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Archive for the ‘Fumetto’ Category

A circa due mesi dalla scomparsa di Wolfango la Fiera del libro per ragazzi si apre con manifestazioni diffuse a Bologna, tra cui una lezione del prof. Antonio Faeti su Wolfango illustratore de “il gatto con gli stivali ” di Charles Perrault con Tiziana Roversi, direttrice della collana Molliche delle edizioni Minerva di Roberto Mugavero, Milena Bernardi, docente, presentazione dell’assessore alla Cultura del Comune di Bologna Bruna Gambarelli a Palazzo D’Accursio sala Farnese.

Nella foto (di Roberta Ricci) Wolfango riceve il premio Volponi dal segretario provinciale del PD il dott. Francesco Critelli

 

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In preparazione della giornata della memoria il 27 gennaio (giorno in cui è stato liberato il campo di concentramento di Auschwitz)  si avvicendano varie iniziative per arricchire la giornata della memoria con iniziative sempre nuove e divulgtive, il 22 gennaio al Museo ebraico (MEB) è stata presentata una mostra di graphic novel “La Shoah e la seconda generazione con la mostra Michel Kichka , quello che non ho detto a mio padre” , sulla scia del celebre Maus di Art Spiegelman Kicka ha scelto il fumetto per parlare di come la seconda generazione di figli e nipoti ha affrontato il tema della Shoah. L’autore ha lavorato dieci anni per raccontare la storia del suo personaggio. La mostra sarà visibile fino all’8 marzo 2017.

Ha parlato della mostra il presidente del MEB, Guido Ottolenghi, Daniele De Paz, il presidente della comunità ebraica di Bologna. Fra i vari interventi merita di essere pubblicato nella sua interezza quello del Presidente delal Regione Emilia Romagna, … E’ possibile parlare di poesia di arte e di letteratura dopo Auschwitz ? Si chiede in un appassionato intervento il Presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini che fa eco al presidente della comunità ebraica Daniele De Paz che sottolinea nella continuità della memoria l”affermazione di ciò che è stato e non dovrà più tornare.La seconda generazione é una delle iniziative nell’ambito del giorno della memoria che ogni anno si arricchisce di eventi sempre più belli e appassionanti descritti dal Presidente del Meb Guido Ottolenghi come questa nostra di Graphic Nobel di Michel Kichka che parla del trauma dei figli dei sopravvissuti dei campi di sterminio. Il Comune di Bologna ha partecipato con la dedicazione di una piazza alla Shoah dice l’assessore alla cultura Bruna Gambarelli e il Sindaco di Bologna il 26 ,gennaio dedicherà con una seduta solenne ciò che è stato e che non dovrà mai più accedere.

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L’intervento del Presidente della Regione Emilia Romagna al Museo Ebraico di Bologna, per presentare la mostra graphic novel di Michel Kichka “La seconda generazione” il Presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, ha parlato di Willy Brandt nel 21/07/1970 che davanti al monumento delle vittime della Shoah non ha detto nulla, si è semplicemente inginocchiato, senza commenti. E, il Presidente Stefano Bonaccini , ha parlato di questa genuflessione senza commenti come un viaggio alla fine della parola. E’ vero Presidente, l’olocausto e oggi il nostro commento è un viaggio alla fine della parola di tutta l’umanità riporto il documento menzionato per l’alta passione e la civiltà manifestati :

Stamane ad inaugurare la mostra di Michel Kichka “La seconda Generazione”, presso il Museo Ebraico di Bologna.
Per non dimenticare. Mai.

Tratto dal profilo FB del Presidente della regione Emilia-Romagna

Di seguito il mio intervento:
“Con qualche giorno di anticipo sulla data della Giornata della Memoria, ci troviamo qui oggi a celebrarne la ricorrenza attraverso una delle chiavi meno esplorate – anche se non del tutto inedite – ma certamente tra le più efficaci: il fumetto.
Tutti noi abbiamo ben presente “Maus” di Art Spiegelman, la graphic novel che a metà degli anni 80 riuscì a narrare la tragedia della Shoah attraverso il tratto originale del fumettista statunitense, figlio di un sopravvissuto ai campi di sterminio. Un’esperienza artistica che spianò la strada ad una modalità di divulgazione della tragedia dei campi di stermino sino ad allora ritenuta impossibile, e che invece ha trovato terreno fertile negli anni successivi.

Con la graphic novel di Michel Kichka – protagonista di questa mostra – si prosegue su questa strada, a testimonianza del fatto che il fumetto – molto più di altre forme di espressione – è in grado di trovare spazio nelle librerie delle nostre case, principalmente in quelle dei nostri figli. Ed è un grande risultato, perché è proprio verso i nostri figli che abbiamo l’obbligo del passaggio di testimone quando parliamo di memoria.

Vorrei quindi proporvi qualche breve riflessione proprio a partire da questo aspetto, riportando la vostra memoria a un gesto che certamente nessuno di noi ha dimenticato.
Mi riferisco alla mattina del 7 dicembre 1970, quando il cancelliere tedesco Willy Brandt, in visita ufficiale in Polonia, si reca al monumento che ricorda le vittime del ghetto di Varsavia. A un quarto di secolo dalla fine della seconda guerra mondiale e dall’orrore dei campi di sterminio nazisti, tutti si attendono un discorso politico all’altezza dell’evento. Con il busto eretto e a passi lenti, Brandt si avvicina al monumento, depone un mazzo di fiori, arretra e si raccoglie in meditazione. Poi, in modo del tutto inatteso, si inginocchia sui gradini. Quando si rialza ha gli occhi pieni di lacrime e, senza dire nemmeno una parola, si dirige verso la vettura che lo sta aspettando. I presenti alla cerimonia lo salutano in silenzio togliendosi il cappello.
Quel gesto di Brandt, che i meno giovani forse ricordano e che i più giovani possono rivedere in Rete, colpisce l’opinione pubblica. «Faccio quello che fanno gli uomini quando rimangono senza parole», dirà il cancelliere commentando l’episodio.

Quel gesto ci riporta al cuore della grande frattura europea del ‘900: nel Paese di Bach, di Beethoven e di Goethe uno Stato premedita, organizza e realizza, con lucida efficienza e con notevole impegno tecnico, lo sterminio sistematico di una parte della popolazione del continente: 6 milioni di ebrei, rom, slavi, oppositori politici finiscono nelle camere a gas. L’ebraismo dell’Europa orientale, con la sua cultura e la sua lingua peculiare – l’yiddish – scompare quasi completamente. Quell’evento sfigura e modifica il volto dell’Europa. Di un’Europa figlia della tradizione ebraico-cristiana, del pensiero greco e, più tardi, della Riforma, dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese. Un’Europa che ha fatto scaturire la democrazia moderna – con i suoi concetti di uguaglianza, dignità umana e giustizia – dall’esperienza politica di Atene e da quella morale di Israele.

Ci si è chiesti autorevolmente se dopo Auschwitz sono ancora possibili la poesia e il pensiero, la fede e la speranza. Elie Wiesel, che proprio di Auschwitz fu reduce, evoca nel suo libro “La notte” l’impiccagione di tre prigionieri, tra cui un bambino, e si interroga sulla presenza e l’onnipotenza di Dio svelando la verità amara che imputa all’uomo, e solo all’uomo, in ogni tempo e in ogni luogo, la diretta responsabilità del male.

Questi temi affiorano nella mostra di Michel Kichka che oggi inauguriamo, accompagnata da un volume di grande pregio, risultato di un lungo e tormentato lavoro di ricerca personale. E’ un’opera delicata e dolorosa, leggera e a tratti grottesca, mai retorica. E’ il tentativo di comprendere e di raccontare la Shoah attraverso le immagini e – anche – di ricostruire un albero genealogico i cui rami sono stati quasi tutti strappati e bruciati.
La famiglia dei nonni è «volata via in cenere» e l’adolescenza del padre si è perduta nella notte dei campi di sterminio. Per questo il giovane protagonista ne cerca il volto sui libri, con la paura di non riconoscerlo e, al tempo stesso, con la paura di riconoscerlo, in una tensione continua tra il desiderio e l’angoscia di sapere, l’impossibilità di raccontare e l’esigenza di testimoniare.

La grande storia intreccia i destini individuali, il peso di ciò che è accaduto apre interrogativi. Come si trasmette la memoria tra le generazioni? E come si potrà trasmettere la memoria di Auschwitz quando non ci saranno più i testimoni diretti, con i loro corpi e con la loro voce? Potremo anche noi inginocchiarci e restare senza parole? Sarebbe sufficiente?

Nelle testimonianze dei sopravvissuti ai campi di sterminio il corpo – che per i «sommersi» si è definitivamente trasformato in fumo e cenere – occupa sempre lo spazio principale. Nel suo consumarsi e piagarsi esso è il luogo delle cicatrici, della violenza subita, dello sforzo per la sopravvivenza, ma anche della carne spogliata della possibilità e della libertà di testimoniare qualcosa di «altro».
Il numero tatuato sul braccio delle vittime, nella logica di chi lo ha progettato, è l’impronta tangibile della condizione dei deportati, un marchio che espropria del nome proprio impedendo a ognuno di diventare dignitosamente un «tu».
Nella distruzione dei corpi, Auschwitz costringe i testimoni e i superstiti a ritrovare una parola irrimediabilmente privata della sua integrità, a recuperare, per quanto possibile, le voci; a ridare lineamenti di volti umani a chi è stato reso fumo e cenere. E quindi, paradossalmente, a recuperare il fiato dei corpi dei vecchi e dei bambini – i primi a perire perché custodi della memoria e del futuro – riannodando i fili spezzati della continuità di un popolo.

La scrittura e, come in questo caso, il disegno rivelano la capacità di dare una forma agli incubi, di riconoscerli, di rendere onore e riscatto ai morti, sapendo che alla creatura umana non è concesso nulla di più alto che riuscire a consolare il proprio prossimo, né vi è esperienza più indimenticabile dell’essere consolati. Tuttavia, non abbiamo strumenti in grado di cancellare le tracce di ciò che è accaduto. La tabula non potrà mai più essere rasa. Né si dà restituzione.
Quando la consolazione parla il linguaggio del risarcimento è falsa e bugiarda: il consolare autentico è in grado di affacciarsi solo là dove la perdita è tenuta aperta.
L’impossibilità di identificarsi completamente con la sofferenza altrui è un presupposto per ospitarne un frammento in noi stessi. Il segreto della consolazione, e forse anche della comprensione autentica, passa per questa porta stretta. Chi opera secondo la mentalità della compensazione non può consolare perché nega il vuoto incolmabile della perdita. L’atto di consolare salvaguarda la mancanza, la custodisce e la ospita.

Il viaggio decennale di Kichka dentro se stesso e dentro la vicenda del padre contiene il desiderio di capire come si può ereditare la storia di cui non siamo stati diretti protagonisti, ma che ci riguarda, ci tocca da vicino, ci attraversa. E come, a nostra volta, possiamo essere testimoni autentici e autorevoli per evitare che la grande frattura del ‘900 venga dimenticata o ridimensionata.
Una celebre storia ebraica narra che quando il Baal Schem, il fondatore del chassidismo, doveva assolvere un compito difficile, andava in un certo posto nel bosco, accendeva un fuoco, diceva le preghiere e ciò che voleva si realizzava. Una generazione dopo, chi si trovò di fronte allo stesso problema, si recò in quel posto nel bosco e disse: «Non sappiamo più accendere il fuoco, ma possiamo dire le preghiere», e tutto avvenne secondo il suo desiderio. Ancora una generazione dopo, chi si trovò nella stessa situazione, andò nel bosco e disse: «Non sappiamo più accendere il fuoco, non sappiamo più dire le preghiere, ma conosciamo il posto nel bosco, e questo deve bastare». E infatti bastò. Ma quando un’altra generazione trascorse, chi dovette misurarsi con la stessa difficoltà, si mise a sedere e disse: «Non sappiamo più accendere il fuoco, non siamo capaci di recitare le preghiere e non conosciamo nemmeno il posto nel bosco: ma di tutto questo possiamo raccontare la storia». E, ancora una volta, questo bastò.

Anche noi desideriamo che le parole e i disegni possano bastare quando non ricorderemo il posto nel bosco e non sapremo accendere il fuoco.

Grazie, dunque, a Michel Kichka per il suo lavoro profondo e appassionato e al Museo ebraico di Bologna per la sua preziosa e costante attività.

Le istituzioni dovrebbero anch’esse quotidianamente darsi da fare per tenere viva la memoria. Per questo, per quanto ci riguarda, come Regione Emilia-Romagna abbiamo tenuto fede ad una promessa che io e Massimo Mezzetti facemmo proprio in occasione della Giornata della Memoria di due anni fa: approvare la legge regionale sulla Memoria del ‘900 che sostiene il lavoro di istituti, fondazioni, associazioni. Perché un popolo che non conosce il proprio passato può persino rischiare di riviverne le pagine più tragiche. E ancor di più serve il recupero del ricordo e della memoria nel momento in cui, in Europa, laddove nacque e si sviluppo’ la più grande tragedia dell’umanità, c’e’ chi vuole costruire di nuovo muri (dimenticando che gli stessi, il secolo scorso, diventarono ad un certo punto macerie addosso a chi li aveva costruiti), mentre avremmo bisogno di ponti.”

 Il documento a cui fa riferimento il Governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini raccogliendo una pagina di storia

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La Casadeipensieri 2016 nell’ambito della Festa dell’Unità, Parco Nord , ha dato la targa ricordo Paolo Volponi a Nino Migliori e Vittorio Giardino . Sono intervenuti : per Nino Migliori Michele Smargiassi e Graziano Campanini, mentre per Vittorio Giardino Daniele Barbieri ed Emilio Varrà. Le Targhe sono state consegnate dal Sindaco di Bologna Virginio Merola e ha presentato Marco Macciantelli. Davide Ferrari, direttore artistico della Casadeipensieri ha letto le motivazioni.

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Con un gesto davvero sorprendente per una Giunta comunale, sia pure di sinistra, il Sindaco di Bologna, Virginio Merola , ha valorizzato con una celebrazione istituzionale l’attività del poeta Roberto Antoni , facendo allestire nella Sala Tassinari di Palazzo D’Accursio di Bologna la camera ardente per l’ultimo viaggio del Freak consentendo che l’ultima uscita della vita di un uomo polivalente come lui fosse un’installazione, un’opera nell’opera.  Ora che la presenza scenica di Roberto Antoni è rimandata alle sue sole parole ognuno ha potuto constatare di quanto fossero intense, mentre erano accompagnate dalle slides  che fornivano  l’ultimo passaggio in questa vita di questo singolare poeta , graffiante, ironico, demenziale, che giocava con le parole facendole diventare altro, altre, altrove.

Per terra, sotto il feretro,  un caspo d’insalata, un sombrero, una palla da football e i ricordi che gli amici avevano deciso di condividere.

Già dal nome artistico che si era scelto , ora si direbbe nickname,  il Freak rimandava ad una qualche stranezza. In effetti il fumetto di Gilbert Shelton trova i tre protagonisti, i Freaks brothers, un terzetto allampanato di non fratelli ma amici che riflettevano il segno dei tempi, una evoluzione del pensiero hippie della beat generation.

Freak_Brother_Copertina fumetto

Il terzetto dei Freak Brothers

Si tratta di un trio di squilibrati (simile a ma distinti dai più noti hippies ) da San Francisco . I loro nomi sono Phineas Freakears, Fat Freddy Freekowtski e Freewheelin ‘Franklin (il cui cognome non è stato rivelato finora). Il trio sono anti-eroi , ingestione o fumare grandi quantità di farmaci e costantemente sfidare l’autorità. Sono pigri (diverse storie ruotano intorno alla “horror” di uno dei protagonisti che hanno di trovare lavoro) e inaffidabile, soprattutto nel caso di Fat Freddy.

The Fabulous Furry Freak Brothers, da sinistra a destra, Phineas, Fat Freddy e Freewheelin ‘Franklin
I tre Freak Brothers hanno personalità molto diverse:
Freewheelin ‘Franklin , anche se rilassata, è il più street-smart del trio. A quanto pare lui è sempre stato per le strade e sembra che egli è di diversi anni più vecchio rispetto agli altri. Egli è certamente abbastanza vecchio per essere turbato a volte da impotenza. In una storia che rivela che è cresciuto in un orfanotrofio e non ha mai conosciuto i suoi genitori. Alto e magro, ha un grosso naso a patata, un paio di baffi cascata e una coda di cavallo. Indossa stivali da cowboy e un cappello da cowboy. In una striscia, si imbatte in un ex-fidanzata che ha un figlio che ha una somiglianza impressionante a se stesso. Lui fa del suo meglio per eludere loro ed è sollevato quando lei non lo riconosce. Egli è quindi alleggerito di un obbligo dei genitori. In un’altra striscia, quando incontra la sua (possibile) il padre, la stessa trama è invertita. A seconda del livello di colorizzazione utilizzato nella striscia in questione, o forse l’uso di colorante, capelli di Franklin è rosso, bionda o marrone chiaro.
Phineas Phreak è l’intellettuale e idealista del gruppo. Egli ha abbastanza padronanza della chimica per creare nuovi farmaci e richiede un avido interesse per la politica. Dei tre, è il più impegnato ai cambiamenti sociali e alle questioni ambientali. Egli proviene dal Texas e mentre sua madre è rilassato e aperto, suo padre è un membro tesserato della John Birch Society . Egli è il più peloso dei fratelli – alto e magro, con un folto cespuglio di capelli neri, la barba, il naso che porta più di una somiglianza che passa a una joint di marijuana e bicchieri. Egli è lo stereotipo della sinistra radicale, che porta una somiglianza superficiale di Abbie Hoffman e Jerry Rubin .
Fat Freddy Freekowtski è il meno intelligente del trio ed è più probabilità di essere preoccupato per il cibo. Lui è grasso, o almeno grassoccio, con i capelli biondi ricci. La sua compulsione a mangiare è oggetto di alcune delle avventure del gruppo. Fat Freddy regolarmente viene “bruciato” durante le transazioni di droga e quando lo fa “punteggio” che di solito riesce a perdere i farmaci in vari modi, ad esempio per scaricarli su una shopping bag di fronte a una ventola di raffreddamento, che poi li soffia fuori la finestra su una macchina della polizia. Fat Freddy proviene da una grande famiglia piuttosto ordinaria a Cleveland. In Idioti all’estero , Freddy visita al villaggio polacco di Gfatsk, dove tutti capita di guardare come lui. Tuttavia, egli è spinto via da una folla inferocita, non appena sentono il nome Freekowtski.
Altri personaggi ricorrenti sono:
Cat Fat Freddy appare principalmente nella propria striscia separata in fondo le una pagina Freak Brothers strisce (ottenendo il suo inizio proprio come Krazy Kat ha fatto). Ha anche diverse storie più pagine a lui dedicate. Molte delle sue strisce parallele una trama nella corrispondente storia Freak Brothers, e spesso hanno temi di scatologico natura. Il gatto è noto anche come “Fat Freddy Scat” e ha usato lo pseudonimo “F. Frederic Skitty”. Ha diversi “nipoti” che si riferiscono a lui come “Zio F.” e talvolta si trova ad affrontare un esercito organizzato di scarafaggi o di una grande tribù di topi che condividono l’appartamento con i Freak Brothers. Lui è molto più intelligente di quanto il suo proprietario (che si riferisce spesso come “l’ obeso uno “) e riguarda i Freak Brothers con disprezzo divertito. Egli è anche oggetto di diverse collezioni di spin-off di storie.
Norbert la Nark , un inetto DEA agente che sta continuamente cercando, e in mancanza, di arrestare i Freak Brothers.
Hiram “Paese” Cowfreak , un hippy che coltiva grandi quantità di marijuana nella sua cascina isolata. Egli si riferisce a come “cugino” dei Fratelli Freak ‘.
Dealer McDope , uno dei rivenditori del trio. Egli è spesso un nome-selezionata nelle riviste, ma appare raramente “in persona”. Il personaggio è stato inizialmente creato da Dave Sheridan per la Rip Off Press titolo di Madre Oats Comix .
Prickears Tricky , un detective cieco e sordo, a volte annunciata come “preferito funzionario di polizia Le Freak Brothers” (una parodia di Dick Tracy ).
Governatore Rodney Richpigge , un stereotipo ricco, politico corrotto che i Freak Brothers tenere in disprezzo generale. Il figlio del governatore è un commerciante di cocaina.

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                       http://en.wikipedia.org/wiki/The_Fabulous_Furry_Freak_Brothers

Ci sono molte affinità fra i Freak brothers e l’opera cinematografica “The big Lebowsky” dei Fratelli Cohen anche se nel caso del film il plot si sposta su un altro terreno, tuttavia  il legame ideale dei tre amici rappresentato nel fumetto è centrato.

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 I Freaks al cinema 

L’uso del termine Freaks, aveva fatto la sua grande comparsa negli anni  ’30.

Wiki :

Freaks è un film del 1932 diretto da Tod Browning. E’ un’amara allegoria della diversità, affermando che è proprio la normalità la vera mostruosità. Ecco perchè un film della Metro Goldwyn Mayer  e venne drasticamente censurato.
Freaks, ambientato nel mondo del circo ed interpretato da veri “fenomeni da baraccone”, è considerato uno dei più grandi cult movie di sempre. Nella classifica dei migliori 50 cult movies stilata nel 2003 dalla rivista statunitense Entertainment Weekly viene piazzato al terzo posto preceduto solo da The Rocky Horror Picture Show di Jim Sharman (1975) e da This is Spinal Tap di Rob Reiner (1984).
Nel 1994 è stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

http://it.wikipedia.org/wiki/Freaks_(film)

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Locandina del film

Tutte le volte che si maneggia la parola Freak al cinema o nello spettacolo  si rimane invischiati se non altro per produrre dei pensieri alternativi,  tanto che talvolta come nel caso del film si rimase soggiogati .

Ecco il film :

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Valentina Rosselli di Guido Crepax : una  fotografa fumetto

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 È stata presentata a Palazzo Reale la mostra “Guido Crepax: ritratto di un artista”, prima esposizione a 360 gradi dell’opera dell’autore milanese, in programma nelle sale del Palazzo dal 20 giugno al 15 settembre 2013. Allestita nelle dieci sale dell’Appartamento di Riserva, la mostra è promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, da Palazzo Reale e dall’Archivio Crepax.“Nel decennale della scomparsa e a 80 anni dalla sua nascita, Milano rende omaggio a un grande artista – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno –. A Palazzo Reale c’è tutta la produzione di Crepax: i fumetti, i periodici, il design, il teatro, i giochi, le scenografie: un mondo che nasce dalla scena culturale e artistica della Milano di un tempo, la città delle fabbriche che erano non soltanto luoghi di lavoro, ma che producevano libertà di pensiero e partecipazione. Guido Crepax era parte di questa realtà, dove ha voluto ambientare gran parte delle sue storie, ancora oggi testimonianza preziosa di quella cultura che ha consegnato per sempre alla memoria i suoi disegni e i suoi personaggi”.

Con questo comunicato il Comune di Milano ha ricordato  Guido Crepax :  famoso come cartoonist per averci fatto compagnia con le sue ineffabili storie in Linus, ma anche come designer, pubblicista, stilista, genio polivalente e irrequieto.  Anche Valentina Rosselli, la sua creatura, ispirata a  Louise Broock ha la sua carta d’identità, la sua nascita risale al 1942 e invecchia come un comune mortale…

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