per creare delle differenze morfologiche, di dimensioni, abitudini,
ecc…Insomma, la cosa immediata che mi viene da chiedermi e’ questa: come è possibile che in un pianeta distante anni luce, vivano degli esseri del tutto simili a noi, nelle dimensioni, nei particolari, le abitudini, persino somiglianze culturali. Per certi versi, addirittura, e’ come guardarsi in uno specchio che non
rifletta i difetti. –
Non distoglie lo sguardo, occhi incantevoli, pieni di promesse.- – Non fermarti alle apparenze Ben. Ci sono profonde differenze tra noi e voi. Per quello che ci rende simili ci possono essere milioni di
spiegazioni. Per ora limitiamoci alle differenze più evidenti. La nascita prima di tutto. Voi procreate per innesto genetico tra corpi di sesso diverso. – uno sguardo allusivo e incantevole.
– Be’ , semplificando, possiamo metterla così. –
– Noi no. Veniamo creati da Oen, la nostra Terra, il nostro universo. Voi generate con dolore, duplicando in miniatura le vostre caratteristiche, noi no. Oen ci genera e a lui torniamo, senza infanzia e senza vecchiaia. Sopratutto senza dolore. –
– Sembra una favola, a noi terrestri sicuramente rimanda a leggende di fate ed elfi.
Gesebel interviene.
– Capiamo cosa vuoi dire, ma non è così. Noi iniziamo il ciclo della vita creati dalle nebbie e dal fango di Oen. In stato confusionale si, ma con capacità già sviluppate. Sopratutto in sintonia, armonia con
tutti i viventi, figli di Oen.-
Un lampo sensuale nei suoi occhi profondi.
– La nostra società non conosce guerre – continua – non abbiamo la vostra aggressività, la violenza che vi contraddistingue. Il nostro mondo non ha mai conosciuto l’evoluzione come la concepite voi.
Tutto si sviluppa in modo naturale come il crescere spontaneo di una pianta, che lentamente, inesorabilmente, sviluppa tutte le sue potenzialità. Anche nella nostra comunità e’ così. Nessuno, come
individuo, inventa niente. Tutto si evolve insieme, secondo le esigenze, secondo il bisogno collettivo. In modo naturale.
– Dire che sono perplesso e’ un eufemismo. Come possibile un progresso sociale, scientifico, senza la creatività dell’individuo?
Come è possibile senza una vera competizione? –
– L’ho detto, siete troppo bellicosi; il vostro disorientamento deriva in una eccessiva fiducia nel positivismo. Cosa c’è di più creativo della natura stessa. Le soluzioni di Oen sono sempre le più giuste
per le esigenze dello sviluppo vero, basta saperle leggere, assecondare. –
Di nuovo lo sguardo più dolce del mondo.
– Come fate ad innovare, capire le esigenze del cambiamento? – Per noi non esiste cambiamento, tutto si sviluppa secondo disegni prestabiliti, potenzialità insite nello sviluppo armonico. Chi riesce a
inventare più della natura stessa, chi dà le risposte giuste a ogni esigenza, ogni cambiamento, meglio di Oen? – – Una cosa mi colpisce. Se la differenziazione sessuale non serve a procreare, perché anche voi l’avete?
Osservo Sylvie, il suo sguardo mi ipnotizza. Anche Gesebel, Zamora e Bethel, mi fissano con una certa lussuria. – La nostra, sopratutto, è una ricerca della felicità, del piacere come comunione. –
Sento un’ attrazione indomabile, mi perdo nel blu cobalto degli occhi di Sylvie. La stringo a me, la bacio. Presto tutto collassa in una condizione orgiastica. Non è però l’euforia erotica a sorprendermi, ma un senso di annichilamento, di pace spirituale, che lentamente s’impossessa di tutto. Sento i loro pensieri, il loro essere fondersi con il mio.
Salgo sul ponte, semplice e pulito. Legno chiaro e corrimano splendenti, materiale trasparente dai riflessi metallici. Gli iceberg, finalmente più radi, sono anche di dimensioni ridotte. La temperatura e’ mite, si sta meglio. L’ora del tramonto colora l’acqua e il ghiaccio di velature in oro rosato. Lontano sale una leggera
foschia a saturare l’aria. Le onde si perdono, declinando dolcemente nell’azzurro indistinto. Il mare si nasconde oltre le nebbie, oltre l’orizzonte. Il cielo e le rare nubi ora si accendono in sfumature che da giallo arrivano fino al turchese, attraverso sfumature malva e acquamarina. Un mondo davvero troppo
perfetto.
Come prevedevo non riesco a comunicare con la base, comunque registro tutto. Mi tornano alla mente le parole di Santiago: ” quando abbiamo analizzato la materia di Kepler e anche i loro stessi corpi,
ci siamo resi conto che non c’è nulla oltre i quark. Niente anelli di Schwinger, ne conseguenti Shirrs multidimensionali. È come quando ingrandisci un’immagine oltre il limite di definizione, rimangono solo pixel indistinti. Ci deve essere una qualche energia che li sopporti, non si spiga altrimenti come possano esistere.”
Ho quasi l’impressione che tutto possa dissolversi in aria sottile; gli Oleg, le isole ricoperte dalle nubi, e questo stesso vasto globo, con tutto ciò che contiene. Vedo Saffira avvicinarsi.
– Nostalgia per i classici? –
La guardo interrogativo, come un gatto che sbuca in cucina. – So cosa stai considerando. Non è come pensi. Anzi è il vostro modo di pensare ad essere mal impostato. Vi siete fidati, adagiati per troppo tempo su una visione razionale, materialistica della realtà. Nulla è più sfuggente della materia in questo mondo. V’illudete, da centinaia d’anni oramai, di trovare un’equazione, una semplice, ultima spiegazione, che
riveli l’arcano: la pietra angolare su cui si regge l’universo.
Senza rendervene conto vi volete sostituire a Dio. Non considerate di essere confinati a una prospettiva parziale ed estremamente soggettiva. Sondate piani sempre più profondi dell’esistere, sperando di trovarne uno che sostenga tutto l’impianto teorico, faticosamente costruito. In fondo non vi
siete allontanati più di tanto da quella mitica visione della
tartaruga che sorregge l’universo.
– Una delle nostre religioni più antiche, l’induismo, dice che il creato è tessuto sull’unico Brahman, e che il Brahman, qualsiasi cosa esso sia, non può che dividersi in due parti: immanifesta e manifesta. L’unico è sempre due. E tra le due, la prima e di gran lunga preponderante…
– L’invisibile compenetra il visibile, ma non è possibile il contrario. Noi abbiamo un detto: il visibile non vede l’invisibile, però lo può sentire.
– Uhm … – il mio sguardo si perde lontano, sulle onde dorate del tramonto. – Sai, anche da noi ai poli fa freddo, più o meno come qui. Sono le regioni dove c’è più vita; il mare, il cielo, brulicano della
fauna più varia. Qui invece non ho ancora notato nessun animale. –
– Nel nostro pianeta la vita abbonda, te ne renderai conto nei prossimi giorni. Adesso sediamo in coperta, sarai stanco, credo. Hai bisogno di dormire. – il suo sorriso dolce è suadente non ammette repliche.
Terzo giorno
Naturalmente era da due mattine che eravamo preceduti da branchi di Sireni, molto simili ai nostri cetacei insomma; orche e balene direi. Strano, ma la cosa non mi stupiva. Sulle onde volteggiavano specie di rondini giganti. Accarezzavano il mare per lunghi tratti, poi all’improvviso s’impennavano, alzandosi repentine ad altezze ragguardevoli, fin quasi scomparire.
La temperatura è più gradevole, sui venti gradi. Improvvisamente dalle brume lontane compare un’isola. Presto distinguo un profilo di colline nebbiose, nei toni grigi, digradanti, di una finzione teatrale. Mi richiamano alla mente le Langhe Piemontesi.
Avvicinandoci la costa prende la forma di un porto incantevole,  come un pastello di Raoul Dufy. Stormi di volatili danzano nel cielo come seguissero le note di un’arcana armonia. Un’aria fragrante,
pervasa di allegria festiva, vacanziera. La gente è vestita in modo buffo, mi fa venire alla mente la New Orleans del 1950. Sembra più un vezzo alla moda che qualche richiamo al pudore, visto che noto
in spiaggia, assieme a costumi con ricami e fronzoli rococò, bagnanti completamente nudi.
Finalmente sbarchiamo a terra. Il porto è un continuo via vai, una massa che ride, grida, si diverte. Trasmettono energia positiva. Ci sono molte persone con al seguito animali da compagnia, un
incrocio tra dei lemuri e cani da salotto.
Non ci sono bambini e nessuno dimostra più di trentacinque anni. Vengo inghiottito in quel fiume di euforia è presto mi perdo nei vicoli che s’inerpicano su per il paese. Mi incuriosiscono i molti locali, bar, locande alla francese, con i tavoli che invadono la promenade. Mi siedo in quello che mi sembra il più carino. Scopro che a servire ai tavoli sono degli androidi. Mi informano che anche che gli abitanti fanno a turno, dei blandi servizi di sorveglianza, sopratutto per garantire la soddisfazione dei clienti. L’economia di quel mondo mi sfugge completamente. Tra l’altro, con soddisfazione realizzo che non esiste nessuna forma di pagamento; tutto è gratuito.
Mi assale poi, quando mi rendo conto di essermi perso, un irragionevole panico. In fondo, penso, basta che mi riporti al nostro attracco.
Quello che temo è che mi abbiano abbandonato. Una ragazza, al tavolo a fianco, mi si rivolge con modo gentile.
– Qui nessuno è solo, nessuno si perde. Stanno venendo prenderla. – notato il mio stupore aggiunge – Gesebel e Sylvie stanno per raggiungerci. – Infatti non passano che pochi minuti che le vedo
arrivare.
Vedo che ti sei sistemato bene. –
– Sedetevi, prendete qualcosa anche voi. –
mi pavoneggio da anfitrione.
Parliamo di cose frivole, divertendoci come vecchi amici. Poi Sylvie lancia una proposta.
– Che ne dici di andare a una rappresentazione..a teatro? Come dite voi; cinema? Un film ecco. Qui a due passi, all’anfiteatro. –
Il piccolo stadio, da diecimila posti è ricavato scavando una collina, appena sopra il paese. È quasi al completo. Guardare quegli strani spettatori che affollano le gradinate mi da la sensazione di far io
stesso parte di un film. Si avvicina il crepuscolo, pennellando d’oro e malva la volta celeste. Una piacevole brezza accarezza i capelli.
Il buio s’avvicina, al limitare del bosco un uccello ci delizia con un canto melodioso, poi scompare nelle profondità invisibili del cielo.
Gesebel mi sussurra all’orecchio.
– Manca un minuto, mettiti comodo, rilassati. –
– Il centro del teatro è vuoto, senza ombra di nessuna scenografia. Le luci lentamente si attenuano e rapidamente il buio ci circonda.
Una nebbia onirica avvolge la mia psiche. Quando si dirada vivo un’esperienza vivida, reale, con lo sguardo, addirittura il corpo, di un protagonista a me sconosciuto. “Durante un giorno triste, cupo, senza suono, verso il finire dell’anno, un giorno in cui le nubi pendevano opprimentemente basse nei cieli, io avevo attraversato solo, a cavallo, un tratto di regione singolarmente desolato, finché ero venuto a trovarmi, mentre già si addensavano le 0mbre della sera, in prossimità della malinconica Casa. Non so come fu, ma al primo sguardo ch’io diedi all’edificio, un senso intollerabile di abbattimento invase il mio
spirito. Dico intollerabile poiché questo mio stato d’animo non era alleviato per nulla da quel sentimento che per essere poetico è semipiacevole, grazie al quale la mente accoglie di solito anche le più tetre immagini dello sconsolato o del terribile. Contemplai la scena che mi si stendeva dinanzi, la casa, l’aspetto della tenuta, i muri squallidi, le finestre simili a occhiaie vuote, i pochi giunchi maleolenti, alcuni bianchi tronchi d’albero ricoperti di muffa; contemplai ogni cosa con tale depressione d’animo ch’io
non saprei paragonarla a nessuna sensazione terrestre se non al risveglio del fumatore d’oppio, l’amaro ritorno alla vita quotidiana, il pauroso squarciarsi del velo. Sentivo attorno a me una freddezza, uno scoramento, un nausea, un invincibile stanchezza di pensiero che nessun pungolo dell’immaginazione
avrebbe saputo affinare ed esaltare in alcunché di sublime. Che cos’era mi soffermai a riflettere, che cos’era che tanto mi immalinconiva nella contemplazione della Casa? Era un mistero del tutto insolubile; ne’ riuscivo ad afferrare le incorporee fantasticherie che si affollavano intorno a me mentre così
meditavo. Fui costretto a fermarmi sulla insoddisfacente conclusione che mentre, senza dubbio, esistono combinazioni di oggetti naturali e semplicissimi che hanno il potere di così influenzarci, l’analisi tuttavia di questo potere sta in considerazioni che superano la nostra portata. Poteva dirsi, riflettei, che una piccola diversità nella disposizione dei particolari della scena o in quelli del quadro sarebbe bastata a
modificare, o fors’anche ad annullare la sua capacità a impressionarmi penosamente; e agendo sotto l’influsso di questo pensiero frenai il mio cavallo sull’orlo scosceso di un oscuro e livido lago artificiale che si stendeva con la sua levigata e lucida superficie in prossimità dell’abitazione, e affissai lo sguardo, con
un brivido che però mi scosse ancor più di prima, sulle immagini rimodellate e deformate dei grigi giunchi, degli spettrali tronchi d’albergo, delle finestre aperte come vuote occhiaie ….” *
Quando dopo un tempo che mi parve eterno, indefinito, tornai alla realtà, quella vera, ero sconvolto.
– Ehi, che ti è successo, sembri catatonico. – Lentamente focalizzo il volto dolce di Sylvie.
– Si, questa storia mi ha profondamente turbato. Così reale, piena di emozioni vere, di sentimenti. Amore e orrore…al tempo stesso.
Per voi non è stato lo stesso?-
Gesebel mi guarda con sguardo materno.
– Quello che importante sono le emozioni, le esperienze, i sentimenti personali, che ognuno si porta con se. Anche se esiste una storia, una rigida sceneggiatura, ognuno di noi la vivrà a suo modo. Come nei sogni, ogni film sarà il tuo film, unico e diverso dagli altri. Anche la scelta del protagonista non è la stessa per tutti, ma si adatta all’indole di chi guarda. –
Questa chiarimento mi sconcerta, mi porta a riconsiderare la personalità di quegli esseri che probabilmente, e troppo affrettatamente, ho giudicato come subordinati a Oen.
Abbiamo passato altri sette giorni meravigliosi su quell’isola, tra escursioni, giochi spensierati, serate romantiche e orge sfrenate.
Decimo giorno
Navighiamo verso sud, in un clima sempre più temperato. Quando siamo salpati eravamo solo in sei. Oltre me, Gesebel e Sylvie, sono rimasti Moebius, Saffira e Miriam. Gli altri sono semplicemente spariti. Quando chiedo perché, mi forniscono spiegazioni vaghe. La sensazione strana, che mi procura un forte
senso di inquietudine, fino a farmi dubitare di essere in preda a una qualche ossessione, è che sento trasfigurati i miei compagni, come avessero introiettato le personalità di chi ci ha lasciato. La cosa strana è che la nuova situazione non mi dispiace, anzi mi conforta, mi rassicura.
Dopo due giorni di navigazione arriviamo in vista di un nuovo arcipelago, splendide isole tropicali, bellissimi atolli scorrono lenti davanti a noi. Spiagge bianche costellate da scogli che svettano alti, sul blu
intenso del mare; coperti da una intensa vegetazione di un verde abbagliante.
Sul ponte noto Moebius, mi avvicino.
– Dove siamo? –
– Questo per noi è un luogo sacro. Siamo qui per motivi…voi direste religiosi. Oggi è il giorno della grande comunanza…della comunione con Oen. –
– Il vostro è un Dio molto invadente, possessivo. Voglio dire che è immanente, presente, ad ognuno di voi. Non lascia molto spazio al dubbio insomma. –
– Forse un tempo era così anche per voi, poi l’avete dimenticato. – Il mio sguardo si perde lontano, distratto da quel paesaggio da paradiso perduto.
– Già, probabilmente è così. Senti mi chiedo spesso quale livello di conoscenza avete del mondo esterno, dell’universo…se avete prova dell’esistenza di altre forme di vita? – L’universo brulica di vita. Oen può far nascere la vita su qualsiasi pianeta capace di ospitarla. Non c’è problema di distanza, noi siamo in contatto continuo, indipendentemente da spazio e tempo, come un unico organismo. Conosciamo da molto anche il vostro pianeta e i suoi abitanti. –
Sento un brivido lungo la schiena, magari mi sta prendendo in giro con uno stupido bluff. – Ma Adesso basta con le chiacchiere, scendi in acqua con noi, sarà un’esperienza indimenticabile ti garantisco. –
Le ragazze stanno aspettandoci sulla barca di servizio. L’acqua è trasparente come l’aria, l’ombra che il natante proietta sul fondo lo fanno apparire come sospeso nel vuoto. Ci allontaniamo verso il largo dove il mare è di un colore intenso. In alto mare, indossati maschera e pinne, ci prepariamo a scendere in acqua.
Mi accodo anch’io.
Moebius guida la processione. Arrivati in un punto che pare soddisfarlo ci fa disporre in cerchio, a una distanza di due metri uno dall’altro. Immobili sospesi nell’abisso, osserviamo il blu intenso, ipnotico, che ci circonda.
Lentamente si affiancano a noi le creature più varie; cetacei, pesci, creature di ogni forma e specie. A migliaia; formiamo un branco enorme.
Una strana estasi m’invade, sento la mia mente annullarsi, annichilirsi. Mi sento in sintonia con tutta quell’enorme massa di esseri, con l’intero universo, qualcosa di grande ci lega, unisce tutto il creato. Vibriamo insieme, come un’unica lentissima onda che ci attraversa, ci pervade. Un’esperienza mistica indescrivibile, sconvolgente.
Cinquantesimo giorno
Sono ormai molti giorni che navighiamo oziosamente tra le isole di questo arcipelago da sogno. Le spiagge infinite, bianche, al limitare di una splendida vegetazione tropicale. Poca gente che come noi si
rilassa al sole. Spesso dalla foresta escono giaguari, pantere. Si accovacciano volentieri con noi, facendosi accarezzare come gattoni. Gesbel mi assicura che non corriamo nessun pericolo, sono mansueti e Oen soddisfa tutte le loro esigenze. Capita spesso che giochino con noi, anche quando entriamo in acqua.
Mi rendo conto che ho iniziato questo viaggio come un qualsiasi esploratore, ma il viaggio da geografico, antropologico si è trasformato in un percorso di emozioni…un viaggio sentimentale insomma. Sono quasi sempre insieme a Gesebel. Anzi a dire il vero è da parecchio tempo che gli altri sono spariti. Mi tormenta un’idea balzana, ciononostante è giusto che la registri. Ho l’impressione, l’ossessione direi, che Gesebel sia sempre più affascinante, più bella. Come se avesse assorbito tutte le caratteristiche,fisiche e
spirituali di Sylvie, Miriam, Saffira, Ruth ecc.. So che è azzardato ma ho la fissazione che questo mondo, questa entità divina che loro chiamano Oen, cerchi di accondiscendere i miei desideri, cerchi di capire come accontentarmi.
La verità è che ho perso il senso della missione. Non vorrei più andarmene da questo Eden, questo mondo perfetto. Sono innamorato di Gesebel e ho intenzione di dirglielo al più presto.

Cinquantaduesimo giorno
Siamo soli in spiaggia. Gesebel mi osserva, i suoi meravigliosi occhi turchesi fissi sui miei.
– Che c’è, sembri felice stamattina. –
– Si, è vero. Stare qui con te, in questo luogo splendido è incredibile. Pensavo anche alla fortuna di averti incontrato, di essere il primo terrestre a conoscere questo mondo fantastico… –
– Non proprio il primo. Un altro uomo è stato qui molto tempo fa. Un tipo buffo, non tanto alto, con una barba bianca si chiamava
Ernest..Ernest…
– Hemingway ? – quasi grido, d’istinto.
– Si, si, o Hemingway, lo conosci? – un tuffo al cuore
– No! No ..Anzi si …ne ho sentito parlare. –
– Che hai, stai male, sei così pallido. –
Niente, non è niente. Mi è già passato.
* Da: La caduta della casa degli Usher, di Edgar Allan P0e

Ringraziamenti a  Willy Masetti per l’onore che ci regala con la pubblicazione del suo nuovo racconto

Read Full Post »